Bivacco Piccini - Rifugio Battisti

«Partire senza vedere la meta.» Il Rifugio Battisti non è visibile dal parcheggio — è nascosto da trecentosettanta metri di dislivello e da un bosco di faggio che non lascia trapelare niente. Molte persone vivono questa invisibilità della meta come un’incertezza che fa voltarsi verso l’auto. Il sentiero risponde a questa paura passo per passo — non mostra tutto subito, rivela a rate. Il bosco di faggio è il primo regalo lasciando spazio ad abete millenari e altissimi. Poi arriva il crinale. Poi il rifugio.
«Il rifugio come posto troppo frequentato per essere autentico.» In luglio e agosto può essere pieno. Ma la sua autenticità non dipende dal numero di persone presenti — dipende dalla frase sul muro: “Qui il silenzio dell’aurora dura tutto il dì”. Quella frase era sul muro del rifugio distrutto nel 1944. Qualcuno l’ha cercata, l’ha trovata, l’ha rimessa sul muro del rifugio ricostruito nel 1970. È la continuità più fisica che esista tra un prima e un dopo.

«Che il bosco sia senza connessioni con il mondo umano.» I ciottoli bordo-sentiero della Via Matildica, il rifugio costruito dagli operai nel 1925, la frase sul muro sopravvissuta alla guerra, il Locale Piccinini sempre aperto, il trattore che porta i viveri ogni settimana — questo passo di Lama Lite è uno dei punti più connessi alla storia umana che io abbia trovato in questa ricognizione. Non è un bosco isolato. È un bosco che porta il peso di tutta la storia che ci è passata attraverso, dai pellegrini di Matilde ai partigiani del 1944 ai gestori reggiani che inaugurarono la ricostruzione il 19 luglio 1970.

«Il posto che ha visto troppa storia per essere ancora sereno.» La frase sul muro del Battisti — “Qui il silenzio dell’aurora dura tutto il dì…” — fu messa sul muro originale nel 1925 da antifascisti che costruivano un rifugio con i soldi degli operai. Fu demolita dai tedeschi nel 1944 insieme a tutto il resto. Fu ricercata e rimessa su un muro nuovo nel 1970 da persone che avevano deciso che quella continuità valeva l’impegno di trovarla. Non è un posto che ha visto troppa storia. È un posto che ha usato la storia per diventare più solido.

«Che questo non sia per me.» Il Rifugio Battisti fu costruito nel 1925 dagli operai. Fu ricostruito nel 1970 con i soldi raccolti tra i soci e le banche reggiane. Ha otto posti nel bivacco invernale sempre aperto e la frase di un anonimo sul muro che invita a restare. Non è un posto costruito per i forti — è un posto costruito da chi credeva che la montagna appartenesse a chiunque avesse voglia di salire. Quello stesso principio vale ancora. Vale adesso. Vale per chiunque arrivi al ponte del Rio Lama con le scarpe giuste e una mattina libera.

La Via che Sale verso i Giganti Appennino Reggiano · Ponte Rio Lama 1.531 m— Rifugio Cesare Battisti 1.803 m
Domenica, un giugno già caldo nella pianura, ancora fresco in quota 44°14’N — 10°20’E · Valle del Rio Lama — Lama Lite
Parcheggio Ponte Rio Lama, quota 1.531 m Dove finisce la strada e inizia il bosco vivo
Da Civago si sale a destra a Case Cattalini e si prosegue in auto lungo la pista forestale che in 8 km porta al parcheggio presso il ponte sul Rio Lama. La pista finisce qui — una sbarra metallica sbarra la strada, indica che oltre si cammina, non si guida. È la discriminante più fisica che esista tra il mondo motorizzato e il mondo del passo umano.
Il parcheggio al ponte sul Rio Lama è uno spiazzo di ghiaia con tre macchine già ferme alle sei e mezza di mattina. Una di esse ha un adesivo di Reggio Emilia, le altre due anonime e attempate. Il Rifugio Battisti sta al centro di una rete di sentieri che viene sia dall’Emilia che dalla Toscana — è raggiungibile da Civago, Febbio, Ligonchio, dal Passo delle Radici e delle Forbici, dalla Garfagnana e dal Passo di Pradarena. Chi parcheggia qui stamattina viene dalla pianura padana. Chi arriverà al rifugio da sud viene dal Tirreno. Si incontreranno a 1.803 metri su un pianoro di pascolo che non appartiene né all’uno né all’altro versante (lama Lite).
Il Rio Lama scorre sotto il ponte con una voce diversa da tutti gli altri ruscelli di questa ricognizione. Non è la voce discreta dei ruscelli di mezzacosta, non è il bisbiglio del rio di fondovalle — è una voce piena, con corpo, con velocità. Giugno è il mese in cui la neve del crinale si scioglie di notte e scende di giorno, e il Rio Lama porta in questo momento il lavoro di discioglimento di tutta la catena superiore. L’acqua è grigio-azzurra, opaca, con quella qualità della neve disciolta che non è ancora diventata acqua di pioggia — è ancora qualcos’altro, qualcosa di più recente.
Il Monte Prado non si vede da qui. Il Monte Cusna non si vede da qui. Sono nascosti dalla faggeta che si alza su tutti i lati come un sipario chiuso. Ma si sentono — nel modo in cui il vento scende dal nord con una temperatura che la quota giustifica, nel modo in cui l’aria ha quella leggerezza specifica dei 1.500 metri, nel modo in cui già a quest’ora c’è luce piena e il sole è già oltre i faggi orientali.
………… Il progetto avanza.
«La quota che sembra troppa.» La prima visione del Monte Prado da questo tratto del sentiero produce in alcune persone un senso di scoraggiamento — quella cima è lontana, è alta, è coperta da nuvole bianche che si formano e si disfano nel giro di minuti. Ma il Rifugio Battisti non è sulla cima. Il Rifugio Battisti è nel valico, sotto le nuvole, raggiungibile da chiunque dal parcheggio. La quota fa paura quando si guarda la cima. Si ridimensiona quando si guarda dove si deve arrivare davvero.
«Bagnarsi i piedi senza saper continuare.» I tre guadi degli affluenti sono il tipo di ostacolo che spaventa chi non ha esperienza — non l’acqua profonda, non il torrente impetuoso, ma quella fascia di acqua piccola e fredda che bisogna attraversare sapendo che dall’altra parte le scarpe saranno bagnate. Il sentiero insegna che i guadi si leggono prima di attraversarli: si valuta la profondità, si cerca la pietra piatta, si usa il bastone come terzo punto di appoggio. Non è tecnica — è buon senso rallentato.

«Il vento che spaventa in quota.» Il vento che sfreccia sulle punte del Prado e del Cusna questa mattina è un vento di giugno — ancora gentile, ancora pulito, ancora senza la violenza dell’autunno. Ma è già abbastanza da rendere la cresta un posto diverso dal bosco sottostante: più esposto, più fisico, più onesto nelle sue condizioni. Il Rifugio Battisti risponde a questa paura con la sua posizione: non sulla cima, ma nel valico. Il valico è il posto in cui il vento passa ma non staziona. Il rifugio è costruito esattamente per il momento in cui il vento decide di fermarsi.

«Non meritare la cima.» La frase sul muro del Battisti risponde a questa paura meglio di qualsiasi cosa io potrei scrivere. Non dice “ben arrivato”, non dice “ce l’hai fatta”. Dice che il silenzio dura tutto il giorno, e che ti piaccia restare. Non è un traguardo — è un invito. La differenza è tutto.

«Che la montagna non ricordi di me.» L’uomo anziano con lo zaino vecchio e pesante che si è seduto al tavolo senza guardarsi intorno — lui è stato qui cento volte. La montagna lo conosce nel senso più concreto: lui conosce ogni tratto del sentiero, ogni variazione del vento al passo, ogni qualità della luce nelle diverse stagioni. Non è la montagna che lo ricorda — è lui che porta la montagna dentro di sé. Il bosco non ha memoria degli individui. Ha la forma lasciata da tutti loro insieme.


Annotazione a margine, scritta al tavolo del piazzale con la vista del Prado e del Cusna: “Qui il silenzio dell’aurora dura tutto il dì, piacciati di ristare in questo loco.” Qualcuno l’ha cercata dopo la guerra. L’ha trovata. L’ha rimessa sul muro. Non so chi. Non so come. So che quella ricerca è la cosa più importante che sia stata fatta su questo passo dall’agosto del 1944 in poi.






