«Il bosco come luogo abbandonato dall’uomo.» Succiso Nuovo è l’antidoto fisico a questa paura. Nel 1991, con la chiusura dell’ultimo bar e dell’ultima bottega, nove ragazzi della pro-loco si sono rimboccati le maniche e hanno costituito la Cooperativa Valle dei Cavalieri. Questo bosco che salgo non è un bosco abbandonato — è il bosco di un paese che ha scelto di restare. 

«Dormire in un posto sconosciuto nel bosco.» Il quaderno aperto sul muro del bivacco è il documento più eloquente contro questa paura. Diverse mani, diverse date, una poesiola in dialetto reggiano — ogni voce è quella di qualcuno che è arrivato qui, ha dormito, è ripartito. Il bivacco non è sconosciuto — è il contrario: è un posto che porta la memoria di ogni persona che lo ha usato, che li conserva nel quaderno e nelle righe di fuliggine sul camino e nelle pietre scalzate e rimesse a posto. 

«Il bosco come posto da cui non si torna uguali.» Succiso Vecchio ha le edicole votive tra le frane. Il bosco ha i faggi cresciuti sopra le dighe ungheresi della Grande Guerra. Il Bivacco La Pianaccia viene descritto con la poesiola in dialetto sul vento. Nessuno di questi posti ti lascia uguale — ma non perché il bosco trasformi in modo misterioso, perché racconta storie che la pianura non racconta, che la città non racconta, che nessun altro posto racconta con la stessa concretezza fisica. Tornare uguali da qui sarebbe segno di non aver guardato abbastanza.

«Il silenzio che diventa assenza.» Il Bivacco La Pianaccia  è silenzioso — nessun camminatore, nessuna voce, nessun rumore tranne il bosco è il suo Rio che scende veloce. Tra una presenza e l’altra, il bivacco aspetta con la stessa calma con cui il faggio aspetta la primavera dopo l’inverno. Il silenzio del bosco non è fine — è pausa.

«Che la storia sia troppo pesante.» L’ultimo lupo del 1949, i prigionieri ungheresi del 1918, le frane che hanno sepolto Succiso Vecchio, le quattromila pecore che non ci sono più — questo versante porta storie di perdita. Ma porta anche la Cooperativa nata nel 1991 da nove ragazzi stanchi, i faggi cresciuti sopra le ferite, le edicole votive ancora in piedi tra i rovi. La storia pesante e la storia leggera abitano lo stesso bosco. Si sceglie quale portare nel cammino.

Il Paese che Non ha Abbassato la Serranda Appennino Reggiano · Succiso Nuovo 980 m  — Bivacco/Riparo La Pianaccia

Mercoledì, un ottobre maturo e senza vento

44°21’N — 10°16’E ·

Versante orientale dell’Alpe di Succiso

Succiso Nuovo, quota 980 m Il paese che ha scelto di restare

Succiso Nuovo è stato costruito ex-novo dal 1973 al 1975 dopo la disastrosa alluvione del settembre 1972, che vide il riacutizzarsi delle frane decennali che affliggevano le tre borgate di Succiso e che avevano costretto parte dei residenti ad alloggiare in prefabbricati negli anni Sessanta. Fu scelta la piana di Varvilla, sul versante all'”arbasina” — esposto a settentrione — perché su terreno morenico stabile, creatosi durante le glaciazioni da blocchi di arenaria macigno trascinati dal ghiacciaio del Rio Pascolo.

Il paese si sveglia lentamente. Qualcuno apre una finestra sull’agriturismo, il profumo del caffè esce da una porta socchiusa, un gatto attraversa il parcheggio senza guardare da nessuna parte in particolare. Tutto l’anno vivono in paese poco più di settanta persone, nel fine settimana qualcuno torna e si arriva più o meno sui 130, in estate invece sono 500 gli abitanti che si aggirano per le strade. È anche, in qualche modo, il più se stesso.

Il nome “Valle dei Cavalieri” affonda nella storia delle terre canossiane. Succiso viene anche chiamato il paese dei lupi, poiché qui nel 1949 venne ucciso l’ultimo esemplare di lupo dell’Appennino. L’ultimo lupo. Settant’anni dopo i lupi sono tornati — non qui, ma nel Parco, sulle creste che si vedono da questo parcheggio. Il bosco ha una memoria più lunga di qualsiasi delibera comunale.

Il sentiero parte dalla strada che sale verso il Passo della Scalucchia — una deviazione NON ben segnalata (un solo piccolo cartello” bruciato dal sole e un segno rosso e bianco appena sotto. Poi il nulla….

La strada carraia molto evidente ed insalita prima che la strada cominci a salire seriamente. Con una sterrata un po’ pozzangherosa il sentiero raggiunge in circa quaranta minuti la zona della Pianaccia. È un sentiero breve, senza drammi altimetrici, senza passaggi tecnici. Ma la brevità del tracciato non è misura della sua qualità. Proprio a metà si trova una vecchia vasca in calcestruzzo, tra piena di foglie e rami, ma con un piccolo scorrere d’acqua che scende da un tubo che entra nel terreno, segno evidente che la vita non smette mai di scorrere.

Resto qualche minuto in piedi nel appena sotto alla strada che sale, prima di partire. L’Alpe di Succiso non si vede da qui — è nascosta dal versante boscato che sale verso nord. Si intuisce dalla qualità dello spazio che lascia intorno a sé: tutto quello che sta intorno a una montagna di duemila metri in un ambiente di quota è in qualche modo organizzato attorno ad essa, come ferro attorno a un magnete.

Carraia iniziale, quota 1.020 m La carraia che non si vergogna di essere carraia

Imboccato a destra il percorso, si inizia presto a perdere quota. È una carraia forestale — larga quattro metri, con i solchi profondi dei pneumatici dei mezzi di esbosco impressi nell’argilla con una forza che la prima pioggia modifica e la seconda consolida in forme quasi geologiche. Non è bella nel senso convenzionale dell’escursionismo. È larga, funzionale, priva di quella qualità quasi poetica delle mulattiere storiche. Ma ha una sua onestà — non finge di essere qualcosa che non è.

Ai lati della carraia il bosco comincia subito: castagno nella fascia bassa, fino a quota 1.100 circa, poi la transizione verso il faggio che in questo versante avviene più in basso rispetto ad altri perché il versante è esposto a nord — “arbasina”, come i locali chiamano l’esposizione settentrionale — e la temperatura è più bassa, l’umidità più persistente. Il faggio trova qui la sua condizione ottimale qualche centinaio di metri prima di quanto farebbe su un versante meridionale.

«Il bosco che non è fotogenico.» La carraia non è il tipo di sentiero che si fotografa. È larga, fangosa in alcuni punti, con i solchi dei mezzi forestali che ricordano che il bosco è anche economia, non solo paesaggio. Eppure il bosco ai suoi lati è lo stesso bosco degli altri sentieri — stesso faggio, stesso muschio, stessa luce filtrata. La paura del bosco “non abbastanza bello” è la paura di chi cerca una cartolina invece di un’esperienza. Il Bivacco/Riparo La Pianaccia non sta in una cartolina.

Rio Passatore, quota 1.390 m L’acqua del nome

Nell’ambito di un’area prativa, la carraia attraversa il Rio del Passatore. Il nome è preciso — il “passatore” è il punto in cui si passa, il guado storico che dà il nome al torrente invece del contrario. Il rio è modesto — venti centimetri d’acqua su ciottoli arenacei — ma il letto è largo abbastanza da suggerire che in primavera, con la neve che si scioglie sulle pendici dell’Alpe, qui scorra qualcosa di più serio.

Il guado è facilitato da alcune pietre piatte disposte in sequenza — non messe lì di recente, si vede dal muschio che le copre parzialmente. Qualcuno le ha sistemate anni fa con quella cura pratica e anonima che è la firma del bosco mantenuto. Passo da una all’altra senza bagnarmi.

Sull’altra sponda del rio, l’area prativa si apre brevemente — una radura erbosa di forse cinquanta metri di diametro, contornata da faggi, con l’erba alta e non pascolata che si muove nel vento leggero in onde lente. Al centro della radura, qualcosa che a prima vista sembra un ceppo ma che avvicinandomi riconosco come la base di una vecchia palina segnaletica — il legno è marcito fino al suolo, rimane solo il mozzicone di un segnavia che non indica più niente. Il bosco ha assorbito anche questo.

Sul margine nord della radura, tre faggi crescono così vicini che i loro tronchi si toccano in basso — due piante distinte che la pressione reciproca ha deformato in un abbraccio involontario. Le cortecce nel punto di contatto sono lisce, quasi levigate dal movimento reciproco di anni. Non so da quanti anni si toccano. Abbastanza da modificarsi a vicenda.

Zona La Pianaccia, quota 1.420 m Il nome che descrive

“Pianaccia” — una pianura piccola e modesta, con quel suffisso peggiorativo dialettale che ridimensiona senza disprezzare. Non è una gran piana, dice il nome. È una pianettina, un pianoro approssimativo, qualcosa che potrebbe essere pianeggiante se si guarda con benevolenza. Il bosco appenninico è pieno di questi toponimi onesti — nomi che non abbelliscono, che descrivono con la precisione di chi il territorio lo frequenta ogni giorno e non ha tempo per le metafore. Nei pressi della radura chiamata Pianaccia, spostato rispetto al punto in cui si arriva, quasi invisibile al primo sguardo se non per una recinzione di pali dove sopra come protezione ad essi ci sono elle bottiglie di plastica, si trova un grazioso bivacco. Lo individuo a fatica — emerge dalla faggeta con quella qualità degli edifici in pietra che si mimetizzano nel bosco non per disegno ma per affinità materiale. La pietra arenaria locale e la corteccia del faggio hanno quasi lo stesso colore — grigio-bruno, con variazioni verso il rossiccio dove l’umidità è più alta.

Bivacco/Riparo La Pianaccia, quota 1.420 m La casa del ripiano

Edificio in muratura di arenaria locale ben lavorata — più curata nella posa rispetto ad altri bivacchi della zona, con le pietre squadrate più regolarmente e i corsi orizzontali mantenuti con una costanza che suggerisce un costruttore con più mestiere della media una vera e propria abitazione. La sua pianta irregolare mi dice che risono mote stanze e a primo acchito, vado che è stata manutenuta in modo eccellente. L’interno non lo posso vedere come sempre è chiuso e come sempre viene chiamato bivacco, ma non lo è.. Sul lato destro si vede una piccola porta verde con scritto “chiudere”, la apro sperando in um riparo di emergenza, ma invece un ripostigli pieno di attrezzi e tegole.

Enormi abeti piantati da una certo: Bolognini Pietro detto Pianaccia; piantati — sicuramente il rimboschimento post-bellico della Forestale ha interessato molti versanti di questo Appennino — ma qualcuno è probabilmente spontaneo, residuo di una composizione forestale originaria che il faggio non ha del tutto soppiantato su questo versante specifico. tavoli di colore rosso, un punto fuoco dove il barbecue è ancora macchiato dalla fuliggine, una piccola sorgente, ma il tutto è chiuso…

La storia: Il Bivacco La Pianaccia è uno dei ricoveri di servizio del sistema pastorale che per secoli ha caratterizzato il versante orientale dell’Alpe di Succiso. Il pianoro su cui sorge — la “pianaccia” del toponimo — era un’area di pascolo estivo per le greggi di Succiso e dei borghi vicini: abbastanza in quota da offrire erba fresca in estate, abbastanza bassa da essere accessibile anche nelle giornate in cui il meteo del crinale non permetteva la salita più alta. Il bivacco serviva come base per i pastori che sorvegliavano le greggi sui pascoli circostanti durante la settimana — il tempo della permanenza in quota che separava la salita primaverile dalla discesa autunnale. Negli anni Cinquanta a Succiso vivevano mille persone con quattromila pecore. Quattromila pecore hanno bisogno di molta quota, di molti pascoli, di molti pastori che li sorveglino. Il Bivacco La Pianaccia era uno dei punti di appoggio di questo sistema — non il principale, non l’unico, ma uno dei tanti nodi di una rete di ricoveri che copriva i pascoli del versante in modo capillare.

A trenta metri dal bivacco, verso nord-est, una piccola torbiera. Non grande — dieci metri di diametro al massimo — ma inconfondibile: il terreno cedevole, il muschio di sfagno bianco-verdastro che cresce in cuscinetti rigonfi, le giunche — Juncus effusus — con i pennacchi bruni dell’autunno. La torbiera non è segnata su nessuna mappa che ho consultato. È lì, silenziosa, indifferente alle mappe. Conserva il carbonio di secoli di vegetazione decompostasi lentamente, senza ossigeno, trasformandosi in torba strato per strato. È una delle strutture più antiche di questo bosco.

Pensieri su Succiso Le storie che il bosco porta

Succiso viene chiamato il paese dei lupi poiché qui nel 1949 venne ucciso l’ultimo esemplare di lupo dell’Appennino. L’ultimo lupo dell’Appennino settentrionale abbattuto proprio qui, su questo versante, a poca distanza da questo bosco. Non ho trovato documentazione precisa sul luogo esatto — probabilmente un versante tra Succiso e il crinale dell’Alpe, probabilmente in un bosco non dissimile da questo. Il lupo non è tornato nel senso di quella singola presenza, ma i lupi sono tornati — il Parco ha confermato ripopolamenti naturali su questi crinali negli ultimi decenni. Il bosco ha una memoria più lunga delle decisioni umane del 1949.

Succiso Vecchio fu abbandonato dopo le frane degli anni Cinquanta e Sessanta, e la ricostruzione nel nuovo sito di Varvilla avvenne tra il 1973 e il 1975. Ma il paese vecchio — Succiso Superiore, Succiso di Mezzo, Succiso Inferiore — sta risorgendo, con alcune famiglie che tornano a riabitare i borghi storici. Nella frazione Inferiore si possono notare tantissime edicole votive in marmo, tipiche dell’Alta Val d’Enza, e i resti della chiesa di cui rimangono in piedi la facciata e il campanile. Un paese che non è mai del tutto morto — che ha lasciato le sue edicole votive (Le edicole votive (dette anche madonnelle, capitelli, o santelle) sono piccoli altari o tempietti a carattere sacro, nati per ospitare immagini o statue di divinità nell’antica Roma e poi convertiti al culto cristiano, tra le frane come segnali di una presenza che non voleva smettere.

La storia di Succiso Vecchio mi sembra in questo momento la più precisa analogia al bosco che ho trovato in tutta questa ricognizione. Un posto che le frane hanno coperto, che l’abbandono ha silenziato, che la vegetazione ha progressivamente richiuso — eppure con le edicole ancora in piedi tra i rovi, il campanile ancora verticale contro il cielo, qualcuno che torna. Non è sopravvivenza — è ostinazione. La stessa ostinazione del faggio che cresce sul versante nord anche quando tutto suggerisce che non dovrebbe farcela.

In una valletta del rio Liocca sono ancora visibili le tracce di dighe di fluitazione risalenti alla guerra 1915-1918, quando prigionieri di guerra ungheresi tagliavano e fluitavano cioè facevano galleggiare sul fiume per essere trasportati dalla corrente il legname delle faggete secolari che vennero solo allora distrutte. Il bosco che cammino è in parte il risultato di quella distruzione — i faggi di ottanta, novanta anni che vedo intorno a me sono la generazione cresciuta dopo il taglio. Non sono il bosco antico: sono la sua risposta alla ferita. Il bosco non perdona le ferite — le copre, le rimargina, ci cresce sopra con la stessa calma con cui cresce su tutto il resto.

Sistemo il cancello di ingresso legato con due pezzi di corda intrecciata messi da mani che sanno lavorare— il legno ha trovato nel tempo la sua posizione di equilibrio e richiede esattamente quella forza, né più né meno. 

Il sentiero scende verso Succiso Nuovo come è salito — carraia, Rio Passatore, bosco di faggio poi di castagno, poi la strada. Il paese è ancora lì quando arrivo, con le stesse finestre aperte di stamattina, lo stesso gatto che attraversa il parcheggio, lo stesso profumo di caffè.

Ho trovato il Bivacco/Riparo La Pianaccia. Ho la torbiera non segnata, i due faggi che si toccano dai tronchi e gli abeti piantati da chi aveva amore per questo posto. Ho l’ultimo lupo del 1949 e i faggi cresciuti sopra le dighe ungheresi e le edicole votive di Succiso Vecchio tra le frane.

«L’acqua che taglia il sentiero.» Il guado del Rio Passatore è il tipo di ostacolo che paralizza chi non ha esperienza — l’acqua che scorre sul sentiero, il percorso che si interrompe fisicamente. Le pietre del guado rispondono a questa paura in modo concreto: qualcuno ha già risolto il problema, qualcuno ha già posato quelle pietre per chi sarebbe venuto dopo. Il bosco non è indifferente al passaggio umano — lo anticipa, nel tempo lungo.

«Il terreno che non sembra solido.» La torbiera a trenta metri dal bivacco ha il terreno più soffice che esista — cedevole, in certi punti quasi fluttuante. Chi ci cammina sopra senza saperlo si spaventa. Chi sa cosa è — un ecosistema di accumulo organico millenniale, un suolo che non è ancora suolo, ancora in costruzione — la trova tra le cose più straordinarie del bosco appenninico. La paura del terreno che cede si trasforma in meraviglia quando si capisce cosa sta cedendo sotto i piedi.

È mite carezza

che passa gentile

sulle fronti dei pastori.

Al Bivacco La Pianaccia

tra i faggi e gli abeti,

sana le ferite della guerra.

È voce sommessa

che viene da lontano

e parla di un tempo nuovo.

È un soffio leggero

tra i vecchi rami,

che ridona la pace alla montagna.

«Che il bosco finisca con me.» Negli anni Cinquanta a Succiso vivevano mille persone con quattromila pecore. Oggi sono meno di cento. Il bosco che una volta era pascolo è cresciuto sulla piana della Pianaccia, ha ripreso i margini delle radure, ha inghiottito sentieri che nessuno percorreva più. Non è la fine del bosco — è l’espansione del bosco. Il bosco non finisce con le persone che se ne vanno. Spesso, con le persone che se ne vanno, il bosco inizia.

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Annotazione a margine, scritta al tavolo sotto la tettoia con la prima luce del mattino sul bosco: La poesiola in dialetto sul vento — non l’ho trascritta. Non mi sembrava mia da portare via. È rimasta sul quaderno aperto dove l’ho trovata, che è il posto giusto per una cosa scritta nel bosco sul vento del bosco.