Ricovero Monte Cisa

«Non sapere cosa c’è oltre la curva.» Il sentiero che sale verso una cresta che nasconde tutto quello che sta oltre. Chi teme il bosco teme spesso questa opacità — il non poter vedere in anticipo. Ma ogni sentiero che sale rivela progressivamente il paesaggio: non tutto in una volta, a rate. È il modo più onesto di conoscere un posto.*
Ricovero Monte Cisa

«Trovare il bosco già violato.» Questa è una paura reale e legittima — arrivare in un posto che doveva essere intatto e trovare i segni di qualcuno che è passato prima portando danno. Il Ricovero Rio Grande è stato violato. Ma la sua struttura portante è integra, il focolare è intatto, le pareti reggono. Il bosco e la pietra hanno una resilienza che il vandalismo non cancella completamente. Il danno c’è. Non è l’ultima parola.
Ricovero Monte Cisa

Il Sentiero del Rio Grande e il Ricovero Profanato Appennino Reggiano · Ricovero Passo della Cisa — Sentiero 623 — Ricovero Rio Grande — Sentiero 619A
Tarda mattina 44°19’N — 10°08’E · Sentieri 623 e 619A
Ricovero Passo della Cisa, quota 1.547 m La partenza dalla soglia alta
Il cielo a sud-ovest si è aperto nelle ultime due ore — da quella parte le creste verso la Toscana sono adesso nitide, disegnate con una precisione che il mattino nebbioso non permetteva. Verso nord, invece, la val d’Ozola è ancora sepolta in uno strato basso di nuvole che si muove lentamente verso est come qualcosa che non ha fretta di andare da nessuna parte. Sono in mezzo a due regimi meteorologici diversi che convivono sullo stesso crinale senza accordarsi.
Il Passo della Cisa è uno di quei luoghi dell’Appennino in cui si sente fisicamente la doppia appartenenza del territorio — emiliano a nord, toscano a sud, con una linea di demarcazione che non è una riga su una carta ma una differenza concreta di vento, di luce, di temperatura dell’aria. Stare sul passo significa stare nel mezzo di questa differenza.
Prendo il sentiero 623 verso sud-est. La direzione è quella del Monte Cusna — la cima si vede ancora da qui, coperta dagli ultimi sprazzi di neve dal medio crinale e si intuisce dalla qualità dello spazio che si apre davanti: più grande, più alto, più deciso.
Sentiero 623, dorsale verso il Monte Cusna, quota 1.590 m Il sentiero che apre il mondo
Il 623 lascia il bosco poco dopo il passo e sale deciso costeggiando la dorsale aperta e in alcuni punti parallelo alla strada carrabile sbarrata per evitare che si possa salire in macchina. Verso est si apre la valle del Secchia — profonda, verde, con i paesi della bassa valle che si intuiscono come puntini bianchi nella foschia lontana. La Pietra di Bismantova emerge dall’ondulazione delle colline reggiane con la sua forma inconfondibile di mesa, isolata e verticale come qualcosa piantato nel paesaggio da una mano diversa da quella che ha fatto tutto il resto. Verso ovest, le Alpi Apuane iniziano a mostrarsi sopra le creste toscane — bianche di calcare, taglienti, con quella qualità di oggetti che appartengono a un altro ordine di grandezza rispetto all’Appennino arrotondato che le circonda.
Il sentiero sale su terreno marnoso e arenaceo, con affioramenti di roccia grigio-beige che formano gradini naturali. In certi punti le pietre sono levigate dal passaggio di decenni di suole — un lucido sottile, quasi impercettibile, che distingue le rocce di sentiero da quelle di versante. Ogni pietra levigata è il risultato di migliaia di passi. È una statistica che diventa superficie.
Il vento da ovest arriva qui senza filtri — non c’è bosco a spezzarlo, non c’è dosso a deviarlo. È un vento pulito, con un odore che non ha un nome preciso: erba secca, roccia calda, qualcosa di lontano che potrebbe essere mare o potrebbe essere pianura.
A quota 1.651 incontro il bivio — una freccia di legno indica verso nord-est: Ricovero Rio Grande. Questa è la mia direzione. Ma prima continuo ancora qualche minuto sul 623, fino al punto in cui il bosco riprende sulla dorsale e il sentiero 619A si stacca verso il basso a sinistra con una logica di discesa che si sente già nelle gambe come un cambio di ritmo.
Bivio 623 / 619A, quota 1.651 m Il punto in cui si scende
Il bivio è segnalato da un palo con due frecce — una che punta in su verso il Cusna, una che punta in basso verso il Ricovero Rio Grande. La freccia verso il basso è quella più consunta, più colpita dal vento, con la vernice più sbiadita: è la direzione meno frequentata, quella che porta a qualcosa di secondario rispetto alla cima. Ma per me è la direzione principale.
Prendo il 619A verso nord-est. Il sentiero rientra immediatamente nel bosco — questa volta non la faggeta aperta e ariosa del versante reggiano, ma qualcosa di più compatto, più umido, con sottobosco fitto di felci e mirtillo e una lettiera di foglie così spessa che i piedi affondano di tre centimetri a ogni passo. Il terreno è più ricco qui, più scuro, con quella consistenza dell’humus antico che si è accumulato per decenni senza essere disturbato dal macerarsi di foglie e piante. La distanza che vi libera da questo ambiente cupo si colma pochi istanti dopo dove una bellissima radura verde maculata da enormi cespugli di ginepro si inchina al grande gigante che ci guarda dall’alto.
Sentiero 619A, scorrimento verso il Rio Grande, quota 1.610 m L’acqua che si annuncia
Il sentiero scende verso nord seguendo il bordo di un impluvio — una delle depressioni naturali del versante dove l’acqua piovana si raccoglie e trova il suo percorso verso il torrente sottostante. Non c’è ancora acqua visibile, ma il terreno cambia composizione: più argilloso, più plasticamente modellato dai flussi stagionali, con piccole erosioni laterali che formano incisioni parallele come righe su un foglio. L’odore si fa più ricco — terra bagnata, foglia in decomposizione, qualcosa di ferroso che viene dalla roccia sottostante.
Sento il Rio Grande prima di vederlo, seguo il suo richiamo e il suono basso e continuo, con variazioni ritmiche irregolari — non il gorgoglio veloce di un ruscello di quota, ma qualcosa di più profondo e deliberato, come se l’acqua avesse qui una massa sufficiente per avere carattere proprio. Il bosco si addensa ulteriormente lungo il primo piccolo fluente che si riversa arzillo, dentro al corso d’acqua principale qualche passo oltre mostra la sua discesa a valle con piccoli balzi e ancora qualche lingua di neve che ne arricchisce le fredde acque— ontani neri crescono ai margini del rio con i tronchi inclinati sull’acqua, le radici esposte e intrecciate come dita che trattengono la riva.
Attraverso il rio su alcune pietre piatte. L’acqua è fredda anche a settembre — si sente solo al tocco del bastoncino, ma basta. Ha quella temperatura dell’acqua che viene da sorgenti profonde, non scaldata dalla superficie.
Ricovero Rio Grande, quota 1.583 m La seconda casa — e quello che le hanno fatto
Lo vedo dalla distanza di quaranta metri molto prima di arrivare al fiume e già qualcosa non torna. Non è la struttura — la struttura è in piedi, solida, riconoscibile. È il colore. Tra le pietre grigie del versante e il verde scuro della faggeta, c’è una macchia cromatica che non appartiene a questo bosco: un verde brillante, quasi fluorescente, che emerge dal lato est del ricovero con la forza di un oggetto che non chiede permesso di stare dove sta.
Mi avvicino.
La storia: Il Ricovero Rio Grande è una delle strutture più antiche del sistema di bivacchi del versante reggiano del Monte Cusna. Costruito presumibilmente tra gli anni Trenta e Quaranta del Novecento, serviva principalmente come appoggio per i pastori di Monteorsaro durante la transumanza estiva verso i pascoli d’alta quota — il Rio Grande era uno dei punti di abbeverata naturale delle greggi lungo il percorso di salita. In estate il ricovero ospitava i pastori per settimane, in autunno veniva usato dai taglialegna che lavoravano il bosco di faggio sul versante. La struttura è in muratura di arenaria locale a secco, con alcune giunture poi integrate con malta grossolana in un restauro successivo — probabilmente anni Sessanta. Pianta rettangolare di circa 4×5 metri, tetto rifatto non tantissima anni fa. Una finestra con apertura verso Sud. Porta metallica su cerniere robuste. Era un posto di lavoro, non di vacanza: le dimensioni sono esattamente quelle necessarie, niente di più.
Il degrado: Entro e sul muro di laterale — quello che un tempo era semplicemente la parete interna di pietra grigia — qualcuno ha dipinto con bombolette spray una rana. Non uno scarabocchio, non una firma anonima: una rana verde, grande tutta la parete e oltre, realizzata con una tecnica da murales urbano che in un altro contesto potrebbe essere considerata abile. Con gli occhi gialli spalancati e le zampe anteriori appoggiate su di un filo d’erba in un gesto che potrebbe essere uno sguardo attento a chi entra. I colori sono verde brillante, verde più chiaro, bianco per le rifiniture — tre bombolette almeno, forse cinque. Il lavoro ha richiesto tempo: non è stato fatto in fretta, di passaggio. Qualcuno ha portato le bombolette fin qui, ha aperto la porta, ha scelto questo muro specifico, ha lavorato abbastanza a lungo da completare una figura di quella dimensione. Almeno a riportato a casa le bombolette utilizzate per la sua grande opera idiota.
Mi fermo a lungo davanti alla rana. Non riesco a decidere esattamente cosa provo. C’è qualcosa di tecnicamente competente nell’esecuzione — le proporzioni sono corrette, la prospettiva è gestita, i colori sono scelti con una logica cromatica. E poi c’è il fatto incontrovertibile che questo è il muro sbagliato, questo è il posto sbagliato, e che chiunque l’abbia fatto lo sapeva perfettamente mentre lo faceva. La qualità dell’esecuzione non giustifica la scelta del contesto. Anzi, la peggiora — perché dimostra che c’era abbastanza consapevolezza da capire cosa si stava distruggendo.
Il resto dell’interno: sono altre scritte, tre sedie pericolanti, la parte superiore di un tavolo senza i piedi e una piccolo comodino con sopra una griglia il diario del bivacco e altri libri rinchiusi dentro ad una cassetto aperto di rado. Il tutto mescolato a detriti ed escrementi di ghiri ciccioni.
Prima di uscire mi giro ancora una volta verso la rana. Gli occhi spalancati mi guardano dalla parete di pietra grigia con un’espressione che non ha nome preciso. Non è innocente — è troppo grande, troppo presente, troppo deliberata per essere innocente. Ma è anche, in qualche modo, impossibile da ignorare. Sarà qui quando tornerò. Sarà qui quando verrà qualcun altro.
Chiudo la porta. Il bosco fuori è silenzioso. Il Rio Grande scorre trenta metri più in basso con il suo suono continuo e indifferente.
«Che i posti belli vengano rovinati prima che io li trovi.» Questa paura ha un nome clinico — solastalgia, il dolore per la degradazione del proprio ambiente. È una paura che cresce nelle persone sensibili, che spesso le paralizza invece di spingerle all’azione. Il Ricovero Rio Grande risponde a questa paura nel modo più diretto possibile: venire qui, vedere il danno. Il bosco non si protegge solo ammirando le parti intatte — si protegge anche raccogliendo quello che altri hanno lasciato dove non doveva stare.
«Il bosco umido e scuro.» Più chiuso, meno luminoso, con una temperatura che scende di due gradi appena si entra sotto la volta. Per chi teme il bosco questo tipo di vegetazione densa può sembrare oppressivo. Ma è esattamente qui che si trovano i funghi, le orchidee selvatiche, i nidi degli uccelli — la vita più intensa del bosco sta dove la luce è più scarsa. Il buio del bosco non è vuoto. È pieno.
Ricovero Ronco Piano

«Che il bosco non sia per tutti allo stesso modo.» La rana verde sul muro del Rio Grande è anche questo — il segno di qualcuno che ha usato questo posto come tela invece che come riparo. C’è una differenza profonda tra chi entra in un ricovero di montagna sentendo il peso di chi lo ha costruito e di chi lo ha usato, e chi entra sentendo solo lo spazio vuoto disponibile. Insegnare al bosco significa insegnare questa differenza. Non con la morale — con la storia. Con i nomi dei pastori di Monteorsaro che salivano qui ogni estate con le greggi e non lasciavano niente che non fosse necessario.

Annotazione a margine, scritta seduto sul masso fuori dalla porta del ricovero: La rana aveva gli occhi grandi. Li ricorderò più a lungo di quanto vorrei. Non so se questo sia un problema della rana o mio.

