Ricovero Monte Cisa

«La quota che toglie il respiro.» Non è solo fisica — è psicologica. Salire di cento metri in pochi minuti cambia la luce, la vegetazione, la temperatura, il suono del vento. Molti percepiscono questo come disorientamento. Il Ricovero Monte Cisa risponde a questo, collocandosi esattamente nel punto di transizione: tra bosco e cresta, tra il protetto e l’esposto. È un rifugio nella soglia.
Ricovero Monte Cisa

«Il sentiero che scende e non si vede dove porta.» Il sentiero in discesa è esattamente questo: una traccia che scompare nella vegetazione verso il basso senza mostrare la destinazione. Ma i segnavia biancorossi appaiono con regolarità ma sbiaditi dal tempo — ogni cento, centocinquanta metri — e ogni volta che li vedi è come ricevere un messaggio breve: sei sulla strada giusta. Il bosco non è muto. Parla anche con la vernice.
Ricovero Monte Cisa

«Non trovare acqua.» L’Appennino reggiano è percorso di torrenti e ruscelli. Il Rio Candia, il Rio Grande, la Fossa Gelata — nomi che portano la memoria dell’acqua nel suono stesso. Chi teme la sete in bosco ha paura di un bosco sbagliato. In questo bosco l’acqua è sempre vicina: spesso la si sente prima ancora di cercarla.
Il tempo che si dilata nel silenzio.» In questo ricovero il tempo ha una consistenza diversa. Senza telefono, senza segnale, senza il rumore di fondo della vita moderna, i minuti si allargano — sembrano più lunghi di quello che sono. Molte persone trovano questo insopportabile. Ma è esattamente questa dilatazione del tempo che rende il bosco terapeutico: non ti toglie il tempo, te lo restituisce. In quantità maggiore di quanto pensassi di averne.
Ricovero Ronco Piano

«Che tutto questo non serva a niente.» La paura più sottile. L’ultima resistenza di chi sta quasi per cedere alla montagna ma non si fida ancora completamente. Questi due ricoveri — Monte Cisa a 1.542, Ronco Piano a 1.350 — esistono da decenni. Sono stati costruiti da persone che non si chiedevano se servisse. Serviva, e basta. Ancora oggi servono. Non nel senso dell’emergenza, necessariamente — nel senso della presenza. Ci sono. Ti aspettano. Il bosco non ha dimenticato che esistevi prima di aver paura.*
Due Ricoveri, Un Solo Versante Appennino Reggiano · Rifugio Monte Orsaro — Ricovero Monte Cisa — Ricovero Ronco Piano
Una mattina ancora indecisa 44°19’N — 10°08’E · La prima avventura di preparazione
Rifugio Monte Orsaro, quota 1.350 m Il posto che conosci già, ma non abbastanza
Il rifugio Monte Orsaro è un posto che sembra sempre uguale a se stesso — le stesse finestre a specchio sul Monte Cusna, lo stesso odore di legno e cucina che filtra dalla porta laterale anche quando è chiusa, lo stesso silenzio mattutino che pesa diversamente a seconda di quanto hai dormito. Stamattina ho dormito poco. Non per ansia, ma per quella forma di attesa vigile che si installa prima delle uscite in cui si va a cercare qualcosa di specifico: non una cima, non un panorama, ma un edificio. Due edifici. Due ricoveri di cui uno semplice ed evidente in un enorme crocevia, ma dell’altro, ho coordinate approssimative e descrizioni di seconda mano.
Rimango qualche minuto in piedi davanti alla strada forestale che sale verso il Passo della Cisa. Il Monte Cusna si vede bene da qui — la sua sagoma domina a sud-est, massiccia e scura, con il profilo che cambia aspetto a seconda di dove ti metti a guardarlo. Da Monte Orsaro sembra una montagna seria, quasi intimidatoria, non quella cosa affabile che ti aspetti dall’Appennino.
<em>Il toponimo “Orsaro” parla di orsi — l’ultimo plantigrado di queste valli venne ucciso intorno al XVII secolo, ma il nome è rimasto come un epitaffio involontario su tutto il territorio circostante.</em>
Carico lo zaino, stringo i lacci degli scarponi e imbocco la strada sterrata verso monte. Il segnavia si stacca alla mia sinistra al primo tornante, quota 1.400, indicato da un paletto con vernice ancora leggibile. Prendo quella direzione e poco dopo mi trovo subito una bellissima e storica sorgente costretta contro la sua volontà in un tubo nero, ma funzionale in caso di un rientro disidrato.
………… Il progetto avanza.
«Il bosco che non finisce mai.» Dal rifugio si vede già la cima — il Monte Cusna è lì, visibile, reale, misurabile con gli occhi. Questa visibilità dell’orizzonte è il primo antidoto alla claustrofobia del bosco. Chi teme il bosco ha spesso bisogno di un punto fisso oltre la vegetazione. Il 623A glielo dà subito, prima ancora di entrare tra gli alberi.
Ricovero Ronco Piano

«Essere esposti agli elementi.» La cresta del Monte Cisa a 1.542 metri è un posto esposto — vento, pioggia, nebbia arrivano senza preavviso direttamente dal grande mare. Questo ricovero è costruito esattamente per quel momento: non è comfort, è salvezza minima garantita. Chi lo incontra dopo due ore di salita capisce immediatamente che la montagna non abbandona — lascia tracce di cura umana persino nei posti più aspri.
Ricovero Ronco Piano

«Gli animali selvatici.» Se il cinghiale appenninico è il terrore immaginario di molte persone che non frequentano il bosco. La realtà è questa: se non lo si aggredisce, si allontanata senza guardarvi. Non siamo una minaccia, non siamo cibo. Siamo solo oggetti con forme strane ed irrilevanti sul suo tragitto. Il bosco ha gerarchie che non comprendono il panico — comprenderle è la cosa più rasserenante che possa capitare.
Ricovero Ronco Piano

«Che nessuno sappia dove sei.» Il ricovero di Ronco Piano ha una mensola che ospitava una piccola candela e un libro. Questo significa che qualcuno è passato di qui, controllava, si prendeva cura. Il bosco è presidiato da una rete invisibile di persone che ci tenevano alla sicurezza di chi per lavoro o piacere veniva coccolato dalla montagna. Non sei solo nel bosco — sei nella rete di cura di chi è venuto prima di te. Basta solo togliere l’inutile, pulire per terra spostare qualche ragnatela, basta poco per essere compiacente a chi ha realizzato questo posto per gli altri.
Ricovero Ronco Piano

«Non saper leggere i segni del posto.» Venti gruppi di cinque incisi nel muro. Una coperta piegata. Un tavolo con una gamba di pietra. Ogni elemento di questo ricovero è un segno leggibile: qualcuno ha soggiornato qui abbastanza da contare qualcosa, qualcuno ha riparato quello che si rompeva usando quello che c’era, qualcuno ha lasciato calore per chi sarebbe venuto dopo. Il bosco non è un luogo muto — è un luogo in cui la scrittura è fatta di pietra, ferro e lana invece che di inchiostro.

Annotazione a margine, scritta in piedi fuori dalla porta, con la schiena appoggiata al muro di pietra ancora freddo: Cento segni nel muro. Cento di qualcosa che non saprò mai. Forse è la cosa più onesta che possa fare un posto — conservare la traccia senza spiegarne il senso. Il senso era di chi l’ha lasciata. Non appartiene a nessun altro.
Annotazione a margine, scritta camminando, appoggiando il taccuino al paletto ritrovato: 150 metri di errore su una mappa. Non è molto. È abbastanza. Dipende da chi sei e da quanto buio c’è intorno quando te ne accorgi.


