Bivacco Segheria - Rifugio

«La montagna come posto lontano da tutto.» Civago ha i cartelli per le passeggiate botaniche in Braille — li ha scelti non per caso, ma perché ha deciso che il bosco è accessibile a chiunque voglia arrivarci. Il sentiero è classificato T — turistico, adatto a tutti. Non è un tentativo di minimizzare la montagna. È un modo preciso di dire che la montagna non è riservata ai forti. Chiunque può partire da Case di Civago e arrivare al Rifugio Segheria. L’accessibilità non toglie niente alla montagna — le aggiunge persone.

«Il posto che sembra troppo piccolo per contenere tutta la sua storia.» Il Rifugio San Leonardo ha dodici posti letto e un prato con dei tavoloni di legno. Ha anche nove secoli di storia documentata e probabilmente altri due o tre di storia non documentata. Non è un museo — è un posto dove si mangia e si dorme. La storia non lo rende più grande fisicamente. Lo rende più profondo. I posti profondi non hanno bisogno di essere grandi.

«Il bosco di conifere come posto tetro.» La reputazione delle foreste di abeti come luoghi cupi e oppressivi viene da racconti nordici, dai boschi di abete rosso in formazioni dense e monotone. L’Abetina Reale è il contrario di quello — è un bosco misto, con gli abeti bianchi che emergono dalla faggeta in modo non regolare, che lasciano la luce passare tra loro, che creano un paesaggio verticale vario e articolato. Non è cupo. È semplicemente alto.

Casa del Custode

«Il bosco come posto in cui la storia pesa.» La storia partigiana di questa valle è una storia di persone normali che hanno fatto cose straordinarie in circostanze che non avrebbero scelto. Non è una storia da museo — è una storia da camminare. Ogni passo su questo sentiero è un passo sullo stesso terreno che loro hanno percorso in condizioni incomparabilmente più difficili. Il peso non schiaccia — orienta.

«Il progetto che non serve a nessuno.» Mille operai ogni estate alla segheria. Un ospizio aperto per trecento anni sul Dolo. I ciottoli posati da mani sconosciute per rendere percorribile una strada che portava da Reggio a Lucca. I partigiani che usavano il bosco come rifugio e come via di collegamento. Ogni cosa in questa valle è stata costruita perché serviva a qualcuno — non a tutti, non per sempre, ma a qualcuno in un momento preciso. Il Progetto Bosco serve alle persone che hanno paura del bosco. Non è meno urgente di qualsiasi altra cosa che sia mai stata costruita in questa valle.

La Valle che Ricorda Tutto Appennino Reggiano · Civago 920 m — Rifugio San Leonardo — Rifugio Segheria dell’Abetina Reale 1.410 m

Lunedì, un giugno che ha trovato il suo ritmo 44°15’N — 10°17’E · Valle del Torrente Dolo

Civago, Case di Civago, quota 920 m Il paese che sa dove si trova

Civago non è il tipo di paese che si raggiunge per caso. Sta alla fine di una strada provinciale che non porta da nessuna altra parte — si arriva a Civago perché si vuole arrivare a Civago, o perché si vuole andare oltre Civago, nella valle che si apre alle sue spalle verso nord-est. La piazza è piccola, le case in arenaria locale sono compatte e ravvicinate come in tutti i borghi dell’Appennino che hanno imparato a proteggersi dal vento, e dalla parte nord del paese — quella che guarda verso il bosco — si vede già la faggeta che sale sul versante del Monte Penna con quella verticalità che non lascia dubbi su cosa aspetti oltre le prime case.

Civago è base di partenza per passeggiate botaniche tra boschi di castagni e ontani centenari, oppure per l’escursione che attraverso le abetaie rosse e bianche dell’Abetina Reale porta al Rifugio Segheria e più in alto al Rifugio Battisti. Ma stamattina non parto dalla piazza — parto da Case di Civago, la frazione più alta, dove l’asfalto finisce e inizia lo sterrato, dove le ultime case cedono il posto ai primi abeti e dove il sentiero comincia senza cerimonie con un segnavia biancorosso su un paletto di legno.

Lo sterrato permette la sosta — parcheggio nell’ultimo slargo prima del cancello del Parco Nazionale. Oltre quel cancello, nessun mezzo motorizzato autorizzato. Il sentiero impiega circa un’ora e mezza a piedi per raggiungere il Rifugio Segheria, sono quattro chilometri per un totale di quattrocento metri di dislivello positivo. Quattrocento metri in quattro chilometri — una pendenza media del dieci per cento, costante, sostenibile, il tipo di salita che si percorre in conversazione senza togliere il fiato.

Giugno a questa quota ha una qualità che conosco: l’erba è nel suo verde massimo, non ancora bruciata dall’estate piena, con i fiori di prato ancora intatti — genziane gialle, orchidee selvatiche viola scuro, ranuncoli. I castagni ai margini dello sterrato hanno le foglie nuove, grandi e lucide, con quel verde che sembra verniciato. L’aria ha già il calore del giugno, ma filtrato dall’ombra degli alberi che cominciano subito oltre lo sterrato. È la qualità dell’aria che si respira soltanto in quota, in giugno, nei boschi dell’Appennino.

Fondovalle del Torrente Dolo, quota 960 m L’acqua che accompagna

Il sentiero avanza in moderata salita lungo la valle del Torrente Dolo che si costeggia tra splendidi faggi e conifere. Il Dolo scorre sulla sinistra del sentiero per buona parte del percorso — non sempre visibile, ma sempre udibile. Ha la voce di giugno: alta, con quella pienezza data dallo scioglimento tardivo delle nevi sul Monte Prado, con variazioni ritmiche che seguono il profilo del letto e che rendono il suono del fiume qualcosa di mai monotono. Non è uno sfondo — è una presenza parallela.

Il sentiero in questo tratto basso è tecnicamente una carraia — larga, con il fondo in terra compatta, con i segnavia biancorossi regolari. Ma la larghezza non diminuisce la qualità del bosco ai lati: i faggi cominciano quasi subito, mischiati agli ontani neri lungo il corso del Dolo, e già a quota 970 appaiono i primi abeti bianchi — non giovani, non piantati di recente, ma alberi adulti con i tronchi che hanno già superato il mezzo metro di diametro e le chiome che emergono sopra i faggi con quella verticalità piramidale che li distingue da qualsiasi altro albero del bosco appenninico.

Il muschio è ovunque in questa valle. Non il muschio sottile delle zone asciutte, ma un muschio denso, spesso, che colonizza ogni superficie orizzontale con una completezza quasi ossessiva — pietre del letto del rio, radici esposte, ceppi dei faggi abbattuti dall’inverno, la base delle pietre dei muretti a secco ai margini della carraia. Il verde del muschio a giugno, con la luce che filtra in modo obliquo dai faggi, ha una qualità che nessun pittore ha mai replicato esattamente — troppo luminoso per essere sintetico, troppo vivo per essere decorativo.

Sul terreno, tra le radici dei faggi, le prime orchidee selvatiche della stagione: Orchis mascula, il satirione maschio, con i fiori viola scuro disposti in spiga compatta. Cresce ai margini del sentiero in tre punti distinti, come se qualcuno le avesse piantate con criterio decorativo. Nessuno le ha piantate — sono qui da prima che il sentiero esistesse, e probabilmente ci saranno ancora quando il sentiero sarà di nuovo bosco.

Fonte e bivio per il Rifugio San Leonardo, quota 1.050 m Il cartello e la deviazione

Si giunge a una fonte — bivio per il rifugio San Leonardo — dopo la quale si prosegue. La fonte è una struttura in pietra con un tubo metallico che eroga acqua in modo continuo, fredda anche in giugno perché viene da sorgenti profonde nel versante. Bevo, riempio la borraccia, mi fermo un momento. Il bivio indica a sinistra, il Rifugio San Leonardo — duecento metri di deviazione che valgono tutta la mattinata. Prendo quella direzione senza esitazione.

Rifugio San Leonardo al Dolo, quota 1.075 m Il posto che dura da mille anni

A solo mezz’ora di cammino dal paese di Civago, nel cuore del Parco Nazionale dell’Appennino Tosco Emiliano, si trova il Rifugio San Leonardo al Dolo. Il Rifugio San Leonardo al Dolo è un gioiello naturale e culturale nel cuore dell’Appennino Reggiano. Qui, da oltre mille anni, l’antico Hospitale di San Leonardo accoglie i viandanti offrendo ristoro e accoglienza.

Lo vedo prima attraverso gli alberi — una costruzione in pietra grigia addossata al versante sinistro del Dolo, con un prato verde davanti e il torrente che scorre a pochi metri. Poi lo vedo per intero: un’antica costruzione in pietra, millenaria, sorge nel cuore del Parco. Sono le vestigia di un Ospitale medievale con tanto di cappelletta. L’accesso allo spazio antistante è libero, ci si può accomodare a uno dei tavoloni allestiti per condividere cibo, racconti, chiacchiere (quando è gestito).

La storia: Un manoscritto dell’Archivio Vescovile di Reggio Emilia attesta che sul versante reggiano della strada delle Forbici, a circa tre chilometri sopra l’odierna Civago, sorgeva un ospizio denominato “Ospizio di S. Leonardo del Dolo”. Tale manoscritto attesta altresì che un Oratorio, annesso all’Ospizio, era stato consacrato prima dell’anno 1191. L’Ospizio di S. Leonardo sul fiume Dolo assicurava quindi una sosta lungo la via che da Reggio conduceva a Lucca per il valico delle Forbici. L’esistenza dell’Ospitale di S. Leonardo al Dolo è documentata già dal XII secolo. La cappella era soggetta al plebanato di Toano ed esistente prima del 1191. Anche se l’ospizio cessò la sua attività nel XV secolo a causa del mutamento del contesto sociale e delle abitudini, la sua presenza, che ha dato origine anche a leggende narrate nell’alta valle, arriva sino ai giorni nostri.

L’Ospitale sorgeva nella parte più alta della valle del Dolo, in una posizione che permetteva un agevole guado del torrente e dominava visivamente il crinale dal Monte Giovarello al Monte Prado. Dall’Ospitale si raggiunge agevolmente il Passo delle Forbici, che da sempre rappresenta un’alternativa per valicare l’alto crinale al più celebre e più battuto Passo delle Radici, più agevole soprattutto per i pellegrini e commercianti che da Reggio Emilia si recavano a Lucca e viceversa o in caso di interruzione della via Bibulca.

La struttura oggi: Situato sulla sponda del torrente Dolo, lungo quella che anticamente era la Via delle Forbici oggi è il sentiero che sale da Civago fino al Rifugio. Moderno e antico nello stesso tempo. Vive nel silenzio di una valle incantata, vicina alla civiltà ma a mille anni dai suoi rumori. I pannelli fotovoltaici forniscono energia pulita. Il boiler a gas consente una doccia calda dopo una giornata di fatica in montagna. Dodici posti letto, spesso in autogestione.

Resto sul prato davanti al rifugio per una sosta più lunga di quanto avessi pianificato. Il prato è verde di un verde che l’ombra dei faggi mantiene umido e fresco anche a giugno. Il Dolo scorre a cinque metri, con quella voce continua che accompagna il rifugio da mille anni — la stessa voce che sentivano i pellegrini medievali quando si fermavano qui prima di affrontare il Passo delle Forbici, la stessa che sentivano i partigiani del 1944 quando questo versante era zona libera, la stessa che sento io adesso.

Ripresa della salita, quota 1.100 m La via dei pellegrini e la via dei boscaioli

Tornato sul sentiero, riprendo la salita verso la Segheria. Qui il sentiero lascia il fondovalle e inizia a salire sul versante — non più parallelo al Dolo, ma trasversale, tagliando il fianco del versante con tornanti che guadagnano quota in modo efficiente senza mai diventare impegnativi.

È in questo tratto che si comincia a capire cosa fosse questa valle prima che diventasse quello che è adesso. Il bosco porta i segni di due storie parallele e quasi opposte: quella dei pellegrini che attraversavano in silenzio cercando di non disturbare niente, e quella dei boscaioli e dei taglialegna che arrivavano con asce, seghe, buoi e carretti e cambiavano il paesaggio in modo radicale.

Sul sentiero, dove la pendenza del versante è meno accentuata, affiorano i ciottoli di una vecchia strada lastricata — non il sentiero attuale, qualcosa di precedente, di più antico e di più costruito. I ciottoli sono piatti, ben allineati, disposti in file parallele con quella precisione che non viene dalla natura ma dalla mano umana. Sono i resti della Via delle Forbici — la strada medievale che i pellegrini e i commercianti percorrevano per attraversare il crinale verso la Garfagnana. I ciottoli delimitavano i lati della strada come corrimano di pietra, permettevano ai carretti di mantenere la traiettoria sul pendio senza scivolare, rendevano il percorso praticabile anche dopo le piogge. Qualcuno ha posato questi ciottoli, uno per uno, con un lavoro che doveva richiedere settimane. Non sappiamo il loro nome. Sappiamo il lavoro che hanno lasciato.

Il sentiero si distacca nei pressi del Rifugio San Leonardo. È il sentiero più antico della vallata. Ben prima dell’anno mille pellegrini e viandanti attraversavano da Modena a Lucca su questa strada. I ciottoli che vedo affiorare sono parte di quella strada — conservati non da un restauro ma dal semplice fatto di essere stati posati troppo bene per sparire del tutto.

Zona di transizione, ingresso nell’Abetina, quota 1.250 m Il bosco che cambia nome

A quota 1.250 il bosco cambia in modo definitivo e preciso. Non è più la faggeta mista che accompagnava il fondovalle — è l’Abetina. L’Abetina Reale è una delle foreste di conifere che nell’Appennino Settentrionale sopravvivono come popolazioni autoctone relitte delle epoche a clima più freddo. Non è un bosco piantato — è un bosco che esisteva già prima che qualcuno decidesse di chiamarlo “Reale”, prima che gli Estensi lo recintassero con i loro decreti, prima che qualsiasi documento ne attestasse la proprietà. È un bosco postglaciale che ha semplicemente continuato a esistere mentre tutto intorno cambiava.

Gli abeti bianchi qui sono diversi da qualsiasi altro abete che abbia mai visto sull’Appennino. Sono antichi nel senso più fisico del termine — tronchi che si alzano diritti per venti, venticinque metri prima di dividersi in rami, con la corteccia grigio-argento che nei soggetti più vecchi assume una texture quasi scagliosa, con le vescicole di resina che affiorano come occhi chiusi lungo il fusto. Le chiome sono piramidali, con i rami che scendono orizzontali e poi si curvano leggermente verso il basso come le falde di una tenda enorme. Sotto queste chiome, la luce è diversa da quella di qualsiasi altro bosco — filtrata attraverso gli aghi, verdissima, con una qualità quasi subacquea che non appartiene alla faggeta né al castagneto.

L’odore è il segnale più immediato del cambiamento: la resina degli abeti bianchi ha un profumo che non si confonde con nient’altro — verde, acre, con una nota quasi medicinale che il calore di giugno intensifica fino a renderla percepibile da venti metri di distanza. Quando entra nell’Abetina, l’aria cambia composizione chimica nel modo più diretto possibile. L’intreccio quasi erotico di grandi tronchi che per cercare la luce, si avvolgono tra di loro in curve delicate e sinuose. La mia fantasia, percepisce un non so che di eccitante ed afrodisiaco, nel pensare a due corpi ruvidi che da secoli si abbracciano e si stringono aiutandosi reciprocamente nel salire verso il celo e il sole.

Rifugio Segheria dell’Abetina Reale, quota 1.410 m La macchina che ha cambiato il bosco

Lo sento prima di vederlo — non il rifugio in sé, ma lo spazio intorno ad esso. La densità del bosco si allenta leggermente, la luce cambia angolazione, e poi appare la radura dove il rifugio è collocato: un edificio che non è piccolo, con davanti un ampio piazzale erboso e ai lati le strutture delle vecchie costruzioni di servizio ancora in piedi e adibite a posti letto.

La struttura oggi: Il rifugio è situato nella parte intermedia della valle del fiume Dolo, nel cuore dell’Abetina Reale, zona posta sul confine tra la Toscana e l’Emilia Romagna, delimitata dal massiccio del Monte Prado. Prende il nome dall’antica segheria costruita alla fine del XV secolo dal Ducato Estense e rimasta in funzione fino alla fine degli anni Sessanta. Il rifugio dispone di un’ampia sala con camino, cucina attrezzata.

La storia della segheria: L’Abetina Reale, già feudo dei Canossa, diventa nel 1415 possedimento degli Estensi, i quali cominciano quello sfruttamento di legname che ha segnato queste foreste fino al XX secolo. Il bosco dell’Abetina Reale donato dai gazzesi agli Estensi nel 1451 veniva sfruttata per il legname. La prima segheria fu costruita in occasione dell’inizio dei lavori per la costruzione della fortezza di Castelnuovo Garfagnana nel 1568: il legname necessario venne in gran parte prelevato dall’Abetina Reale. 

Fu forse nel XVIII secolo che fu impiantata qui la nuova segheria dal primitivo luogo più a valle, ma l’aspetto attuale degli edifici risale ai primi decenni del XX secolo. Dopo l’alienazione a privati fatta dai Savoia appena ereditata la tenuta, le varie società che si sono succedute fino all’ultimo privato Orlando Armenti sfruttarono a pieno le risorse di legname della foresta, riproducendone la materia prima con piantagioni, soprattutto dopo le due guerre mondiali, che richiesero una distruzione quasi totale. 

Il bivacco: Il bivacco del Rifugio Segheria è adiacente al corpo principale — un locale sempre aperto, con quattro posti letto, termosifone elettrico a parete. È la versione moderna, minima del rifugio, quella che rimane aperta quando tutto il resto è chiuso, quella che risponde alla domanda senza fare domande. Fuori odore di legno antico e resina — la resina degli abeti che trasforma tutto in qualcosa di speciale.

Storia del disboscamento Cosa ha fatto il legname a questo bosco

Siedo fuori, al tavolo del piazzale, con il bosco che mi circonda su tre lati. Giugno porta qui un silenzio diverso da quello degli altri mesi — non il silenzio pesante dell’inverno, non quello caldo e ronzante d’agosto, ma un silenzio arieso, ventilato, con il suono del Dolo che sale dal fondovalle come un basso continuo.

Penso a cosa significasse questo posto quando la segheria era in funzione.

La segheria offriva lavoro a oltre mille operai ogni estate, con mensa, forno, cappella e baracche in legno come dormitori. La centralina idroelettrica dagli anni Cinquanta forniva elettricità — prima le seghe erano a mano o idrauliche. Il legname veniva esportato per fluitazione lungo il Dolo in epoca estense, poi verso la strada delle Radici in Garfagnana con alcune teleferiche.

Mille operai ogni estate. Mille persone in un bosco che adesso è quasi deserto di presenze umane e rumori molesti, e ha quel tipo di silenzio che si crea quando le persone se ne vanno e la vegetazione ha avuto decenni per richiudersi. 

I metodi del disboscamento in questa valle erano quelli della “selvicoltura di rapina” — non c’era un piano di rotazione, non c’era una distinzione precisa tra quello che si poteva tagliare e quello che andava lasciato. Si tagliava quello che cresceva, si portava a valle, si reimpiantava con le specie che crescevano più in fretta. La fluitazione lungo il Dolo era il metodo più antico: i tronchi venivano tagliati a misura, buttati nel torrente in piena primaverile, e il fiume li portava a valle dove venivano raccolti e portati alla segheria più bassa. Un sistema brutale nella sua semplicità — il legname scendeva da solo, senza carri, senza strade. Usava l’energia del fiume invece dell’energia degli animali. Lasciava il letto del torrente devastato per settimane.

La scelta delle specie era precisa e gerarchica. L’abete bianco era il legname pregiato — tronco diritto, crescita verticale quasi perfetta, legno chiaro e compatto che si segava in tavole regolari senza nodi o deformazioni. Era il legname da costruzione per eccellenza: travi per i tetti, tavole per i pavimenti, pali per i ponteggi. La fortezza di Castelnuovo Garfagnana era fatta in buona parte con il legno degli abeti di questa valle. Il faggio era il legname da bruciare e da carbone — abbondante, duro, che produceva un carbone di qualità per le fucine e le forge. I pini — dove c’erano — erano per la pece e per la resina. Ogni specie aveva il suo valore, il suo utilizzo, il suo destino.

Nella prima metà dell’Ottocento la segheria venne ricostruita e l’abbattimento degli alberi si intensificò, soprattutto a spese della popolazione di abete bianco.

La teleferica cambiò tutto. Prima della teleferica, i tronchi potevano essere tagliati solo dove c’era accesso — vicino ai sentieri, vicino al torrente, nei punti raggiungibili dai buoi con i carretti. Con la teleferica, si poteva tagliare ovunque. Il cavo raggiungeva i versanti più ripidi, i canali più impervi, le zone più dense. L’abbattimento divenne sistematico in un senso che prima non era possibile. I crinali si spogliarono. Le frane seguirono quasi inevitabilmente — il suolo senza radici che lo tenesse cedeva sotto la prima pioggia intensa.

Storia partigiana Quello che la valle ha visto nel 1944

Il gestore del rifugio — giovane, con la parlata reggiana — mi porta un caffè. Parliamo della valle. Quando arrivo alla domanda sulla storia della Resistenza, si ferma un momento prima di rispondere — non perché non sappia, ma perché quella storia richiede un attimo di raccoglimento prima di essere detta.

Nella prima metà del giugno 1944 i fascisti abbandonano Ligonchio, Toano e Villa Minozzo. La Resistenza dell’Appennino reggiano entra in una fase di slanci ed entusiasmi, vissuta in sinergia con le formazioni della montagna modenese. Nelle settimane successive la Resistenza modenese e reggiana consolida la zona libera di Montefiorino. La val Dolo era dentro quella zona libera. I partigiani delle formazioni garibaldine e delle Fiamme Verdi conoscevano questa valle come la propria tasca — la conoscevano perché ci vivevano, perché si muovevano tra i rifugi e i bivacchi, perché usavano i sentieri del bosco come vie di collegamento tra i distaccamenti. Il Rifugio San Leonardo, con i suoi muri millenari e la sua posizione riparata, era uno dei punti di sosta e di riferimento. La Segheria, con le sue baracche e i suoi magazzini, offriva ricovero e copertura.

Il 30 luglio 1944, rastrellamento tedesco sull’Appennino reggiano e modenese — Repubblica di Montefiorino. Interessati nel Reggiano, i comuni di Toano, Villa Minozzo e Ligonchio. All’alba ha inizio il bombardamento delle posizioni partigiane che protegge l’avanzata delle fanterie. Si resiste a Cerredolo, a Gatta e a Cinquecerri, ma la superiorità nemica è schiacciante. La zona partigiana viene invasa.

Il rastrellamento dell’estate 1944 travolse anche questa valle. I partigiani si dispersero nei boschi — non la fuga disordinata che la parola “dispersione” potrebbe suggerire, ma il ripiegamento tattico di chi conosce il territorio e sa che il bosco è il suo alleato principale. La faggeta dell’Abetina, densa, senza strade carrabili, con i sentieri che solo i locali conoscevano, diventò il rifugio naturale di chi non poteva stare nei paesi. Nell’alta Val Dolo, tra i partigiani, c’era anche il padre dell’autore di quel racconto, con il nome di battaglia “Dorando”. Un nome di battaglia scelto forse da Dorando Pietri, il maratoneta di Carpi che arrivò primo alle Olimpiadi del 1908 e poi fu squalificato. La scelta di quel nome — il corridore che non si fermò anche quando non ce la faceva più — dice qualcosa di preciso su come queste persone si raccontavano a se stesse.

Penso ai partigiani che passavano di qui con le scarpe rotte e la neve a giugno sulle creste, che dormivano nelle baracche della segheria quando gli operai erano andati via, che mangiavano quello che trovavano e si orientavano in questo bosco come si orientano le persone che hanno imparato a leggere un territorio da bambini. Non erano eroi nell’accezione monumentale del termine. Erano persone che avevano scelto da che parte stare e che pagavano quella scelta ogni giorno con la fatica e con il freddo e con la paura. Il bosco li proteggeva non perché fosse dalla loro parte — il bosco non è mai da nessuna parte. Li proteggeva perché loro sapevano come usarlo.

Il 21 gennaio 1944 a Villa Minozzo viene arrestato don Pasquino Borghi “Albertario”, un sacerdote che ha aiutato prigionieri in fuga e partigiani nella parrocchia di Tapignola. Nove giorni dopo la cattura, i fascisti lo condannano a morte e lo fucilano nel poligono di tiro di Scandiano. Don Borghi era parroco di Tapignola, a valle di questa stessa montagna. La sua storia è quella di molti preti dell’Appennino che scelsero di nascondere chi veniva cercato senza fare calcoli di convenienza. Aiutò i prigionieri in fuga, aiutò i partigiani, pagò con la vita. Il bosco che salivo stamattina porta anche questa storia — non con targhe e monumenti, ma con la presenza invisibile di quello che è accaduto su questi versanti.

La Via Matildica e i ciottoli della storia La strada che non si è mai interrotta

Prima di lasciare il rifugio Segheria mi siedo un’ultima volta con il gestore. Gli chiedo dei ciottoli che ho visto affiorare sul sentiero, più in basso. Annuisce — li conosce. Li ha sempre conosciuti. Suo nonno glieli aveva mostrati da bambino dicendo che erano “la strada di prima” senza specificare quando fosse quel prima.

Quel prima è documentato. Quel sentiero è il sentiero più antico della vallata. Ben prima dell’anno mille pellegrini e viandanti attraversavano da Modena a Lucca su questa strada. I ciottoli allineati che affiorano lungo la Via delle Forbici sono la materializzazione fisica di quella frequentazione millenaria — una strada costruita con il lavoro di persone che non lasciarono nome, per permettere il passaggio di persone che spesso non lasciarono nemmeno traccia del loro viaggio. 

La Via Matildica del Volto Santo — il cammino da Mantova a Lucca che attraversa le terre di Matilde di Canossa — passa per questa stessa logica territoriale, per questo stesso sistema di valichi e di ospizi che la Val Dolo rappresenta nel suo punto più alto. L’Ospitale di San Leonardo assicurava una sosta lungo la via che da Reggio conduceva a Lucca per il valico delle Forbici. Dal Passo delle Forbici si raggiungeva agevolmente il versante toscano, continuando verso Lucca e il Volto Santo. 

I ciottoli della Via delle Forbici erano la soluzione tecnica a un problema pratico preciso: i carretti che portavano le merci attraverso il valico non potevano affrontare un fondo di terra battuta in pendenza — lo scivolamento, il fango delle piogge, l’erosione delle ruote rendevano il percorso impraticabile dopo ogni temporale. I ciottoli piatti, disposti in file parallele e leggermente inclinati verso l’esterno per far scorrere l’acqua, risolvevano il problema. I cavalli avevano presa, le ruote dei carretti trovavano un fondo stabile, il percorso era affidabile anche dopo tre giorni di pioggia. Era ingegneria applicata alla mobilità medievale — semplice, efficace, duratura.

La strada di ciottoli saliva da Civago verso San Leonardo, poi continuava verso il Passo delle Forbici, poi scendeva sul versante toscano verso Casone di Profecchia e poi verso Lucca. Era una strada di commercio — il sale che risaliva dalla costa ligure verso la pianura emiliana, i tessuti di Lucca che scendevano verso i mercati di Modena e Reggio, i pellegrini diretti al Volto Santo che portavano la loro devozione come bagaglio principale. Lama Lite, il valico più alto di questo sistema, era il punto in cui i carrettieri si fermavano a respirare prima della discesa — non perché ci fosse qualcosa di speciale lassù, ma perché era il punto più alto che le ruote dei carretti potevano raggiungere prima che il percorso diventasse carrabile solo a piedi.

Lascio il Rifugio Segheria con la caffettiera ancora calda sul tavolo e il gestore che saluta con la mano dal piazzale. Il bosco richiude il sentiero come sempre — venti passi e il rifugio non si vede più, resta solo l’odore della resina e il suono del Dolo che scende verso San Leonardo, verso Civago, verso la pianura che non vede questo bosco ma ne beve l’acqua ogni giorno.

Ho trovato la Segheria. Ho il bivacco sempre aperto, il camino, la storia degli abeti bianchi tagliati per la fortezza di Castelnuovo Garfagnana, i mille operai estivi, le baracche di legno dove dormivano. Ho i ciottoli della Via delle Forbici che affiorano dal terreno, i partigiani di questa valle, don Borghi fucilato a Scandiano, Dorando che correva nel bosco con nome di battaglia e scarpe rotte. Ho il Volto Santo di Lucca che aspettava alla fine di una strada che passava da qui.

«Il bosco che nasconde ciò che cresce.» Le orchidee selvatiche che crescono ai margini di questo sentiero e non nel bosco fitto, ma nel bordo tra il cammino e la vegetazione. È il margine il posto più ricco del bosco appenninico: dove la luce è parziale, dove il suolo è disturbato quel tanto che basta, dove le specie pioniere e quelle mature coesistono. Chi impara a guardare i margini del sentiero invece del centro del bosco trova il doppio delle cose.

«Il sentiero come posto senza radici.» La Via delle Forbici è percorsa da prima dell’anno mille. I ciottoli affiorano dal terreno come radici di qualcosa che non si è mai del tutto interrotto. Chi cammina oggi, cammina sopra strati di frequentazione umana che si sovrappongono per secoli — i pellegrini medievali, i boscaioli estensi, i partigiani del 1944, gli escursionisti del fine settimana. Il sentiero non è senza radici. È radici su radici.

«Il bosco che non è sempre stato lì.» Il bosco dell’Abetina Reale che cammino oggi non è il bosco originale. È la terza o quarta versione di se stesso — tagliato, ripiantato, tagliato di nuovo, ripiantato di nuovo. Tra i nuclei spontanei di preziosi e slanciati abeti bianchi secolari coesistono esemplari di impianto antropico derivati dall’attività economica legata alla segheria, mentre intorno si estendono le foreste di abete rosso e altre conifere, frutto di successivi rimboschimenti. Il bosco è resiliente in modo unico che nessun altro sistema naturale può riprendere. Si riprende. Sempre. Ma ci vuole tempo — e nel frattempo qualcuno deve avere la pazienza di aspettare.

«Che il bosco non porti da nessuna parte.» Il sentiero che porta al Passo delle Forbici, porta in Garfagnana. La Garfagnana porta a Lucca. Lucca porta al Volto Santo. La catena di connessioni che questo sentiero rappresenta è lunga mille anni e non si è mai del tutto interrotta. Chi ci cammina oggi entra in un sistema di connessioni che va da Mantova al Mar Tirreno. Il bosco porta sempre da qualche parte — basta sapere in quale direzione guardare.

«Che il bosco non ricordi.» L’Abetina Reale, dietro l’aspetto semplice e malinconico di un bosco, racconta le vicissitudini storiche che l’hanno resa tale: dai resti dei boschi millenari post-glaciali, al taglio e reimpianto di coltivazione, ai più recenti interventi di rimboschimento. Il bosco ricorda tutto — non con le parole, con la materia. Gli abeti che crescono accanto agli abeti piantati. I ciottoli che affiorano dalla lettiera. Le radici degli alberi che hanno incorporato i ganci di ferro. Il bosco è l’archivio più antico e più preciso che esista. Non si consulta con un codice di accesso — si consulta camminando, ascoltando il suo silenzio e la sua energia.

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Annotazione a margine, scritta seduto su un ciottolo affiorato della Via delle Forbici con la schiena appoggiata a un abete bianco di almeno ottant’anni: Questo ciottolo è stato posato da qualcuno che non sapeva che sarei arrivato io a sederci sopra. Io non so chi arriverà dopo di me a sedersi qui. Questo è l’unico tipo di continuità che il bosco conosce — non la memoria, non la storia scritta. Il ciottolo al suo posto. L’abete in piedi. Il sentiero percorribile.