Ricovero Rio Grande

«Non sapere cosa c’è oltre la curva.» Il sentiero che sale verso una cresta che nasconde tutto quello che sta oltre. Chi teme il bosco teme spesso questa opacità — il non poter vedere in anticipo. Ma ogni sentiero che sale rivela progressivamente il paesaggio: non tutto in una volta, a rate. È il modo più onesto di conoscere un posto.*

«Trovare il bosco già violato.» Questa è una paura reale e legittima — arrivare in un posto che doveva essere intatto e trovare i segni di qualcuno che è passato prima portando danno. Il Ricovero Rio Grande è stato violato. Ma la sua struttura portante è integra, il focolare è intatto, le pareti reggono. Il bosco e la pietra hanno una resilienza che il vandalismo non cancella completamente. Il danno c’è. Non è l’ultima parola.
Ricovero Monte Cisa

Il Sentiero del Rio Grande e il Ricovero Profanato Appennino Reggiano · Ricovero Passo della Cisa — Ricovero Rio Grande
Tarda mattina 44°19’N — 10°08’E · L’inciviltà in paradiso
Ricovero Passo della Cisa, quota 1.547 m La partenza dalla soglia alta
Il cielo a sud-ovest si è aperto nelle ultime due ore — da quella parte le creste verso la Toscana sono adesso nitide, disegnate con una precisione che il mattino nebbioso non permetteva. Verso nord, invece, la val d’Ozola è ancora sepolta in uno strato basso di nuvole che si muove lentamente verso est come qualcosa che non ha fretta di andare da nessuna parte. Sono in mezzo a due regimi meteorologici diversi che convivono sullo stesso crinale senza accordarsi.
Il Passo della Cisa è uno di quei luoghi dell’Appennino in cui si sente fisicamente la doppia appartenenza del territorio — emiliano a nord, toscano a sud, con una linea di demarcazione che non è una riga su una carta ma una differenza concreta di vento, di luce, di temperatura dell’aria. Stare sul passo significa stare nel mezzo di questa differenza.
Prendo il sentiero verso sud-est. La direzione è quella del Monte Cusna — la cima si vede ancora da qui, coperta dagli ultimi sprazzi di neve dal medio crinale e si intuisce dalla qualità dello spazio che si apre davanti: più grande, più alto, più deciso.
Dorsale verso il Monte Cusna, quota 1.590 m Il sentiero che apre il mondo
Il sentiero lascia il bosco poco dopo il passo e sale deciso costeggiando la dorsale aperta e in alcuni punti parallelo alla strada carrabile sbarrata per evitare che si possa salire in macchina. Verso est si apre la valle del Secchia — profonda, verde, con i paesi della bassa valle che si intuiscono come puntini bianchi nella foschia lontana. La Pietra di Bismantova emerge dall’ondulazione delle colline reggiane con la sua forma inconfondibile di mesa, isolata e verticale come qualcosa piantato nel paesaggio da una mano diversa da quella che ha fatto tutto il resto. Verso ovest, le Alpi Apuane iniziano a mostrarsi sopra le creste toscane — bianche di calcare, taglienti, con quella qualità di oggetti che appartengono a un altro ordine di grandezza rispetto all’Appennino arrotondato che le circonda.
Il sentiero sale su terreno marnoso e arenaceo, con affioramenti di roccia grigio-beige che formano gradini naturali. In certi punti le pietre sono levigate dal passaggio di decenni di suole — un lucido sottile, quasi impercettibile, che distingue le rocce di sentiero da quelle di versante. Ogni pietra levigata è il risultato di migliaia di passi. È una statistica che diventa superficie.
Il vento da ovest arriva qui senza filtri — non c’è bosco a spezzarlo, non c’è dosso a deviarlo. È un vento pulito, con un odore che non ha un nome preciso: erba secca, roccia calda, qualcosa di lontano che potrebbe essere mare o potrebbe essere pianura.
A quota 1.651 incontro il bivio — una freccia di legno indica verso nord-est: Ricovero Rio Grande. Questa è la mia direzione. Ma prima continuo ancora qualche minuto fino al punto in cui il bosco riprende sulla dorsale e il sentiero 619A si stacca verso il basso a sinistra con una logica di discesa che si sente già nelle gambe come un cambio di ritmo.
«Che i posti belli vengano rovinati prima che io li trovi.» Questa paura ha un nome clinico — solastalgia, il dolore per la degradazione del proprio ambiente. È una paura che cresce nelle persone sensibili, che spesso le paralizza invece di spingerle all’azione. Il Ricovero Rio Grande risponde a questa paura nel modo più diretto possibile: venire qui, vedere il danno. Il bosco non si protegge solo ammirando le parti intatte — si protegge anche raccogliendo quello che altri hanno lasciato dove non doveva stare.
………… Il progetto avanza.
«Il bosco umido e scuro.» Più chiuso, meno luminoso, con una temperatura che scende di due gradi appena si entra sotto la volta. Per chi teme il bosco questo tipo di vegetazione densa può sembrare oppressivo. Ma è esattamente qui che si trovano i funghi, le orchidee selvatiche, i nidi degli uccelli — la vita più intensa del bosco sta dove la luce è più scarsa. Il buio del bosco non è vuoto. È pieno.

«Che il bosco non sia per tutti allo stesso modo.» La rana verde sul muro del Rio Grande è anche questo — il segno di qualcuno che ha usato questo posto come tela invece che come riparo. C’è una differenza profonda tra chi entra in un ricovero di montagna sentendo il peso di chi lo ha costruito e di chi lo ha usato, e chi entra sentendo solo lo spazio vuoto disponibile. Insegnare al bosco significa insegnare questa differenza. Non con la morale — con la storia. Con i nomi dei pastori di Monteorsaro che salivano qui ogni estate con le greggi e non lasciavano niente che non fosse necessario.

Annotazione a margine, scritta seduto sul masso fuori dalla porta del ricovero: La rana aveva gli occhi grandi. Li ricorderò più a lungo di quanto vorrei. Non so se questo sia un problema della rana o mio.


