Uno di questi casotti, raggiunto dopo quattro ore di cammino nel settembre scorso, aveva ancora la vecchia stufa in ghisa. Sul pavimento, qualcuno aveva lasciato una candela e una scatola di fiammiferi — gesto antico, gesto di cura. Qualcuno era ancora lì, almeno nel pensiero. Ma il tetto perdeva, e le pareti mostravano crepe che non erano di ieri.

Nell’Appennino reggiano, a quote che oscillano tra i settecento e i duemila metri, esistono piccole architetture di necessità: casotti, bivacchi, ricoveri di fortuna che il tempo e il vento hanno consegnato al silenzio. Non nacquero per il turismo, né per il piacere della camminata. Nacquero dal lavoro: dalla fatica silenziosa degli operai e dei tecnici che, lungo i decenni centrali del Novecento, percorrevano questi crinali per costruire e sorvegliare le linee elettriche dell’alta montagna ed altre attività. Erano strutture funzionali, sobrie, talvolta rozze — eppure costruite per durare. Muri in pietra locale, tetti di lamiera o scandole, porte basse contro il vento. Un focolare, poche assi per dormire, il minimo necessario per resistere a una notte fuori stagione. Il loro nome tecnico era ricovero per manutentori, pastori, tagliaboschi, ecc… 

“Si partiva all’alba da Ligonchio o da Febbio, con gli attrezzi in spalla e la cartina “mnemonica” tramandata dai nonni e padri, in testa.  Se il tempo girava, si dormiva lassù. Il casotto era piccolo, freddo, ma era casa, dopo ore di lavoro o per emergenza.

Questi operai non erano alpinisti nel senso sportivo del termine: erano lavoratori di montagna, con una conoscenza del territorio fatta di abitudine, di stagioni accumulate, di rispetto quotidiano per il meteo e per il terreno. I ricoveri che costruirono — o che fecero costruire — erano parte di un’infrastruttura invisibile ma essenziale. Oggi quella rete è in gran parte automatizzata, i sorveglianti non salgono più a piedi, e quei rifugi hanno perso la loro funzione originaria.

Il progetto: conoscenza come forma di sicurezza

Questo progetto nasce da una domanda semplice e urgente: quanti frequentatori della montagna reggiana sanno che esiste quella struttura, a tre ore di cammino dalla strada, che in caso di emergenza potrebbe salvare una vita?

La risposta onesta è: pochissimi. Le carte escursionistiche non sempre li riportano o li riportano non come punti di emergenza. Le associazioni locali li conoscono per tradizione orale, senza mai la certezza assoluta della loro locazione, ma quella tradizione si sta assottigliando di generazione in generazione. Questo progetto vuole colmare quella lacuna — non con un catasto burocratico, ma con racconti.

Ogni storia descrive un luogo preciso: come raggiungerlo, in che condizioni si trova, cosa offre a chi arriva inzuppato e stanco dopo che il temporale ha trasformato il sentiero in un ruscello. Ma racconta anche chi lo ha costruito, chi lo ha abitato, che cosa rappresentava per quella comunità montana ormai trasformata. Conoscere un posto significa dargli un nome, una storia, un volto — e solo allora ci si ricorda di lui quando serve.

Documentazione sul campo. Ricognizioni dirette, fotografie, rilievi metrici e valutazione dello stato strutturale di ciascun bivacco.

Memoria storica. Raccolta di testimonianze, documenti d’archivio, fotografie d’epoca legate alla vita lavorativa in montagna.

Sicurezza escursionistica. Georeferenziazione e descrizione pratica di ogni riparo come risorsa concreta per chi percorre questi versanti.

Narrazione del territorio. Ogni bivacco come nodo di una rete di storie — lavoratori, pastori, partigiani, nevicate, vite costruite in quota.

L’abbandono: una critica necessaria, senza rassegnazione

Sarebbe disonesto non dirlo: molti di questi luoghi sono in stato di abbandono avanzato. Chi li visita oggi trova spesso porte divelte, finestre sbarrate con assi marce, tetti che cedono sotto i carichi di neve. L’umidità ha conquistato le murature. I sentieri che li raggiungevano — segnati un tempo da passaggi quotidiani — sono stati lentamente restituiti al bosco: rovi, frane, radici che rompono il fondo, tracce che si perdono nel nulla. Alcuni ricoveri sono diventati di fatto irraggiungibili senza esperienza e orientamento.

La responsabilità è diffusa e, per questo, difficile da attribuire con precisione. Le amministrazioni comunali, spesso con risorse esigue, non hanno avuto modo di includerle nei piani di manutenzione sentieristica. Le sezioni delle Associazioni che “dovrebbero” promuovere la montagna locali fanno quello che possono, ma il lavoro è vasto e i volontari sono pochi, ma soprattutto ridipingono i sentieri “turistici” quelli che sono più frequentati. Non si tratta di colpevolizzare nessuno: si tratta di nominare un problema che esiste, perché nominarlo è il primo passo per affrontarlo, dato che è difficile perdersi su sentieri molto battuti.

Perché i racconti, e non un rapporto tecnico

Avremmo potuto — e forse qualcuno lo farà — produrre un censimento, una scheda tecnica per ogni struttura, un database geolocalizzato. Sarebbe utile. Ma i racconti fanno qualcosa di diverso: restituiscono a un luogo la sua densità. Un bivacco non è solo una coordinata GPS e una valutazione da uno a cinque stelle sullo stato del tetto — è un punto del mondo dove qualcosa è accaduto, dove qualcuno ha dormito con il vento che fischiava fuori, dove qualcuno ha aspettato che smettesse di nevicare bevendo un caffè allungato da una borraccia semivuota.

Raccontare questi luoghi è un modo per renderli presenti nella mente di chi cammina. E una cosa che esiste nella mente — che ha un nome, una faccia, una storia — viene cercata quando se ne ha bisogno. Viene rispettata. Viene, forse, difesa.

I racconti che seguono non hanno pretese letterarie eccessive. Vogliono essere precisi come una carta, ma vivi come una conversazione attorno a un fuoco. Parlano di luoghi reali, raggiungibili, spesso ancora funzionali nella misura del minimo necessario. Parlano di un Appennino che non fa notizia, che non è famoso come le Dolomiti né selvaggio come le Alpi Carniche — ma che ha una sua bellezza ostinata, fatta di faggi storti, di nebbia bassa, di pietra arenaria che assorbe la pioggia e la restituisce in sorgenti.

È un Appennino che merita di essere conosciuto. E questi ricoveri — piccoli, dimenticati, spesso malandati — sono parte di quella conoscenza.


Richiedi informazioni

Prenota un confronto.

Sempre a disposizione