Bivacco Piccini - Rifugio Battisti

«Partire senza vedere la meta.» Il Rifugio Battisti non è visibile dal parcheggio — è nascosto da trecentosettanta metri di dislivello e da un bosco di faggio che non lascia trapelare niente. Molte persone vivono questa invisibilità della meta come un’incertezza che fa voltarsi verso l’auto. Il sentiero risponde a questa paura passo per passo — non mostra tutto subito, rivela a rate. Il bosco di faggio è il primo regalo lasciando spazio ad abete millenari e altissimi. Poi arriva il crinale. Poi il rifugio.
«Il rifugio come posto troppo frequentato per essere autentico.» In luglio e agosto può essere pieno. Ma la sua autenticità non dipende dal numero di persone presenti — dipende dalla frase sul muro: “Qui il silenzio dell’aurora dura tutto il dì”. Quella frase era sul muro del rifugio distrutto nel 1944. Qualcuno l’ha cercata, l’ha trovata, l’ha rimessa sul muro del rifugio ricostruito nel 1970. È la continuità più fisica che esista tra un prima e un dopo.

«Che il bosco sia senza connessioni con il mondo umano.» I ciottoli bordo-sentiero della Via Matildica, il rifugio costruito dagli operai nel 1925, la frase sul muro sopravvissuta alla guerra, il Locale Piccinini sempre aperto, il trattore che porta i viveri ogni settimana — questo passo di Lama Lite è uno dei punti più connessi alla storia umana che io abbia trovato in questa ricognizione. Non è un bosco isolato. È un bosco che porta il peso di tutta la storia che ci è passata attraverso, dai pellegrini di Matilde ai partigiani del 1944 ai gestori reggiani che inaugurarono la ricostruzione il 19 luglio 1970.

«Il posto che ha visto troppa storia per essere ancora sereno.» La frase sul muro del Battisti — “Qui il silenzio dell’aurora dura tutto il dì…” — fu messa sul muro originale nel 1925 da antifascisti che costruivano un rifugio con i soldi degli operai. Fu demolita dai tedeschi nel 1944 insieme a tutto il resto. Fu ricercata e rimessa su un muro nuovo nel 1970 da persone che avevano deciso che quella continuità valeva l’impegno di trovarla. Non è un posto che ha visto troppa storia. È un posto che ha usato la storia per diventare più solido.

«Che questo non sia per me.» Il Rifugio Battisti fu costruito nel 1925 dagli operai. Fu ricostruito nel 1970 con i soldi raccolti tra i soci e le banche reggiane. Ha otto posti nel bivacco invernale sempre aperto e la frase di un anonimo sul muro che invita a restare. Non è un posto costruito per i forti — è un posto costruito da chi credeva che la montagna appartenesse a chiunque avesse voglia di salire. Quello stesso principio vale ancora. Vale adesso. Vale per chiunque arrivi al ponte del Rio Lama con le scarpe giuste e una mattina libera.

La Via che Sale verso i Giganti Appennino Reggiano · Ponte Rio Lama 1.531 m— Rifugio Cesare Battisti 1.803 m
Domenica, un giugno già caldo nella pianura, ancora fresco in quota 44°14’N — 10°20’E · Valle del Rio Lama — Lama Lite
Parcheggio Ponte Rio Lama, quota 1.531 m Dove finisce la strada e inizia il bosco vivo
Da Civago si sale a destra a Case Cattalini e si prosegue in auto lungo la pista forestale che in 8 km porta al parcheggio presso il ponte sul Rio Lama. La pista finisce qui — una sbarra metallica sbarra la strada, indica che oltre si cammina, non si guida. È la discriminante più fisica che esista tra il mondo motorizzato e il mondo del passo umano.
Il parcheggio al ponte sul Rio Lama è uno spiazzo di ghiaia con tre macchine già ferme alle sei e mezza di mattina. Una di esse ha un adesivo di Reggio Emilia, le altre due anonime e attempate. Il Rifugio Battisti sta al centro di una rete di sentieri che viene sia dall’Emilia che dalla Toscana — è raggiungibile da Civago, Febbio, Ligonchio, dal Passo delle Radici e delle Forbici, dalla Garfagnana e dal Passo di Pradarena. Chi parcheggia qui stamattina viene dalla pianura padana. Chi arriverà al rifugio da sud viene dal Tirreno. Si incontreranno a 1.803 metri su un pianoro di pascolo che non appartiene né all’uno né all’altro versante (lama Lite).
Il Rio Lama scorre sotto il ponte con una voce diversa da tutti gli altri ruscelli di questa ricognizione. Non è la voce discreta dei ruscelli di mezzacosta, non è il bisbiglio del rio di fondovalle — è una voce piena, con corpo, con velocità. Giugno è il mese in cui la neve del crinale si scioglie di notte e scende di giorno, e il Rio Lama porta in questo momento il lavoro di discioglimento di tutta la catena superiore. L’acqua è grigio-azzurra, opaca, con quella qualità della neve disciolta che non è ancora diventata acqua di pioggia — è ancora qualcos’altro, qualcosa di più recente.
Il Monte Prado non si vede da qui. Il Monte Cusna non si vede da qui. Sono nascosti dalla faggeta che si alza su tutti i lati come un sipario chiuso. Ma si sentono — nel modo in cui il vento scende dal nord con una temperatura che la quota giustifica, nel modo in cui l’aria ha quella leggerezza specifica dei 1.500 metri, nel modo in cui già a quest’ora c’è luce piena e il sole è già oltre i faggi orientali.
Primo tratto, quota 1.560 m Il bosco di faggio che abbraccia gli abeti
Il sentiero si stacca dalla carrareccia forestale sulla sinistra, pochi metri oltre il ponte, indicato da un paletto biancorosso con la freccia verso l’alto posizionata su di una bacheca con un forex azzurro che esalta il Fondo Europea Agricolo per lo Sviluppo Rurale. Ed entra nel bosco con una qualità che non avevo trovato con questa intensità in nessun’altra uscita di questa ricognizione: un bosco di faggio adulto che cresce mescolato ad abeti bianchi antichi, con tronchi che sfiorano il metro di diametro e altezze che superano i trenta metri.
Gli abeti bianchi — Abies alba — di questo versante sono tra i più vecchi dell’Appennino reggiano. Sono parte dell’Abetina Reale che si estende più in basso verso Civago, ceduta nel 1451 al Duca d’Este — una delle foreste più antiche e protette di questo territorio, con alberi che in certi casi superano i quattrocento anni di vita. Qui, sul versante che sale verso la Lama Lite, gli abeti sono meno fitti che nell’Abetina vera e propria, ma crescono con quella statura che appartiene solo alla senescenza — rami bassi caduti e cicatrizzati nel tronco, cortecce grigie e squamate che si sollevano in placche irregolari come pagine di un libro che si sfoglia, cime che si aprono a ombrello in modo diverso dai faggi circostanti.
I faggi li abbracciano — questa è la parola giusta. Non competono, non si escludono: si mischiano in modo che, guardando in alto, non si capisce più dove finisce il faggio e dove inizia l’abete. Le chiome si sovrappongono in strati cromatici diversi — il verde scuro e opaco dell’abete sotto, il verde chiaro e traslucido del faggio sopra, con la luce di giugno che li attraversa entrambi producendo una qualità luminosa impossibile da descrivere con precisione ma impossibile anche da non notare. È una luce che ha spessore. Una luce che sembra fatta di materia, non di fotoni.
Sotto questo doppio soffitto, il terreno è coperto di erba bassa e di felci — siamo a giugno, e la felce è al massimo della sua espansione annuale, con le fronde ancora tenere che si arrotolano verso l’alto come domande non ancora poste. Tra le felci, le prime orchidee selvatiche — Dactylorhiza maculata, le orchidee maculate dell’Appennino, con i loro fusti rosa-violetto che emergono dall’erba con quella qualità del fiore che non chiede di essere guardato eppure attrae lo sguardo come una calamita. In giugno sono al loro apice — tra quindici giorni saranno già in seme.
Cammino lentamente. Non perché il sentiero sia difficile — è in salita ma ben tracciato, con una pendenza regolare e progressiva. Cammino lentamente perché questo bosco merita la lentezza. Merita di essere attraversato con quella qualità dell’attenzione che si usa per leggere qualcosa di importante la prima volta.
Primo incrocio con la carrareccia, quota 1.610 m I muri a secco e la via dei viveri
Il sentiero dopo aver attraversato rigagnoli d’acqua cristallina e saltellando da un sasso all’altro con la promessa di non fare il bagno (non saranno i soli), incrocia per la prima volta la carrareccia forestale — quella stessa strada che risale dall’altro lato del Rio Lama con i suoi tornanti regolari verso il valico. La carrareccia è più larga, più battuta, con i solchi dei pneumatici dei mezzi di servizio impressi nel fondo di ghiaia fine e innumerevoli “d’eiezioni equine”. È la via che percorre il gestore con i viveri destinati al rifugio, l’unico mezzo autorizzato oltre il cancello del parcheggio oltre ai mezzi di Soccorso. Ogni settimana qualcuno carica su quel mezzo le provviste — farina, olio, pasta, bombole del gas, bottiglie di vino — e sale fino al passo. Da lì, a destra, in cinque minuti, il rifugio.
Ai fianchi della carrareccia, dove il terreno è stato scavato dai lavori di costruzione o di manutenzione, affiorano i muri a secco. Non sono allineati alla carrareccia attuale — la precedono e la affiancano in modo non sempre parallelo, come se la strada moderna avesse tagliato trasversalmente una struttura più antica che correva con una logica diversa. Sono muri alti, più di ottanta centimetri, costruiti con pietre arenarie piatte disposte orizzontalmente con quella precisione approssimativa che è il segno del lavoro contadino — non arte, non ingegneria, ma tecnica accumulata per tentativi e tramandata per imitazione. Qualcuno ha usato questa via prima della carrareccia. Qualcuno che aveva bisogno di delimitare, di contenere, di segnare il confine tra il domestico e il selvatico.
Il bosco si ributta sul sentiero quasi subito dopo ogni incrocio con la carrareccia. Il sentiero non segue la strada — la taglia, la attraversa, poi rientra nel bosco come se la strada fosse un’interruzione temporanea di qualcosa di più antico. Ed è così: il sentiero è più antico della carrareccia di decenni, forse di secoli. La carrareccia è l’infrastruttura moderna. Il sentiero è la memoria di come si saliva prima.
Guadi degli affluenti, quota 1.640 m L’acqua che scende velocissima
A questa quota il sentiero attraversa tre piccoli affluenti del Rio Lama in rapida successione — ognuno di loro si butta verso il basso con la velocità dell’acqua di scioglimento, con quel rumore di corsa che non ha la misura del ruscello ma quella del torrente giovane, ancora fresco di neve. Si buttano velocissimi verso il fondovalle dove il Rio Lama li aspetta al centro della valle — li aspetta con la sua voce già grande, già gonfia di tutti i contributi che riceve da ogni versante.
Il primo guado è su pietre piatte. Il secondo è su un tronco posato di traverso, con la corteccia levigata dall’uso in modo che i passi trovino una superficie quasi liscia. Il terzo è direttamente in acqua — pochi centimetri, ma l’acqua è così fredda in questo giugno ancora giovane che il tocco attraverso la suola degli scarponi si sente come una sveglia improvvisa (era da dire).
L’erba ai bordi di ogni affluente è di un verde diverso dal resto del bosco — più saturo, più luminoso, quasi fosforescente nella luce obliqua del mattino. È il verde dell’erba che beve continuamente, che non conosce la siccità, che cresce con una velocità che si misura in giorni e non in settimane. Accanto all’acqua, le viole tardive — Viola riviniana, la violetta dei boschi — sono già in frutto, con le capsule verdi che sostituiranno i fiori che in giugno sono già finiti. Residui di petali viola si trovano ancora nella lettiera come confetti dimenticati dopo una festa.
Tratto a mezzacosta, quota 1.710 m Dove il bosco si fa rado e le cime appaiono
Il bosco di faggio e abete continua ma si fa più rado. I faggi qui sono più contorti con forme che richiamano un’anima che si stira dopo un pisolino — non la verticalità perfetta del fondo valle, ma forme più irregolari, con tronchi che curvano verso sud cercando la luce, con rami bassi che crescono lateralmente cercando lo spazio che la competizione in verticale non riesce a dare. Decido che questo piccolo spazio illuminato dal sole che filtra tra le chiome è un punto di energia. Mi stendo e guardo fisso la cime degli alberi che ridono e scherzano con delle instabili folate di vento. Si muovono, si fermano, si contorcono poi tutto si ferma, la quiete, il silenzio, l’odore del sottobosco, insomma quello che cercavo.
Gli abeti spariscono quasi del tutto — hanno bisogno dell’umidità del fondovalle e non seguono il sentiero fino alla cresta.
In questo tratto più aperto, per la prima volta, appaiono le cime. Non sono visibili chiaramente — si intravedono attraverso le lacune della faggeta come frammenti di un puzzle che non si è ancora completato: il profilo inconfondibile del Monte Prado verso sud-ovest, con la sua cresta che scende verso la sella del Monte Prado in modo deciso e geometrico. Il Monte Cusna verso nord-ovest è ancora nascosto dal dosso del crinale, ma si intuisce dalla qualità dello spazio che lascia intorno a sé: il Monte Cusna a 2.121 metri è il più alto della provincia di Reggio Emilia, e il Monte Prado a 2.054 è il maggiore della Toscana.
Due giganti. Uno emiliano, uno toscano. Il Rifugio Battisti sta nel mezzo — nel valico che li separa e che al tempo stesso li mette in comunicazione, al centro di una delle geografie montane più significative dell’intero Appennino settentrionale.
Passo di Lama Lite, quota 1.754 m Il valico che apre il mondo
Il bosco finisce e il crinale si apre — tutto e subito, senza transizioni. Un passo oltre l’ultimo faggio e il paesaggio si ribalta: da bosco chiuso a spazio aperto, dal verde del sottobosco al verde-giallo dei pascoli d’alta quota, dal silenzio del bosco al vento del crinale che arriva da ovest con una decisione che non ammette discussioni. Impronte cresce di un grande Lupo, scolpita in modo estremamente preciso nell’argilla bagnato. Troppo definita per essere un’impronta vecchia, troppo marcata per capire che non stava correndo, i miei sensi si accentuano. Ma nulla sicuramente lui mi stava scrutando e sperando che io me ne andassi per rimanere solo senza nessuna presenza umana in casa sua.
Dal piazzale del rifugio, dove si trovano tavoli e panche per sedersi, si apre la vista della splendida val d’Ozola. Ma prima ancora del rifugio, dal passo, si vede tutto. La val d’Ozola scende verso nord — un solco verde-scuro di faggeta che si apre progressivamente verso il fondovalle dove si intuisce il rio. Verso sud, la Garfagnana — colline che digradano verso il mare tirrenico in una sequenza di verdi e azzurri che si sovrappongono. Verso ovest, il Monte Prado con le sue nuvole — questa mattina ne ha una fissa sul lato settentrionale, una di quelle nuvole orografiche che si formano quando il vento atlantico incontra la parete e sale, si raffredda, condensa. La nuvola sta ferma mentre il vento scorre dentro di lei — un fenomeno che si vede ma non si spiega con le parole.
Sul versante del Monte Prado, verso la parete nord, c’è qualcosa che noto e che verificherò dopo con la storia: un’area leggermente diversa nella composizione della vegetazione, un dosso con forma geometrica approssimativa che non corrisponde alla morfologia naturale. È il poligono di tiro. Lo riconosco solo perché igli anziani me lo descrivevano, quando ero piccolo. Adesso — guardandolo senza saperlo — lo percepisco come un’irregolarità nel paesaggio che il paesaggio non sa spiegare da solo.
Il vento sfreccia sulle punte più alte con un suono che varia di frequenza a seconda della velocità e della direzione — non è il rombo del vento di cresta invernale, è qualcosa di più acuto, più pulito, con le variazioni del vento di giugno che non ha ancora la forza dell’autunno ma ha già la direzione. Le nuvole sul Prado rispondono al vento con movimenti rapidi, quasi nervosi — si formano sul lato ovest, si allungano verso est, si disfano in filamenti che evaporano prima di scendere di quota. Una macchina di trasformazione continua, silenziosa, senza perdere energia.
Il Monte Cipolla si vede molto bene — un dosso erboso con il nome che descrive la forma, con quella discrezione delle cime secondarie dell’Appennino che non rivendicano grandiosità ma tengono il paesaggio insieme, riempiono i vuoti tra i giganti, danno scala a chi guarda.
Rifugio Cesare Battisti, quota 1.803 m La casa tra i giganti
Il rifugio Cesare Battisti si trova in località Lama Lite, a quota 1.765 metri circa, ed è servito dalla strada forestale che collega Civago con Ligonchio. L’edificio è composto da due corpi principali a due piani collegati da un terzo corpo centrale, un locale invernale sempre accessibile e un locale legnaia.
La struttura: Edificio in pietra arenaria, solidamente inserito nel pascolo — non nascosto, non mimetizzato, presente. Il corpo storico è il più antico nella forma, anche se l’edificio attuale è ricostruzione del 1970 e ampliamento del 2007. Il rifugio è una solida costruzione in sasso, armonicamente inserita nell’ambiente, con posti letto e un rifugio invernale. All’esterno, il piazzale con i tavoli si affaccia verso la val d’Ozola — una terrazza naturale su uno dei panorami più ampi dell’Appennino reggiano. Sul muro all’ingresso, un pannello riporta una frase che era già sul muro del vecchio rifugio distrutto dalla guerra: “Qui il silenzio dell’aurora dura tutto il dì, piacciati di ristare in questo loco”, è una citazione diretta di Dante Alighieri, tratta dal Canto X dell’Inferno della Divina Commedia (vv. 22-24). Nella versione originale è Farinata degli Uberti a pronunciarla rivolgendosi a Dante
Il Bivacco “Locale Invernale Paolo Piccinini”: Nel 1995 si decise di costruire il bivacco invernale, contenente otto posti letto e l’armadio per il materiale utilizzato dal soccorso alpino, qualche scaffale e un meraviglioso telefono a “rotella” di colore grigio. Il locale invernale è sempre aperto — indipendentemente dalla stagione, indipendentemente dalla gestione. È il rifugio nel rifugio: quando il grande edificio è chiuso, quando la stagione è finita, quando il gestore è sceso a valle, il Locale Piccinini rimane aperto per chiunque arrivi con la neve alle ginocchia o con il temporale alle spalle. Una porta che non si chiude mai a chiave. È il principio fondamentale del rifugio in quota declinato nella sua forma più pura.
Paolo Piccinini è stato un pilastro della sezione reggiana, spendendosi per decenni nella promozione dell’alpinismo e dell’escursionismo locale. Insieme ad altri storici soci e figure storiche (come Mario Vecchia), Piccinini fu tra i principali promotori e artefici della ricostruzione e dello sviluppo del Rifugio Cesare Battisti a Lama Lite. La “Fabbrica di Lama Lite”: Ricostruire a 1761 metri di quota negli anni ’60, senza i mezzi tecnologici moderni o strade forestali agevoli, fu un’impresa titanica. Piccinini fu tra i principali promotori che mobilitarono decine di volontari. I fine settimana dei “Muratori del Club Alpino Italiano”: Esiste una ricca aneddotica legata ai soci che partivano da Reggio Emilia il sabato pomeriggio con ogni mezzo, portando nello zaino attrezzi e persino mattoni o cemento. Si accampavano a Lama Lite in tende di fortuna per lavorare alla ricostruzione, coordinati dall’entusiasmo trascinante di figure come Piccinini e Mario Vecchia.
Un dettaglio storico molto amato dai frequentatori riguarda la targa di marmo originale del 1925. Nonostante il vecchio rifugio fosse stato rasato al suolo dagli eventi bellici, la targa con la dedica a Cesare Battisti venne miracolosamente ritrovata tra le macerie. Fu conservata e, per volontà di Piccinini e del consiglio direttivo, venne murata sulla parete del nuovo rifugio, dove si trova tuttora, a fare da ponte ideale tra la vecchia gestione operaia e la nuova generazione di chi va in montagna.
Paolo Piccinini non vide i successivi ampliamenti del rifugio (come la nuova ala del 2007), ma il suo spirito di servizio rimase così impresso nella sezione che, quando nel 1995 si decise di dotare Lama Lite di una struttura d’emergenza invernale separata, non ci furono dubbi: il locale doveva chiamarsi Bivacco Piccinini, per ricordare l’uomo che più di tutti aveva insistito affinché quel crocevia appenninico rimanesse un porto sicuro per chiunque, in qualsiasi stagione.
Storia e storie Quello che le pietre portano con sé
Mi siedo a uno dei tavoli con la mia cartina del “2012” datata e personalizzata, rattoppata con nastro adesivo di tutti i tipi. Il piazzale è ancora vuoto — i gestori stanno aprendo, si sente il suono di una porta e il profumo del caffè che esce dalla finestra della cucina. Il sole è già sopra il Monte Prado ed è pieno, senza filtri, con quella qualità della luce di alta quota che toglie le sfumature e rende tutto più diretto, più definitivo.
La storia del Rifugio Battisti è una delle più complesse tra tutti i posti che ho visitato — non perché sia una storia di abbandono o di degrado, ma perché è una storia di distruzione e rinascita, di politica e alpinismo, di guerra e ricostruzione.
Il Rifugio Battisti sorge a 1.761 metri nei pressi di Lama Lite, in una splendida posizione tra il Cusna e il Monte Prado. Oltre a essere una delle eccellenze del Parco Nazionale dell’Appennino tosco-emiliano, un crocevia importante di sentieri tra Emilia e Toscana, ha una storia complessa che va anche al di là del suo valore come rifugio. Ricostruito completamente nel 1970 dalla Sezione reggiana del Club Alpino Italiano che ne è proprietaria, ampliato con una nuova ala nel 2007, in realtà vide la luce nel 1925, realizzato dall’UOEI, Unione Operaia Escursionisti Italiani, per iniziativa di Pietro Montasini, figura di spicco dell’antifascismo reggiano.
L’Unione Operaia Escursionisti Italiani — il nome dice già tutto. Non era un club di alpinisti borghesi: era un’organizzazione nata nel mondo del lavoro, con l’idea che la montagna e il bosco non fossero prerogativa dei ceti abbienti ma appartenessero a chiunque avesse le gambe e la voglia di salire. Pietro Montasini era un antifascista reggiano — costruire un rifugio in quota nel 1925, due anni dopo la marcia su Roma, con il nome di Cesare Battisti — il martire trentino impiccato dagli austriaci nel 1916, che i fascisti avevano cercato di appropriarsi come simbolo — era un gesto politico preciso, non un gesto alpinistico.
Nel 1927, grazie ad un tempismo storico e ad un buon fiuto, l’allora Sezione dell’Enza acquistò il rifugio direttamente dall’UOEI, per un importo di 3.000 lire, con l’impegno di completare le opere di finitura e di ampliarlo entro la fine del 1930. I patti furono rispettati. Nel 1933, quando la sede centrale prese atto dello scioglimento della sezione dell’Enza, il Battisti rimase di proprietà della sezione di Reggio Emilia, la quale continuò a gestirlo, fino a che non fu completamente distrutto dai tedeschi tra l’8 e il 9 agosto del 1944 per impedire ai partigiani di servirsene.
L’8 e il 9 agosto 1944. Due notti per distruggere quello che ci aveva voluto anni a costruire. I tedeschi sapevano che il rifugio era un punto di appoggio per le formazioni partigiane che operavano sull’alto Appennino reggiano — in quell’estate del 1944 la zona del Cusna e del Prado era attraversata dalle brigate partigiane della Val d’Ozola, gli stessi che stavano contribuendo alla creazione della Repubblica di Montefiorino nel territorio più a nord. Il Battisti in quota era rifornimento, riparo, punto di comunicazione. Fu completamente distrutto per impedire ai partigiani di servirsene.
Penso a quella distruzione seduto al piazzale con la vista della val d’Ozola. Non c’era niente di simbolico in quella demolizione — era tattica militare, pratica, fredda. Eliminare un punto di appoggio nemico. Il bosco che sale dal Rio Lama era pieno, in quelle notti d’agosto del 1944, di movimenti che non finivano sulla mappa ufficiale di nessun esercito. Partigiani che scendevano verso la pianura con messaggi, che risalivano con armi, che si nascondevano nelle faggete di giorno. Il Battisti era il punto in alto di questa rete.
Il poligono di tiro. Quella anomalia morfologica che avevo notato grazie alle storie tramandate dai “vecchi”, dal passo sulla parete nord del Monte Prado — e che adesso capisco meglio. Durante la guerra, i tedeschi avevano installato su questi versanti posizioni di artiglieria che sparavano verso il crinale, verso i punti di passaggio dei partigiani, verso le creste dove la resistenza si muoveva. Le pareti verticali del Prado e il Monte Cipolla erano obiettivi naturali — il crinale che separa l’Emilia dalla Toscana era anche la linea che separava le zone controllate dalla resistenza da quelle ancora sotto il controllo tedesco. I colpi di artiglieria sull’arenaria del Prado hanno lasciato tracce che la vegetazione ha coperto ma non del tutto cancellato.
Trascorsi gli anni difficili della guerra, il 28 febbraio 1968 il consiglio sezionale reggiano deliberò senza indugi la riedificazione del Battisti. Il 6 agosto 1968, sotto un cielo piovigginoso, si diede avvio ai lavori. Il nuovo Battisti venne riedificato e inaugurato il 19 luglio del 1970.
Ventiquattro anni tra la distruzione e la ricostruzione. Non è un tempo breve — è quasi una generazione. In quei ventiquattro anni il passo di Lama Lite era rimasto senza rifugio, il valico tra il Cusna e il Prado senza casa. Poi qualcuno aveva detto basta e aveva deciso di ricostruire. Con le raccolte di fondi, con i soci che rinunciavano alle ferie per stare in cantiere, con quella testardaggine silenziosa che appartiene alle sezioni montane quando decidono che qualcosa deve esistere.
La Via Matildica e i ciottoli del Lama Lite Il cammino che non finisce
Prima di chiudere il taccuino faccio una cosa che non avevo pianificato: cerco i ciottoli. Scendo di qualche metro lungo il versante ovest del passo, dove il terreno è più inciso dai flussi d’acqua, e lì — ai margini di un vecchio sentiero che scende verso la Toscana — li trovo. Non sono tanti, non sono perfetti, ma sono inequivocabili: ciottoli di arenaria grigia disposti in file parallele che non hanno la logica del caso. Sono troppo regolari per essere naturali, troppo distanziati per essere un lastricato stradale. Sono i margini di qualcosa — i bordi di una via che percorreva questo crinale prima che esistessero i segnavia, prima che esistesse il rifugio, prima che qualcuno pensasse di costruire una pista forestale da Civago.
La Via Matildica del Volto Santo è un’occasione per rivivere l’atmosfera del feudo di Matilde di Canossa, giungendo alla base dei castelli della Gran Contessa, attraversando borghi e calpestando la stessa venerabile terra percorsa dai pellegrini nei loro itinerari religiosi. Da Mantova a Lucca. L’itinerario attraversa tre regioni, Lombardia, Emilia e Toscana, e si snoda lungo i territori posseduti da Matilde di Canossa.
Il passo di Lama Lite era uno dei punti di transito di questa via — non il principale, non il più noto, ma uno dei varchi attraverso cui i pellegrini, i mercanti e i soldati di Matilde attraversavano il crinale appenninico in direzione della Garfagnana e da lì verso Lucca, verso il Volto Santo. Questo antico tracciato nei secoli percorso da soldati, pellegrini e viandanti, si affaccia in Toscana immergendosi nella natura del Parco Nazionale dell’Appennino tosco-emiliano.
I ciottoli ai bordi del sentiero non erano decorativi — erano funzionali. Delimitavano la carreggiata abbastanza da permettere ai carretti di salire fino al passo senza scivolare sul versante fangoso. In giugno, con il disgelo che rendeva il suolo instabile, quei bordi in pietra erano la differenza tra un carro che arriva e uno che si impantana a metà salita. Qualcuno li ha disposti con cura, pietra per pietra, lungo tutta la salita da Civago fino al passo — un lavoro di giorni o settimane, su un tracciato che doveva essere percorribile in tutte le stagioni, con qualsiasi carico.
Matilde di Canossa non è venuta di persona su questo passo — o forse sì, non c’è modo di saperlo. Ma i suoi eserciti sono passati di qui, i suoi pellegrini sono passati di qui, i suoi commerci sono passati di qui. Il passo di Lama Lite era già un punto di attraversamento del crinale molto prima che il Rifugio Battisti venisse costruito nel 1925. Era un varco — uno di quegli spazi nel crinale che la geografia offre con parsimonia e che le comunità umane hanno sempre trovato e usato, indipendentemente da chi le governava.
Il sole è adesso alto abbastanza da toccare l’intero piazzale. Alcuni escursionisti arrivano dal sentiero — tre ragazzi con i bastoncini, una coppia con il cane, un uomo anziano da solo con uno zaino vecchio e pesante che si siede al tavolo con la naturalezza di chi è stato qui cento volte e non ha bisogno di guardarsi intorno per capire dove si trova, mi guarda e mi dice: “sei Alex?”. Io spiazzato cerco di connettermi alla fisionomia del suo volto. Il nulla neuroni che scintillano come un’elettrodo di una saldatrice… niente. Rispondo “Si” e “Lei”, dove ci siamo incontrati. Le sue testuali parole sono state “qui in cima, ma eri molto più piccolo e girovagavi come un pazzo da qui a la e da la a qui.”
Il Monte Prado ha dissolto la sua nuvola orografica. Adesso la cima è visibile, con la croce sommitale che si distingue a occhio nudo come un segno nero preciso sul cielo bianco-azzurro. Il Monte Cusna è ancora parzialmente coperto — verso ovest c’è un banco di nuvole basse che non ha ancora deciso se salire o scendere. Ma al di sotto si scorge una forma che in pochi notano. Proprio sul sentiero “Costa delle Veline” si trova una macchia boschiva con una forma assai strana; io ci vedo un “delfino”. Si chiama il bosco a forma di freccia della Costa delle Veline sul Monte Cusna.Si tratta di un lembo isolato della secolare Foresta delle Veline, una fitta faggeta che si sviluppa sul versante sud-ovest della montagna. Comunemente tra gli escursionisti e i frequentatori della zona viene chiamato proprio “la freccia delle Veline” o “il bosco a freccia”. La forma: La disposizione naturale degli alberi di faggio, unita alla morfologia del terreno scosceso e ai canali di sfasciume roccioso circostanti, ha modellato questa macchia verde isolata facendole assumere la sagoma perfetta di una freccia rivolta verso il basso. Io comunque continuo chiamarla “il Delfino”
Il rifugio è una tappa di diversi importanti itinerari: della GEA, Grande Escursione Appenninica, del Sentiero Spallanzani e dell’Alta Via dei Parchi. Tre grandi sentieri di lungo percorso si incrociano qui — e ognuno porta con sé le persone che lo percorrono, da ogni punto cardinale, con le loro storie e le loro paure e le loro ragioni per essere su questo passo invece che altrove.
Il piazzale del Rifugio Battisti si riempie lentamente con il sole di giugno. Dalla cucina arriva profumo di pasta fresca — i gestori stanno preparando il pranzo che arriverà tra qualche ora. La val d’Ozola scende verso nord con la sua faggeta scura e i ruscelli che brillano come fili d’argento dal punto in cui si vede dall’alto.
Ho trovato il Rifugio Battisti. Ho i ciottoli della Via Matildica al bordo del vecchio sentiero, la frase sul muro che sopravvisse alla guerra, il Locale Piccinini sempre aperto con i suoi otto posti, la nuvola orografica sul Prado che si forma e si disfa, il Monte Cipolla verso nord-est, le orchidee maculate nel bosco di faggio e abete del sentiero che sale, i tre affluenti del Rio Lama che si buttano veloci verso il fondovalle.
E la storia del rifugio costruito dagli operai antifascisti nel 1925, distrutto dai tedeschi nella notte tra l’8 e il 9 agosto del 1944, ricostruito nel 1970 con le ferie degli ingegneri e i fondi raccolti dai soci, con la stessa frase rimessa sullo stesso muro perché quella continuità valeva l’impegno di trovarla.
«La quota che sembra troppa.» La prima visione del Monte Prado da questo tratto del sentiero produce in alcune persone un senso di scoraggiamento — quella cima è lontana, è alta, è coperta da nuvole bianche che si formano e si disfano nel giro di minuti. Ma il Rifugio Battisti non è sulla cima. Il Rifugio Battisti è nel valico, sotto le nuvole, raggiungibile da chiunque dal parcheggio. La quota fa paura quando si guarda la cima. Si ridimensiona quando si guarda dove si deve arrivare davvero.
«Bagnarsi i piedi senza saper continuare.» I tre guadi degli affluenti sono il tipo di ostacolo che spaventa chi non ha esperienza — non l’acqua profonda, non il torrente impetuoso, ma quella fascia di acqua piccola e fredda che bisogna attraversare sapendo che dall’altra parte le scarpe saranno bagnate. Il sentiero insegna che i guadi si leggono prima di attraversarli: si valuta la profondità, si cerca la pietra piatta, si usa il bastone come terzo punto di appoggio. Non è tecnica — è buon senso rallentato.

«Il vento che spaventa in quota.» Il vento che sfreccia sulle punte del Prado e del Cusna questa mattina è un vento di giugno — ancora gentile, ancora pulito, ancora senza la violenza dell’autunno. Ma è già abbastanza da rendere la cresta un posto diverso dal bosco sottostante: più esposto, più fisico, più onesto nelle sue condizioni. Il Rifugio Battisti risponde a questa paura con la sua posizione: non sulla cima, ma nel valico. Il valico è il posto in cui il vento passa ma non staziona. Il rifugio è costruito esattamente per il momento in cui il vento decide di fermarsi.

«Non meritare la cima.» La frase sul muro del Battisti risponde a questa paura meglio di qualsiasi cosa io potrei scrivere. Non dice “ben arrivato”, non dice “ce l’hai fatta”. Dice che il silenzio dura tutto il giorno, e che ti piaccia restare. Non è un traguardo — è un invito. La differenza è tutto.

«Che la montagna non ricordi di me.» L’uomo anziano con lo zaino vecchio e pesante che si è seduto al tavolo senza guardarsi intorno — lui è stato qui cento volte. La montagna lo conosce nel senso più concreto: lui conosce ogni tratto del sentiero, ogni variazione del vento al passo, ogni qualità della luce nelle diverse stagioni. Non è la montagna che lo ricorda — è lui che porta la montagna dentro di sé. Il bosco non ha memoria degli individui. Ha la forma lasciata da tutti loro insieme.


Annotazione a margine, scritta al tavolo del piazzale con la vista del Prado e del Cusna: “Qui il silenzio dell’aurora dura tutto il dì, piacciati di ristare in questo loco.” Qualcuno l’ha cercata dopo la guerra. L’ha trovata. L’ha rimessa sul muro. Non so chi. Non so come. So che quella ricerca è la cosa più importante che sia stata fatta su questo passo dall’agosto del 1944 in poi.





