Bivacco Pra Pò

«Il sentiero che non sembra un sentiero.» La carraia pianeggiante procede perlopiù all’interno del bosco, con qualche apertura panoramica — è larga, comoda, più simile a una strada forestale che a un sentiero di montagna. Molte persone che temono il bosco si aspettano sentieri stretti e difficili. Trovare qualcosa di ampio e piano come questo cambia le aspettative in modo fisico, immediato. Il bosco non è sempre labirinto. A volte è corridoio.

«La storia che non sento come mia.» Federico Barbarossa che intagliava le rocce in fuga, i monaci di Canossa che gestivano un ospizio d’alta quota, i mercanti del sale che sostavano su questo pianoro trattando prezzi — queste storie appartengono a persone morti da secoli. Eppure calpestano la stessa terra di questo pianoro, hanno usato le stesse pietre, hanno bevuto la stessa acqua di questo ruscello. Chi cammina qui non eredita solo un sentiero — eredita una catena di frequentazioni umane di cui è, in questo momento, l’anello più recente. La storia non è lontana. Sta sotto i piedi.
«Che il passato sia troppo pesante da portare.» Barbarossa in fuga, i monaci di Canossa, i mercanti del sale, i pellegrini verso Roma — questo crinale porta una storia densa, stratificata, che potrebbe sembrare schiacciante per chi si sente solo un camminatore del weekend. Ma la storia non pesa — accompagna. Ogni passo su questa Via Parmesana è un passo su una strada che altri hanno percorso prima con motivazioni più urgenti delle nostre. La nostra motivazione — camminare per il gusto di camminare — è forse la più libera di tutte.
La Via più Antica — Il Bivacco sulla Strada dei Commercianti Appennino Reggiano, Passo della Scalucchia 1.368 m — Bivacco Pra’ Pò
Giovedì, che odora già di fine stagione
44°20’N — 10°18’E – Via Parmesana
Passo della Scalucchia, quota 1.368 m Il valico panoramico
Sul versante opposto la vista si apre sull’alta valle Secchia, dominata dalla piramide del Monte Cusna, la più alta vetta del parco nazionale e la seconda di tutto l’Appennino settentrionale. Il Passo della Scalucchia non è un posto in cui si indugia — è un posto in cui si arriva, si guarda, si sceglie la direzione. L’auto è parcheggiata nel piccolo spiazzo sterrato appena sotto il valico, dove c’è un pannello con la cartina della zona. Il vento scende da nord-ovest, da dove il Monte Casarola alza il suo profilo trapezoidale sopra la faggeta come qualcosa che non accetta compromessi con il cielo.
Stamattina il tragitto è breve. Non è una giornata da dislivelli impegnativi — è una giornata da ricognizione precisa. Il Bivacco Pra’ Pò è a meno di venti minuti da qui, appena staccato su un sentiero laterale indicato dai cartelli. Questo sentiero non è un sentiero qualunque — è un tratto della Via Parmesana, una delle arterie più antiche dell’Appennino tosco-emiliano, la mulattiera che per secoli ha collegato Fivizzano e la Lunigiana con il Parmense e il Reggiano. Prima che qualcuno aprisse il Passo del Cerreto come via carrabile, questa era la strada.
Il nome “Scalucchia” è dialettale — scala, gradino, passaggio in quota. È il tipo di toponimo che descrive con precisione la funzione geografica di un posto senza abbellirla: un gradino nel crinale, un punto in cui si può passare. Semplice, diretto, necessario come tutto ciò che appartiene alla cultura contadina appenninica.
Via Parmesana, quota 1.370 m Camminare dentro la storia
L’ampia traccia avanza in piano a mezzacosta, aggirando alcune coste, all’interno del bosco. È una progressione diversa da qualsiasi altro sentiero di questa ricognizione — non sale, non scende, non cerca il punto più alto né il fondovalle. Procede orizzontale, tagliando il versante con la stessa logica del livello a bolla: trova la quota giusta e la mantiene, aggirando ogni ostacolo invece di scalarlo.
Questa è la logica delle grandi vie di comunicazione premoderne. Mercanti, pellegrini, soldati non salivano le montagne per il gusto di salire — le attraversavano per raggiungere l’altro versante nel minor tempo possibile con il minor dispendio di energia. La Via del Sale attraverso l’Appennino Tosco-Emiliano alimentava anticamente il commercio del sale, mettendo in comunicazione la Pianura Padana con i porti del Mar Ligure e del Mar Tirreno. Il cuore del Parco era il nodo principale dei percorsi che giungevano in Garfagnana e in Lunigiana tramite il Passo del Lagastrello o il Passo dell’Ospedalaccio. La Via Parmesana che cammino era uno di questi assi commerciali — il sale che veniva dalla costa ligure saliva per queste mulattiere verso la pianura emiliana, il grano scendeva in direzione opposta verso i porti.
Il bosco che circonda il sentiero è faggeta pura — una delle faggete più continue e meno disturbate che abbia attraversato in questa ricognizione. I faggi crescono fitti, con tronchi verticali e perfetti che si alzano tutti alla stessa altezza come colonne di un edificio progettato da un unico architetto. La volta è quasi chiusa — solo piccole lacune dove la luce entra verticale e illumina macchie di sottobosco denso di felci e mirtillo selvatico. L’erba “brina” cresce ai margini del sentiero in ciuffi argentei che il vento muove in sincronismo come un’unica cosa.
Cammino su questa carraia pensando a chi l’ha percorsa prima di me. Non i pastori e i boscaioli delle uscite precedenti — questa strada portava mercanti a lunga distanza, pellegrini in cammino verso Roma o verso Santiago, soldati in marcia per campagne che si decidevano lontano da qui. Ognuno di loro aveva un peso specifico di zavorra nei piedi — il peso della distanza percorsa e di quella da percorrere — che io oggi non ho. Sono l’unico su questa via che non sta andando da nessuna parte di urgente. È un privilegio che avrei saputo riconoscere dopo molti anni prima di camminare su questi sentieri.
Giunti nei pressi di un ruscello si trova un bivio con cartelli: qui la traccia di sinistra conduce al vicinissimo Bivacco Pra’ Po. Il bivio è segnalato con chiarezza — due frecce, una che continua dritta sulla Via Parmesana verso il Passo dell’Ospedalaccio, una che scende a sinistra su un sentierino stretto che scompare tra i faggi dopo venti metri. Prendo quella a sinistra. Il sentierino verso il Bivacco scende leggermente — trenta metri di dislivello in forse cento di distanza orizzontale. Il cambiamento è rapido e preciso: dalla mulattiera asciutta e compatta della Via Parmesana a questo sottobosco umido che conserva l’umidità notturna fino a tarda mattina perché il sole non arriva mai abbastanza in basso da asciugarlo. I tronchi dei faggi qui hanno il muschio — non il muschio secco delle creste, ma un muschio verde brillante e spesso, idratato, che cresce su tutta la superficie nord dei tronchi come una pelle supplementare.
Sul terreno, impronte di cervo — fresche, profonde nell’argilla, con i due appoggi laterali ben impressi. Un adulto, dal diametro dell’impronta. Passato stanotte o stamattina presto. Seguo le impronte con gli occhi per qualche metro nella direzione in cui puntano — verso est, verso il bosco più fitto, verso la valletta del ruscello sottostante. Non lo vedo. È già lontano, o è fermo nel bosco e aspetta che mi muova anch’io.
Bivacco Pra’ Pò, quota 1.370 m Il bivacco sulla via commerciale
Emerge dal bosco sul lato sinistro del sentierino con quella qualità dei posti che non si aspettano di essere trovati. Non è nascosto intenzionalmente — è semplicemente in un punto che non è visibile dalla Via Parmesana, separato dalla mulattiera da quella piccola discesa di trenta metri che lo rende invisibile e quasi inaudibile anche quando il vento soffia nel verso giusto.
La struttura: Bivacco Pra’ Po — segnalato come inagibile nelle ultime relazioni ufficiali e così è stato. Edificio in muratura prefabbricata con pannelli di cemento, pianta rettangolare approssimativa di 4×3 metri una vera propria scatola e indecorosa per essere su una delle più antiche vie di spostamento dell’appennino. La porta in ferro chiuso a chiave e una telecamera indecorosa su di essa. Rimango perplesso, disgustato, deluso, vilito e non so più cosa dire. La tristezza mi ha avvolto, ho fatto due foto per il mio progetto e poi sono tornato alla macchina, cercando di dimenticare questa vergogna fatta da uomini senza cultura, senza vergogna, senza nessun stimolo. Vecchi telai di ferro arrugginito si trovano abbandonati proprio sotto alle due finestre “squadrate” come un sorriso mancato di disperazione.
La storia: Il Bivacco Pra’ Pò sorge su un pianoro — “pra’” sta per prato, “pò” è riduzione dialettale di “poco”, un pratello piccolo — che nei secoli di maggior frequentazione della Via Parmesana serviva come area di sosta per i viandanti di lungo percorso. Non era un’osteria, non era un ospizio formale come quello di San Lorenzo delle Cento Croci più avanti verso il Passo dell’Ospedalaccio: era una sosta informale, un posto dove i muli potevano brucare e i loro conduttori potevano sedere a terra senza doversi preoccupare di un pendio sotto i piedi. Il pianoro pianeggiante era il punto di incontro tra chi scendeva dal Reggiano e chi saliva dalla Lunigiana — un posto di scambio, di notizie, di prezzi del sale e del grano trattati tra persone che non si erano mai viste prima e non si sarebbero più riviste. La struttura attuale è ovviamente più recente e sicuramente peggiore come immagine, rispetto alla prima in muratura e lamiera che collocano la costruzione nel Novecento — ma il pianoro sul quale insiste ha memorie di frequentazione molto più antiche.
Prato del Bivacco, sosta Le storie che questa via porta
Esco dal bivacco e mi siedo sul bordo del piccolo pianoro erboso. Il sole è salito abbastanza da superare la cresta est e toccare la radura con una luce obliqua che scalda la schiena senza calore aggressivo. Il prato — il “pra’ pò” del toponimo — è effettivamente piccolo: una ventina di metri di diametro, con l’erba alta e irregolare di un pascolo non frequentato da anni, i margini boscati che avanzano centimetro per centimetro verso il centro. Tra l’erba alta, qualche genziana tardiva — viola scuro, con i petali ancora chiusi a quest’ora.
L’Alpe di Succiso non si vede da qui — è nascosta dalla faggeta che circonda il pianoro — ma si sente presente nel profilo del Monte Casarola che emerge sopra gli alberi verso ovest. È una montagna che ha lasciato una traccia leggendaria profonda in questo territorio.
Il Passo di Pietratagliata, secondo la leggenda, sarebbe stato intagliato tra le rocce da Federico Barbarossa mentre era in fuga. La leggenda del Barbarossa è la più radicata di tutto il sistema montuoso che circonda questo bivacco — il sentiero Barbarossa, secondo la leggenda, svalicò proprio dal passo di Pietratagliata a 1.750 metri. L’imperatore in fuga attraverso l’Appennino dopo la sconfitta di Legnano nel 1176 — questa è la versione popolare che i vecchi di Succiso e Ramiseto si tramandavano di generazione in generazione. La storia accademica è più prudente sull’itinerario esatto, ma il paesaggio ha tenuto viva la leggenda con una fedeltà che non dipende dalla verifica documentale. Il sentiero porta il suo nome, il passo porta la sua traccia nel nome. Barbarossa è rimasto nelle rocce di queste creste più a lungo di qualsiasi documento.
L’ospizio medievale di S. Lorenzo delle Cento Croci, al Passo dell’Ospedalaccio, fu fondato in epoca matildica e gestito direttamente dal monastero di S. Apollonio di Canossa per la sua grande importanza nelle comunicazioni tra pianura padana e costa tirrenica. Dopo la morte di Matilde passò al monastero di S. Prospero di Reggio. Con la fine dei pellegrinaggi, decadde e fu abbandonato tra il XV e il XVI secolo. In quei secoli si registrano ormai solo ruderi, e S. Lorenzo divenne per tutti “l’Ospedalaccio”.
Il bivacco sul pianoro dove sono seduto era dunque una sosta senza nome su una via che portava verso l’Ospedalaccio — verso quel sistema di accoglienza medievale che aveva le dimensioni di un’istituzione religiosa e la funzione di un hotel di passo. I viandanti che si fermavano qui sapevano che a qualche ora di cammino li aspettava un posto con un letto, un fuoco, forse del cibo. Il “pra’ pò” era la penultima sosta prima dell’arrivo, il posto in cui ci si riposava abbastanza da affrontare l’ultimo tratto con le gambe decenti.
Ultima osservazione prima del ritorno alla Via Parmesana
Il tracciato storico collegava Fivizzano e la Lunigiana con l’attuale comune di Ventasso. Questa frase — trovata in una relazione escursionistica — mi accompagna mentre raccolgo lo zaino e mi preparo a tornare. Non è solo geografia: è la descrizione di un asse di movimento umano che ha strutturato per secoli le relazioni economiche e sociali di tutta questa zona dell’Appennino. Fivizzano in Lunigiana e il Ventasso in Reggiana non sono vicini — sono separati da questo crinale, da questi boschi, da questi valichi. La Via Parmesana li rendeva raggiungibili. Li rendeva parte dello stesso sistema.
La prossima volta percorrerò la Via Parmesana. Il vecchio percorso, sarà ancora lì, largo, comodo, orizzontale, con i segnavia biancorossi regolari. Il Monte Casarola emerge sopra la faggeta verso ovest con il suo profilo trapezoidale. Il vento è calato nell’ultima mezz’ora — il bosco è fermo, il suono è solo quello dei passi sulla carraia e di un ruscello che si sente da qualche parte verso il basso senza mostrarsi.
Ho trovato il Bivacco Pra’ Pò è una delusione indescrivibile. Per ora, questo è il “bivacco prefabbricato” peggiore che io abbia mai visto Ho la Via Parmesana che collega Fivizzano al Ventasso da prima che qualcuno pensasse di costruire strade carrozzabili. Ho le impronte del cervo nell’argilla del sentierino.
Il bivacco va recuperato, modifica, ripreso, non so come esprimermi.
«Il bosco senza punti di riferimento.» La Via Parmesana è un punto di riferimento per definizione — è una via che connette luoghi reali, con una storia verificabile, con una direzione che porta da qualcosa a qualcos’altro. Chi cammina qui non è perso nel bosco: è nel bosco lungo un asse di orientamento millenario. Il bosco non è vuoto. È attraversato da strade più antiche di qualsiasi città.

«Il bosco come posto in cui le cose muoiono.» Il faggio caduto ai margini del pianoro è morto — ma la sua morte ha aperto la lacuna di luce che ha permesso al mirtillo, al lampone e alla fragola di installarsi sul lato est del pianoro. Il bosco non vive nonostante la morte — vive attraverso la morte. Ogni albero caduto è una opportunità ridistribuita. Chi impara a vedere questo non vede più il bosco come un posto in cui le cose finiscono. Lo vede come un posto in cui le cose si trasformano.
«Il bivacco che non funziona.» Un bivacco inagibile è una promessa mancata — arrivare qui di notte con il temporale e trovare tutto chiuso è un’esperienza che nessuno dovrebbe fare. Ma il Bivacco Pra’ Pò insegna anche questo, premeditare tutto prima di iniziare un’avventura. Nel nostro Appennino la maggior parte dei bivacchi “di emergenza” sono chiuso o inagibili.

Annotazione a margine, scritta seduto sul bordo del pianoro con la schiena al sole e gli occhi sul faggio caduto: La bottiglia vuota era chiusa. Non so perché questo mi sembri importante. Forse perché chiudere qualcosa di vuoto è un gesto completamente inutile — e quindi completamente umano.

