Ricovero Monte Cisa

«La quota che toglie il respiro.» Non è solo fisica — è psicologica. Salire di cento metri in pochi minuti cambia la luce, la vegetazione, la temperatura, il suono del vento. Molti percepiscono questo come disorientamento. Il Ricovero Monte Cisa risponde a questo, collocandosi esattamente nel punto di transizione: tra bosco e cresta, tra il protetto e l’esposto. È un rifugio nella soglia.
Ricovero Monte Cisa

«Il sentiero che scende e non si vede dove porta.» Il 609 in discesa è esattamente questo: una traccia che scompare nella vegetazione verso il basso senza mostrare la destinazione. Ma i segnavia biancorossi appaiono con regolarità ma sbiaditi dal tempo — ogni cento, centocinquanta metri — e ogni volta che li vedi è come ricevere un messaggio breve: sei sulla strada giusta. Il bosco non è muto. Parla anche con la vernice.
Ricovero Monte Cisa

«Non trovare acqua.» L’Appennino reggiano è percorso di torrenti e ruscelli. Il Rio Candia, il Rio Grande, la Fossa Gelata — nomi che portano la memoria dell’acqua nel suono stesso. Chi teme la sete in bosco ha paura di un bosco sbagliato. In questo bosco l’acqua è sempre vicina: spesso la si sente prima ancora di cercarla.
Il tempo che si dilata nel silenzio.» In questo ricovero il tempo ha una consistenza diversa. Senza telefono, senza segnale, senza il rumore di fondo della vita moderna, i minuti si allargano — sembrano più lunghi di quello che sono. Molte persone trovano questo insopportabile. Ma è esattamente questa dilatazione del tempo che rende il bosco terapeutico: non ti toglie il tempo, te lo restituisce. In quantità maggiore di quanto pensassi di averne.
Ricovero Ronco Piano

«Che tutto questo non serva a niente.» La paura più sottile. L’ultima resistenza di chi sta quasi per cedere alla montagna ma non si fida ancora completamente. Questi due ricoveri — Monte Cisa a 1.542, Ronco Piano a 1.350 — esistono da decenni. Sono stati costruiti da persone che non si chiedevano se servisse. Serviva, e basta. Ancora oggi servono. Non nel senso dell’emergenza, necessariamente — nel senso della presenza. Ci sono. Ti aspettano. Il bosco non ha dimenticato che esistevi prima di aver paura.*
Due Ricoveri, Un Solo Versante Appennino Reggiano · Rifugio Monte Orsaro — Ricovero Monte Cisa — Ricovero Ronco Piano
Domenica 3 Maggio 2026, una mattina ancora indecisa 44°19’N — 10°08’E · Sentieri 623A e 609
Rifugio Monte Orsaro, quota 1.350 m Il posto che conosci già, ma non abbastanza
Il rifugio Monte Orsaro è un posto che sembra sempre uguale a se stesso — le stesse finestre a specchio sul Monte Cusna, lo stesso odore di legno e cucina che filtra dalla porta laterale anche quando è chiusa, lo stesso silenzio mattutino che pesa diversamente a seconda di quanto hai dormito. Stamattina ho dormito poco. Non per ansia, ma per quella forma di attesa vigile che si installa prima delle uscite in cui si va a cercare qualcosa di specifico: non una cima, non un panorama, ma un edificio. Due edifici. Due ricoveri di cui uno semplice ed evidente in un enorme crocevia, ma dell’altro, ho coordinate approssimative e descrizioni di seconda mano.
Rimango qualche minuto in piedi davanti alla strada forestale che sale verso il Passo della Cisa. Il Monte Cusna si vede bene da qui — la sua sagoma domina a sud-est, massiccia e scura, con il profilo che cambia aspetto a seconda di dove ti metti a guardarlo. Da Monteorsaro sembra una montagna seria, quasi intimidatoria, non quella cosa affabile che ti aspetti dall’Appennino.
<em>Il toponimo “Orsaro” parla di orsi — l’ultimo plantigrado di queste valli venne ucciso intorno al XVII secolo, ma il nome è rimasto come un epitaffio involontario su tutto il territorio circostante.</em>
Carico lo zaino, stringo i lacci degli scarponi e imbocco la strada sterrata verso monte. Il segnavia 623A si stacca alla mia sinistra al primo tornante, quota 1.400, indicato da un paletto con vernice ancora leggibile. Prendo quella direzione e poco dopo mi trovo subito una bellissima e storica sorgente costretta contro la sua volontà in un tubo nero, ma funzionale in caso di un rientro disidrato.
Sentiero 623A, faggeta, quota 1.430 m La cattedrale di faggio
Il sentiero 623A una logorroica strada dissestata e incisa da enormi solchi per drenare l’acqua piovana, entra nel bosco con educazione — non si tuffa dentro, ci scivola, progressivamente, come una frase che abbassa il tono senza cambiare argomento. I faggi qui sono già nella pienezza del settembre: ancora verdi, ma con quella qualità di verde denso, saturo, che preannuncia il giallo imminente. La luce filtra dall’est in fasci paralleli e obliqui che attraversano la faggeta come proiettori di un teatro vuoto — disegnano colonne di particelle sospese nell’aria, rendono visibile l’aria stessa, cosa che normalmente non si vede.
Il terreno è compatto e leggermente umido. La notte ha lasciato condensa sulle foglie e ogni passo solleva un fruscio bagnato, più pieno del solito. Il sentiero sale con regolarità, tagliando i tornanti della strada forestale in modo economico e preciso — chi lo ha tracciato conosceva bene la geometria del versante. Non è un sentiero scavato dalla casualità dei passi, ma progettato: si vede nella costanza dell’inclinazione, nell’assenza di tratti inutilmente ripidi.
Il bivio tra il 623A e il 609 è segnalato da un paletto con frecce che puntano in direzioni quasi opposte. Qui il 623A prosegue verso il Passo della Cisa e poi su verso le Prese e il Monte Cusna. Il 609 scende verso nord-ovest — verso il paese di Casalino, verso la pianura, verso tutto ciò che non è quota.
Il vento arriva da ovest in modo netto, pulito, con una temperatura che scende di tre gradi rispetto al bosco sottostante. Il bosco qui si apre — i faggi si diradano, compaiono i ginepri bassi e compatti che l’alta quota trasforma in forme quasi architettoniche, schiacciati dal vento invernale in profili orizzontali. Tra i ginepri, il mirtillo selvatico è già rosso — un rosso intenso, quasi artificiale, che colora il piano basso della vegetazione mentre i faggi sopra sono ancora verdi. Due stagioni coesistenti nello stesso ettaro.
Passo della Cisa, quota 1.547 m — Deviazione sul 623 Il crinale che separa i due mondi
Il Passo della Cisa è uno spiazzo largo, con una panchina e un tavolo di legno che qualcuno ha installato anni fa e che il vento ha consumato portandolo a una tonalità grigio argento ma ancora in ottime condizioni soprattutto per passarci una notte in caso di emergenza. Ci sono tracce di fuochi spenti nelle vicinanze — cerchi di pietre con cenere vecchia, bianca e anche un grande posto fuoco in cemento. A cinquanta metri, in fondo a un sentiero 609 nel bosco, c’è una sorgente che non è segnata su nessuna mappa moderna ma che qualcuno qui conosce da generazioni rimodernata e resa visibile con altri spazi fuoco.
Rocce arenarie affiorano a intervalli regolari lungo il percorso: sono grigio-beige, a grana media, con vene sottili di argilla rossa che le attraversano in diagonale come ferite antiche già rimarginate. Questa è la stessa arenaria che costruisce tutti i muri a secco della zona — estratta, squadrata approssimativamente, impilata. Una geologia che è anche un’architettura.
Ricovero del Monte Cisa quota 1.542 m Struttura in legno fatta di recente, sembra quasi un garage, ma deve fare il suo dovere, riparare dalla pioggia e dal sole. Dal vano di ingresso, guardando verso est, si vede la val d’Ozola nel fondovalle — i prati di Febbio, le case bianche minuscole, la pianura padana come una foschia luminosa all’orizzonte che smette di essere orizzonte e diventa cielo.
Discesa dal Monte Cisa, bivio con il 609, quota 1.490 m Il cambio di sentiero
Scendo dal Ricovero Monte Cisa riportandomi al bivio con il 609 subito adiacente ad esso. Adesso la direzione è invertita rispetto alla salita: prendo il 609 verso nord-est, in discesa, lasciando alle spalle il crinale e rientrando nella faggeta. Il sentiero qui cambia carattere completamente rispetto al 623A — non è una mulattiera progettata, è una traccia storica scavata dai greggi. In certi punti è profonda quasi ottanta centimetri — si cammina in un canale di terra e radici, con le pareti ai lati all’altezza delle ginocchia. Il bosco sopra si chiude a volta e il senso è di muoversi all’interno di qualcosa di organico, come un’arteria di un animale molto grande. La luce cambia immediatamente, aperta e orizzontale, ma quella verticale della faggeta, filtrata dall’alto attraverso più strati di foglie. È una luce verde-gialla, calda nonostante la temperatura dell’aria, una luce che dà profondità alle cose invece di illuminarle in superficie.
Sentiero 609, mezzacosta, quota 1.420 m Incontro
Mi fermo perché sento prima ancora di vedere. Un fruscio pesante, ritmico, che viene da est — troppo grande per un uccello, troppo regolare per il vento tra le foglie. Poi credo di vederlo: sicuramente un capriolo adulto, femmina, attraversa il sentiero dieci metri davanti a me senza badare a mè. Cammina con quella postura elegante e concentrata nel brucare i piccoli germogli e delicati mirtilli rossi ancora troppo acerbi per il nostro palato — naso a terra, corpo in movimento costante, nessuna esitazione. Passa. Scompare nella faggeta verso ovest. Il rumore si allontana e poi si azzera.
Resto immobile alcuni secondi. Non per paura — per rispetto dell’evento. C’era un animale qui. Adesso non c’è più. Il bosco ha chiuso la parentesi.
Zona Ronco Piano, sentiero 609, quota 1.350 m Il pianoro che spiega il nome “Pra Fenio”
Il terreno si apre e si fa piano — non completamente, ma abbastanza da giustificare il toponimo. Ronco Piano è un’area di versante in cui il pendio rallenta, dove l’acqua ha trovato tempo di depositare invece di erodere. Il bosco qui cambia ancora: i faggi si mescolano ai carpini e ai cornioli, la sottobosco si fa più ricco e variegato, compaiono felci alte che in settembre sono già dorate, quasi trasparenti alla luce laterale del mattino avanzato. Il 609 taglia questa zona in direzione nord-est con un andamento a mezzacosta ma sempre con una pendenza importante, Il Rio Candia scorre da qualche parte verso il basso — lo si sente ma non si vede, nascosto dalla vegetazione densa dell’impressionante valle grigia di arenaria che per 70 metri precipita creando una sensazione di “agorafobia”. La sensazione di essere piccolo e in posto disperso la percezione della paura sale e l’attenzione cresce a dismisura mettendo un piede avanti all’antro in modo impeccabile e sicuro.
Ricovero Ronco Piano, quota 1.350 m La seconda casa, quella che non ti aspetti “ torretta dei guardiafili”
Il Ricovero Ronco Piano non è sulla mappa come ricovero come una semplice casetta bianca. Ma a differenza degli altri, questo ha un elemento in più che noto subito: è visibile dal sentiero. Non bisogna cercarlo — è lì, a sinistra del 609, con la fronte verso di ma senza mettersi in evidenza, come se avesse scelto di non nascondersi.
Questa torretta guardia fili una costruzione alta su due livelli con una scaletta di staffe di ferro ad “U” esterna che porta all’interno della zona vivibile, una piccola stanza 2 metri per 2 con una grande porta di ferro, in questo casa disarcionata da chi sa chi o chi sa cosa. Dietro la porta una stufa a legna distrutta e logora dal tempo e dall’umidità inutilizzabile e sopra di lei il foro che ospitava la canna fumaria a sua volta marcita e inutilizzabile. Al suo centro in mezzo alla parete di 3 metri sormontata da imponenti lastre di calcestruzzo, una resiliente mensola di legno “un’asse di castagno su aste di ferro” e un filo per stendere i panni.
Sul muro di fondo, qualcuno ha inciso con un coltello o un chiodo una serie di linee verticali raggruppate in cinque, come conteggi di giorni o di bestie. Venti gruppi di cinque. Cento. Cento di cosa, non lo sapremo. L’odore è di chiuso, guano e delusione coperto da vecchio fumo e fuliggine e a terra calcinacci e distruzione — l’odore che non si può descrivere meglio di così perché è già la sua descrizione più precisa. La parte sottostante un’altra stanza di 2 metri per 2 sicuramente era la legnaia, anch’essa devastata da tutto e tutti e senza porta.
Faccio un tentativo di aprire la finestra — un piccolo rettangolo senza vetro posto nella parte superiore. Quando la apro vedo che rischierei di danneggiarla ancora di più e abbandono l’idea. Mi siedo sulla porta d’ingresso, affacciata sul bosco di Ronco Piano: faggi, carpini, luce obliqua, silenzio interrotto a intervalli dal picchio nero che lavora da qualche parte verso il basso, il suo ritmo secco e preciso come un orologio senza quadrante.
Non posso chiudere la porta del Ricovero Ronco Piano perché è diversa sul terreno da chissà quanti anni, deluso e disgustato dalla inciviltà e dalla negligenza di chi dovrebbe rendere queste strutture un minino vivibili, riguardo le venti serie di cinque restano incise nel muro per chiunque verrà dopo di me.
Ho trovato entrambi i ricoveri. Ho le coordinate, le misure, le fotografie e comunque ho provato una bellissima sensazione quando mi si è palesato davanti senza dirmi una parola, senza un respiro, senza un movimento, penso proprio che anche lui è rimasto scioccato di vedere una persona che lo ha cercato.
Il progetto avanza.
«Il bosco che non finisce mai.» Dal rifugio si vede già la cima — il Monte Cusna è lì, visibile, reale, misurabile con gli occhi. Questa visibilità dell’orizzonte è il primo antidoto alla claustrofobia del bosco. Chi teme il bosco ha spesso bisogno di un punto fisso oltre la vegetazione. Il 623A glielo dà subito, prima ancora di entrare tra gli alberi.
Ricovero Ronco Piano

«Essere esposti agli elementi.» La cresta del Monte Cisa a 1.542 metri è un posto esposto — vento, pioggia, nebbia arrivano senza preavviso direttamente dal grande mare. Questo ricovero è costruito esattamente per quel momento: non è comfort, è salvezza minima garantita. Chi lo incontra dopo due ore di salita capisce immediatamente che la montagna non abbandona — lascia tracce di cura umana persino nei posti più aspri.
Ricovero Ronco Piano

«Gli animali selvatici.» Se il cinghiale appenninico è il terrore immaginario di molte persone che non frequentano il bosco. La realtà è questa: se non lo si aggredisce, si allontanata senza guardarvi. Non siamo una minaccia, non siamo cibo. Siamo solo oggetti con forme strane ed irrilevanti sul suo tragitto. Il bosco ha gerarchie che non comprendono il panico — comprenderle è la cosa più rasserenante che possa capitare.
Ricovero Ronco Piano

«Che nessuno sappia dove sei.» Il ricovero di Ronco Piano ha una mensola che ospitava una piccola candela e un libro. Questo significa che qualcuno è passato di qui, controllava, si prendeva cura. Il bosco è presidiato da una rete invisibile di persone che ci tenevano alla sicurezza di chi per lavoro o piacere veniva coccolato dalla montagna. Non sei solo nel bosco — sei nella rete di cura di chi è venuto prima di te. Basta solo togliere l’inutile, pulire per terra spostare qualche ragnatela, basta poco per essere compiacente a chi ha realizzato questo posto per gli altri.
Ricovero Ronco Piano

«Non saper leggere i segni del posto.» Venti gruppi di cinque incisi nel muro. Una coperta piegata. Un tavolo con una gamba di pietra. Ogni elemento di questo ricovero è un segno leggibile: qualcuno ha soggiornato qui abbastanza da contare qualcosa, qualcuno ha riparato quello che si rompeva usando quello che c’era, qualcuno ha lasciato calore per chi sarebbe venuto dopo. Il bosco non è un luogo muto — è un luogo in cui la scrittura è fatta di pietra, ferro e lana invece che di inchiostro.
Annotazione a margine, scritta in piedi fuori dalla porta, con la schiena appoggiata al muro di pietra ancora freddo: Cento segni nel muro. Cento di qualcosa che non saprò mai. Forse è la cosa più onesta che possa fare un posto — conservare la traccia senza spiegarne il senso. Il senso era di chi l’ha lasciata. Non appartiene a nessun altro.
«Il segno dell’uomo nel bosco fuori posto.» Molte persone trovano inquietante incontrare strutture abbandonate nel bosco — torrette, capanne, manufatti senza contesto apparente. Questa torretta è diversa: è inquietante non per abbandono ma per violenza subita. Eppure insegna qualcosa di preciso — il bosco assorbe tutto, anche questo. Tra dieci anni la ruggine coprirà la scritta spray, i rovi cresceranno intorno alla base, e la torretta tornerà a essere semplicemente qualcosa che il bosco ha incorporato nella sua storia senza chiederci il permesso.
Torretta Guardiafili, quota 1.448 m Quello che resta di chi vigilava
La trovo ai margini della linea tagliafuoco, sul lato est, dove la faggeta riprende dopo la fascia disboscata. Non è sulla mappa escursionistica — e non potrebbe esserlo, perché le coordinate segnate sulla carta risultano sfasate di circa 150 metri rispetto alla realtà del terreno. È un errore che ho imparato a mettere in conto in questa zona dell’Appennino: le mappe CAI degli anni Novanta hanno qui alcune imprecisioni di rilievo, eredità delle tecniche di misurazione pre-GPS. Il GPS dice una cosa, la mappa ne dice un’altra, il terreno ha sempre ragione su entrambi.
La torretta appare tra gli ultimi alberi della faggeta come qualcosa che non dovrebbe essere lì e tuttavia è lì da decenni. È una struttura metallica a pianta quadrata, lato circa 1,5 metri, alta quasi sei — costruita in ferro angolato bullonato, con una scala fissa che sale lungo il lato meridionale fino a una piccola piattaforma sommitale di circa un metro per un metro, circondata da un corrimano di tondino. Era una torretta di sorveglianza e manutenzione per i cavi dell’elettrodotto: un posto da cui un guardafili poteva ispezionare i cavi e intervenire in caso di guasto lungo i tre punti in cui l’elettrodotto attraversa il versante.
RICOVERO/STRUTTURA — Torretta Guardiafili, Linea Tagliafuoco 609 Struttura copia esattamente la struttura di Ronco Piano. I pioli della scala superiore sono stati forzati fuori posizione. Sul pannello metallico della base, dove un tempo era fissata una targhetta identificativa con il numero di matricola dell’impianto, rimane solo la sagoma in negativo del metallo non ossidato — la targhetta è stata rimossa, probabilmente a mano, probabilmente senza strumenti adeguati. Rimango a guardarla qualche minuto senza avvicinarmi più di tanto. Non per paura strutturale ma per una forma di rispetto, o forse di disgusto, per quello che è stato fatto qui. C’è una differenza precisa tra la rovina naturale e la rovina forzata. La rovina naturale ha una dignità — è il tempo che lavora, la ruggine che avanza, il legno che cede sotto la pioggia di decenni. La rovina forzata è altra cosa: è la traccia di qualcuno che ha deciso attivamente di danneggiare qualcosa che non gli apparteneva, in un posto in cui non c’era nessuno a guardare.
La torretta non serve più a nessuno — i guardafili non esistono più come figura professionale, l’elettrodotto è monitorato a distanza, la piattaforma sommitale non è più raggiungibile in sicurezza. Ma fino a vent’anni fa, qualcuno saliva quei pioli regolarmente, pernottava dopo una giornata di lavoro e studiava i cavi tesi sopra il bosco e annotava su un registro quello che vedeva. Adesso quella persona non sale più, e la struttura che costruiva il suo punto di vista è stata ridotta a un relitto vandalizzato in mezzo alla linea tagliafuoco.
Questo è il punto in cui la cartina escursionistica mostra la sua distanza dal terreno reale: le coordinate indicate sulla carta sono sfasate di circa 150 metri in direzione nord rispetto alla posizione effettiva del sentiero. Non è un errore grave per chi ha esperienza — si legge il terreno, si segue la logica del versante, si trova il segnavia. Ma per chi porta quella mappa come unico riferimento, quei 150 metri di scarto possono essere abbastanza da generare confusione seria, soprattutto con la nebbia o verso sera. Questa discrepanza andrà segnalata nella documentazione tecnica dell’itinerario. Non per spaventare chi verrà qui, ma per onestà nei confronti di chi si fida di una mappa e ha il diritto di sapere dove quella mappa smette di essere precisa.
Trovato il paletto, il 609 subito dopo un bellissimo ruscello, riprende con la sua logica rassicurante di strada bianca storica — mulattiera, segnavia regolari, discesa costante. Il bosco torna faggeta pura, i tralicci scompaiono oltre la cresta, il ronzio dei cavi si azzera. Rimane il suono dei passi, il vento tra le foglie, il bosco che riprende possesso completo del paesaggio sonoro.
Annotazione a margine, scritta camminando, appoggiando il taccuino al paletto ritrovato: 150 metri di errore su una mappa. Non è molto. È abbastanza. Dipende da chi sei e da quanto buio c’è intorno quando te ne accorgi.
«La mappa che non corrisponde.» È una delle paure più razionali e meno discusse del bosco. La carta dice una cosa, il terreno ne dice un’altra, il GPS oscilla. In questo preciso tratto del 609, quella paura è giustificata — la discrepanza esiste, è reale, misura 150 metri. La risposta non è fidarsi ciecamente della tecnologia né della cartografia. È imparare a leggere il terreno come testo principale e usare carta e GPS come note a margine. Il bosco è sempre più preciso di qualsiasi mappa che lo descriva.



