Ex Rifugio Crinale Febbio 2000

«Il bosco come luogo lontano dalla vita reale.» Rescadore in luglio è una località turistica — c’è il bar, c’è il rifugio, c’è il bike park, ci sono le famiglie. Non è wilderness. Ma già qui, già a 1.153 metri, qualcosa cambia nel modo in cui il mondo si presenta. I suoni hanno una fonte. Gli odori hanno una logica. L’aria ha un peso diverso. Chi teme il bosco come posto alieno dalla vita reale dovrebbe fermarsi dieci minuti nel parcheggio di Rescadore a luglio, dopo tre ore di strada nella pianura a 41 gradi, e capire quale dei due posti sembra più reale.

«Gli animali selvatici come minaccia.» La marmotta che fischia non sta chiedendo di essere lasciata sola — sta comunicando. Il bosco è pieno di comunicazione animale che le persone che non frequentano la montagna non imparano a sentire. Imparare a sentirla è imparare una seconda lingua — lenta, non verbale, fatta di fischi e versi e movimenti e odori. Mio padre me l’ha insegnata prima che imparassi a leggere l’italiano. Non me ne sono mai pentita.

«Gli animali selvatici come pericolo nella notte.» I cavalli allo stato brado del crinale del Cusna non sono selvaggi nel senso della pericolosità — sono liberi, che è diverso. Vivono sul crinale, si spostano secondo le loro logiche, hanno i loro ritmi stagionali. Incontrarli di notte non è un pericolo — è un privilegio. Il tipo di privilegio che si guadagna dormendo sul crinale invece di tornare in pianura la sera.

«Che il bosco non ricordi di noi.» I cavalli del crinale non ricordano il mio nome, non ricordano che li ho “grattinati” sotto il mento all’alba. Ma il momento è avvenuto — è avvenuto sul crinale, nella luce lunare, a 2.052 metri, con il Monte Cusna sopra e le stelle che danzavano e il vento che accarezzava le cime prima di dormire. I momenti veri non hanno bisogno di essere ricordati da entrambi i lati. Basta che siano avvenuti.

Pianura di Reggio Emilia, quota 84 m

Quando l’aria diventa un oggetto solido

Il termometro dell’auto segna 41 gradi.

Non è una temperatura — è una condizione. L’aria nella pianura padana a luglio nel primo pomeriggio non si respira, si mastica. Ogni inspirazione ha il peso dell’umidità che sale dall’asfalto rovente, delle acque del Po che evaporano a nord, di tutti quei corpi e quei motori e quelle superfici che da ore accumulano calore senza trovare il modo di cederlo. L’afa trasforma ogni respiro in un affanno — non il respiro affannoso della salita, non quello bello che ti fa sentire viva, ma quello pesante di chi nuota nell’aria invece di attraversarla.

Sono seduta sul sedile del passeggero con lo zaino sulle ginocchia e il finestrino abbassato — il condizionatore è acceso ma ho tenuto il finestrino aperto lo stesso, per quel principio irrazionale che preferirei avere caldo vero piuttosto che freddo artificiale. Lollo, seduto al volante con le mani appoggiate sul volante nella postura rilassata che ha sempre anche quando non è rilassato per niente, sorride senza guardarmi.

“Ti sta già passando?” – “Ancora no.”

Lo zaino sulla schiena è più pesante del solito — notte in quota, cambio, sacco a pelo, la giacca a vento che papà mi ha insegnato a mettere sempre perché sul crinale del Cusna il luglio è relativo. Il Cusna. Solo pensarci produce una variazione nella qualità dell’aria nell’abitacolo — o forse è suggestione, o forse è quello che succede quando una montagna ti appartiene abbastanza da cambiare il modo in cui respiri solo a nominarla.

Papà mi ha portato qui per la prima volta quando ero abbastanza piccola da non ricordare il numero degli anni, solo le immagini. Il crinale. Il vento. La sua mano grande intorno alla mia quando le raffiche arrivavano da ovest e io volavo via — o mi sembrava di volare. Non volavo. Ma quella sensazione di essere troppo leggera per il posto in cui mi trovavo è rimasta, e ogni volta che torno qui la cerco ancora, come si cerca il verso di una canzone che non ricordi per intero ma che riconosci dal primo accordo.

Rescadore, Alpe di Cusna, quota 1.153 m

Quando l’aria cambia registro

Parcheggiamo a Rescadore — a tre chilometri da Febbio “paese”, in quella che è una delle maggiori stazioni di sport invernale dell’Appennino Reggiano, a oltre mille metri di quota. In luglio questo posto ha un’altra vita rispetto all’inverno — non le piste, non la neve artificiale, non gli sciatori con le tute colorate. C’è il bike park aperto, qualche famiglia con i bambini, alcuni escursionisti con gli zaini enormi come il nostro. E c’è il Rifugio Armaduk all’arrivo della prima seggiovia — sempre aperto insieme alla seggiovia.

La temperatura qui non ha il peso dell’umidità della pianura. È ancora calda — siamo in luglio, è il pomeriggio — ma è un caldo diverso. Un caldo che non opprime, che non schiaccia verso il basso. I gradi sono meno, ma soprattutto è meno densa — si sente la differenza fisicamente, nel primo respiro dopo aver aperto la portiera. Come togliersi una giacca bagnata.

Gli odori sono la prima cosa che noto sempre. Non il cemento caldo della pianura, non l’asfalto, non quel fondo chimico generico che tiene in sospeso l’aria delle città. Qui c’è resina — dai faggi che cominciano subito oltre il parcheggio. Erba tagliata di fresco vicino alle strutture del bike park. Qualcosa di minerale che viene dal versante del Cusna sopra di noi, da quella roccia arenaria grigia che scalda diversamente dal cemento e cede il calore in modo diverso, con una qualità quasi organica.

I suoni sono cambiati. Non i suoni della città — non quel fondo continuo di motori e voci e televisioni accese e campanelli di biciclette e avvisi ferroviari che nella pianura non smette mai, neanche alle tre di notte. Qui ci sono suoni, non rumore. C’è differenza. Il suono ha una fonte identificabile, ha una durata, ha un silenzio prima e dopo. Una bambina ride sul gonfiabile. Un motore di Mountain Bike elettrica risale dal sentiero. Un gracchio alpino — già qui, già a questa quota — lancia il suo verso metallico da qualche parte sul versante. Poi silenzio. Silenzio vero.

Non è che la città non mi piace. È che ogni volta che torno in montagna capisco quanto mi manca qualcosa che non riesco a nominare bene finché non lo ritrovo. È questo — questo silenzio con i suoni dentro. La città ha rumore con il silenzio dentro, qualche volta. La montagna ha silenzio con i suoni dentro, sempre.

Seggiovia Alpe di Cusna, primo tronco, quota 1.153-1.500 m

La salita sul filo dell’aria

La seggiovia triposto collega l’abitato di Rescadore (1.160 m) fino a quota 1.500 metri. Saliamo. Il seggiolino si muove nell’aggancio automatico con quel suono metallico che ho sempre trovato stranamente rassicurante — il suono di qualcosa che si aggancia a qualcosa di più grande e ti porta dove non potresti arrivare da solo, o non così facilmente.

Il primo tronco sale attraverso il bosco di faggio. Dal seggiolino, con i piedi che dondolano nel vuoto, il bosco si vede dall’alto in un modo che non si vede mai camminando — la volta fogliare dall’alto, le chiome che si toccano e si accavallano in tonalità diverse di verde, con le lacune dove la luce scende verticale e il sottobosco riceve il suo momento di sole giornaliero. È un paesaggio che papà mi ha insegnato a guardare prima di insegnarmi a camminare in quello stesso bosco — prima si guarda dall’alto, poi si capisce cosa si sta attraversando quando si è dentro.

Lollo si gira verso di me con quella smorfia soddisfatta che fa quando il mondo gli presenta qualcosa che corrisponde alle sue aspettative. “Meglio di qualsiasi condizionatore.”

“Te l’avevo detto.”

All’epoca questa seggiovia rappresentava uno degli impianti più alti di tutto l’Appennino. Il secondo tronco — la seggiovia La 2000 che porta in una zona in campo aperto ideale per la pratica del freeride — è quella che oggi non arriva più fino in cima. Attualmente questa seggiovia è ferma per manutenzione, e dovrebbe riaprire nel 2027 (speriamo). Questo significa che dalla quota 1.500 si cammina. Si sale a piedi attraverso le vecchie piste — oltre quattrocento metri di dislivello ancora, con lo zaino pieni di piccole necessità, “si porta solo quello che si usa”… e il luglio che anche qui, sopra la quota del bosco, comincia a farsi sentire.

Non mi dispiace. Papà diceva sempre che il bosco lo si conosce con i piedi, non con i sedili… ma anche lui l’avrebbe presa perché, papà adora essere in alto.

Ex arrivo seconda seggiovia, quota 1.500 m

Le strutture che il tempo non ha perdonato

Arrivo della prima seggiovia. Il Rifugio Armaduk è qui — l’ex rifugio Armaduk, a quota 1.501 m. Intorno ad esso, e lungo il percorso che sale verso il crinale, le strutture dell’impianto sciistico dismesso e materiali buttati senza nessun ritegno come se fosse una discarica, cominciano a raccontare la loro storia di abbandono.

Non è una storia romantica. È una storia di qualcosa che è stato bello, che ha smesso di essere usato, e che nessuno ha ancora deciso cosa farne. I piloni della seggiovia ferma si alzano sul versante come punti esclamativi metallici, con le pulegge arrugginite e i cavi che dondolano nel vento leggero dell’altitudine. Le cabine di servizio agli impianti sono chiuse — alcune con i lucchetti, alcune solo accostate, alcune aperte su porte che non si chiudono più perché il legno ha lavorato troppo.

Le strutture sono ancora lì, immerse nel silenzio della montagna, a testimoniare una stagione antica che è ormai conclusa. Vederla così, completamente abbandonata, fa davvero impressione.

Mi fa impressione anche a mè, che non ho vissuto quel periodo di benessere sportivo dato che sono “giovane” ma nelle storie di mio padre ogni tanto saltano fuori dettagli che oggi mi si visualizzano. Non è paura — qualcosa di più sottile, più difficile da nominare. La malinconia dell’oggetto che non serve più ma è ancora in piedi. Il pensiero di tutti quelli che sono passati di qui quando questi impianti funzionavano — bambini con le tutine colorate, famiglie con gli sci ai piedi, istruttori della scuola sci che insegnavano le curve con la pazienza di chi lo fa per la decima stagione. Tutto questo è successo qui. Adesso non succede più, e le strutture restano come gli oggetti in una stanza dopo che qualcuno se ne è andato senza portarli via.

Salita lungo le vecchie piste, quota 1.700 m

La fatica che vuole bene

La salita dalle vecchie piste è estenuante nel modo specifico di luglio pomeriggio a 1.700 metri — non il freddo del mattino, non la freschezza del bosco che avevo lasciato sotto. Qui il bosco è finito, il crinale è aperto, il sole ancora alto scalda il versante con il sole d’alta quota che non ha filtri, che non ha l’attenuazione dei livelli atmosferici bassi. La maglietta è bagnata. Lo zaino pesa. Le gambe calcolano ogni passo con una precisione che le gambe fresche non usano.

Lollo cammina un metro dietro a me con un ritmo che rispetto — ho il mio ritmo, sempre avuto il mio ritmo in salita. Papà lo sa. Papà ha sempre aspettato che trovassi il mio ritmo invece di impormi il suo, e questo è forse una delle cose più importanti che mi ha insegnato senza insegnarla mai esplicitamente: il ritmo non si impone, si trova. Si abbina alla respirazione, si abbina all’inclinazione ma quello che conta è che il cuore trovi il suo ritmo senza affanno.

Sul versante aperto, finalmente libero dal bosco, il panorama si allarga verso est — la val d’Ozola che scende verso Ligonchio, le creste secondarie dell’Appennino che si sovrappongono in prospettiva verso la pianura padana invisibile ma intuita, la Pietra di Bismantova che emerge dai dossi collinari come sempre, come ogni volta, con quella forma di tavola che non somiglia a niente altro.

Poi, più in alto, sul crinale, le marmotte. Tra le rocce e i pendii erbosi compaiono numerose tane di marmotta e, a rompere il silenzio della montagna, risuonano spesso i caratteristici fischi con cui questi animali segnalano eventuali pericoli.

Mi fermo. Il fischio di allarme della marmotta è uno dei suoni che amo di più in assoluto — non perché sia bello in senso musicale, ma perché dice qualcosa di preciso sul mondo che lo circonda: dice che qualcuno ci ha notati, che siamo stati catalogati come variabile da considerare, che il bosco ci ha registrati. Il fischio è breve, secco, con quel segnale che non ammette ambiguità. Poi silenzio. Poi un’altra marmotta risponde da più in alto, a cento metri almeno. Una catena di allerta che si propaga lungo il versante — e io sono la causa, e mi sento stranamente onorata di essere abbastanza presente da attivare quel sistema.

Rifugio Emilia 2000, Crinale del Cusna, quota 2.052 m

L’arrivo e quello che ci aspettava

Scavalcato un piccolo dosso, si ritorna sul crinale e si scende fino a una piatta sella (2.052 m). Qualche decina di metri più avanti, si è al Rifugio Emilia 2000. Costruito in funzione degli adiacenti impianti di risalita, oggi contiene un locale sempre aperto con tavoli e panche. Accanto al rifugio si trova l’arrivo della più alta seggiovia di Febbio 2000.

Eccolo.

La struttura dell’ex arrivo degli impianti — il Rifugio del Crinale come lo chiamavano, quello che papà aveva visto aperto più di vent’anni fa come ultima volta — sta esattamente dove la ricordo dalle foto che lui mi ha mostrato, dove la ricordo dalla storia che mi ha raccontato abbastanza volte da renderla mia anche senza averla vissuta in prima persona. Sul crinale, di fronte al versante toscano, con il Monte Cusna che sale a poche centinaia di metri verso ovest e l’Appennino che si apre su tutti i lati come una carta geografica presa troppo sul serio.

La porta è divelta. Non aperta — divelta. Il cardine superiore non c’è più, la porta pende verso l’esterno come un oggetto che ha ceduto alla gravità dopo anni di abbandono. Entro.

Le mensole alle pareti sono rotte — alcune spezzate di netto, alcune semplicemente vuote con i segni delle cose che c’erano e non ci sono più. I vetri di una finestra sono rotti — i frammenti sono ancora sul pavimento, coperti di polvere e di qualcosa che potrebbe essere terra o potrebbe essere vetro polverizzato. Sul pavimento, tracce di bivacchi occasionali e incivili — cenere fuori dal forno, carta stagnola, una bottiglia di plastica. Tutto questo insieme non dà l’impressione di qualcosa che si sia degradato lentamente per abbandono. Dà l’impressione di qualcosa che è stato usato male — di qualcosa che qualcuno ha trovato aperto e ha trattato come se non appartenesse a nessuno, il che a volte è il modo peggiore di trattare qualcosa.

Mi siedo su una panca che tiene ancora. Resto in silenzio per un minuto.

Lollo, in piedi sulla soglia con il sole del tardo pomeriggio alle spalle, mi guarda. Sa quando sto elaborando qualcosa e sa aspettare — è una delle qualità che ho imparato ad apprezzare nelle persone, questa capacità di aspettare senza riempire il silenzio.

“Era bellissimo,” dico alla fine. Non è una domanda. Lo so perché papà me l’ha detto, perché le fotografie lo mostravano — il locale funzionante all’arrivo degli impianti, caldo e attrezzato, con i banconi e le panche e quell’energia specifica dei posti che accolgono le persone dopo una fatica. Proprio lì, all’arrivo degli impianti, sul crinale. Adesso è questo.

Ma c’è ancora qualcosa — c’è ancora la struttura, ci sono ancora le pareti, ci sono ancora il tetto che tiene e le panche che reggono. E soprattutto c’è il crinale fuori dalla finestra rotta, e il crinale è rimasto esattamente quello che era.

Papà mi ha portato qui per la prima volta quando ero piccola — su questo crinale, prima che potessi ricordare tutto con precisione ma abbastanza da mantenere le immagini. Ricordo la nebbia — una nebbia fitta, bianca, che arrivava da ovest e copriva tutto quello che stava oltre dieci metri. Ricordo il vento — terribile, il tipo di vento che ti fa capire fisicamente cosa significa essere piccola su un crinale a duemila metri. Ricordo la sua mano. Ricordo che mi teneva forte ma non tirava — mi lasciava sentire il vento senza proteggermi completamente da esso, come per dire: il vento è reale, imparalo. E poi mi ha mostrato il legno fossile.

A una decina di metri dalla croce di vetta, sul sentiero che passa da dietro, c’è un affioramento di legno fossile — un frammento di albero mineralizzato milioni di anni fa, inglobato nell’arenaria “macinio”, visibile sulla superficie della roccia come una cosa che non dovrebbe essere lì ma che è lì da più tempo di qualsiasi cosa umana costruita su questo crinale. Me lo ha indicato con il dito, tenendomi con l’altra mano contro il vento. “Questo era un albero,” mi ha detto. “Milioni di anni fa era un albero come quelli sotto. Adesso è pietra. Ma puoi ancora vedere il legno.” Non capivo completamente cosa significasse. Ma l’immagine è rimasta.

Crinale del Cusna, paesaggio al tramonto

Il sole che si siede sull’orizzonte

Spostiamo un tavolo fuori — o meglio, lo trasciniamo sulla soglia perché la porta divelta non lascia spazio per uscire in modo semplice con il tavolo, e quindi dopo un “Tetris” impegnativo lo posizioniamo sul prato del crinale. Due sedie e il necessario per una super cena sotto un cielo indescrivibile.

Il sole è sceso abbastanza da essere quasi alla nostra stessa altezza — siamo a 2.052 metri, e il sole di luglio a quell’ora dell’estate è basso, orizzontale, con quella luce che non scende dall’alto ma viene di lato come qualcuno che ti guarda negli occhi invece di guardarti dall’alto. La val d’Ozola a nord è già in ombra — l’ombra del crinale la copre progressivamente. Il versante toscano a sud è ancora in piena luce, con le creste delle Apuane che brillano bianche all’orizzonte e il mare — il Tirreno, il Mediterraneo — che si intuisce come una striscia di luce più intensa oltre l’ultimo profilo di colline.

La temperatura scende. Non di colpo — progressivamente, con ogni grado che passa con il sole che scende. Il vento del crinale è cambiato rispetto al pomeriggio: non è più il vento caldo che saliva dal versante, è il vento fresco che scende dall’ovest dopo il tramonto, aria mossa d’alta quota che accarezza invece di spingere. Come se la montagna, dopo una giornata di caldo, trovasse finalmente il modo di raffreddarsi e ci riuscisse con delicatezza.

La luna “gibbosa calante” è già alta — quasi piena, di quella qualità del luglio in quota in cui l’assenza di umidità rende il cielo più trasparente di qualsiasi altro posto o momento. Le stelle cominciano ad apparire — non tutte insieme, una per una, le più brillanti prima, poi le più timide che si palesano gradualmente come se stessero verificando che il pubblico fosse pronto. La Via Lattea è già visibile, una striscia di luce diffusa che attraversa il cielo da nord-est a sud-ovest, impressionante, infinita come se fosse la prima volta ma non lo era. Non mi stanca mai. Non mi stancherà mai.

Papà mi ha insegnato i nomi delle costellazioni su un crinale come questo. Non tutte — abbastanza. Orione. La Cassiopea. Il Grande Carro, che lui chiama sempre con il nome anglofono “l’Orsa Maggiore” come se non ci si accordasse mai. Il Cigno. Venere che non è una stella ma ci somiglia abbastanza da ingannare chi non sa. Le stelle non erano informazioni, erano conversazioni — erano il modo in cui si stava insieme in silenzio senza stare veramente in silenzio.

Decido di dormire sul tavolo all’interno — non adesso, solo quando verrà il momento. Ho sistemato il sacco a pelo sulla superficie di legno con la giacca a vento ripiegata come cuscino, con le due finestre rotte sopra di me che lasciano entrare l’aria del crinale. Non è un letto. Ma il bosco — e il crinale — non promettono letti. Promettono realtà. E la realtà stanotte è questo tavolo, queste finestre, questa luna, l’odore dell’erba del crinale che entra da fuori e si mescola con quello di pietra vecchia e legno del rifugio abbandonato.

Notte sul crinale

L’alba che chiama con i campanacci e le zampe sul prato

Mi sveglia un suono che non appartiene alla notte di un crinale — o meglio, appartiene a una versione del crinale che non avevo mai incontrato direttamente.

Campanacci.

Non campane — campanacci. Il suono specifico dei campanacci di bestiame, quel tintinnio irregolare che è ritmo senza essere musica, presenza senza essere rumore. E poi qualcos’altro — un nitrito. Basso, breve, interrogativo.

Mi alzo. Guardo fuori dalla finestra rotta nel primo bagliore dell’alba sul crinale — la luna è scesa abbastanza da essere bassa sull’orizzonte ovest, ma il cielo è ancora pieno di stelle che non vogliono andare a dormire. E li vedo.

Una dozzina di cavalli allo stato brado hanno circondato il rifugio.

Sono lì — nel prato del crinale a 2.052 metri, nella prima luce dell’alba che rende i loro mantelli argento e ombra secondo l’angolo, completamente immobili o quasi, con la testa girata verso di me con l’attenzione equina che non è la stessa cosa dell’attenzione umana — è più ampia, meno focalizzata, come se stessero leggendo l’intero spazio intorno invece di un punto solo.

Resto ferma sulla soglia della porta per un minuto. Non faccio niente — non parlo, non mi muovo, non cerco di attirare la loro attenzione. Li lascio decidere. Ho lavorato in un maneggio, ho montato, ho passato abbastanza tempo con i cavalli da sapere che la prima cosa che chiedono è di non essere inseguiti — che il primo gesto giusto è l’immobilità, l’attesa, il lasciare che siano loro a fare il primo passo.

Rientro. Prendo una sedia. Torno fuori. Mi siedo.

Lo stallone è il primo a muoversi — non verso di me, prima intorno al gruppo, controllando il perimetro con quella postura bassa e attenta che gli stalloni hanno quando valutano una situazione nuova. Le narici larghe, la testa che si abbassa e si alza, le orecchie che ruotano verso ogni suono. Sta verificando che tutto sia sicuro per il suo branco, la sua famiglia. È il lavoro di un capofamiglia — il lavoro di chi ha la responsabilità degli altri e la prende sul serio.

Resto ferma sulla sedia. Non sorrido — i cavalli non leggono i sorrisi come li leggiamo noi, leggono il corpo, leggono la tensione e la rilassatezza, leggono se sei qualcuno che vuole qualcosa da loro o qualcuno che è semplicemente lì. Cerco di essere semplicemente lì.

Lo stallone si avvicina.

Non tutto in una volta — in modo obliquo, con quella traiettoria indiretta che i cavalli usano quando si avvicinano a qualcosa di sconosciuto ma non pericoloso. A tre metri si ferma. Mi guarda. Espira — un soffio lungo, caldo, che nella prima luce del crinale si vede come una piccola nuvola.

Mi alzo dalla sedia lentamente, le mani aperte e basse, palme verso l’alto. Non mi avvicino — aspetto.

Lui compie l’ultimo metro.

Il muso sul palmo della mano è caldo, sorprendentemente morbido nella sua pelosità vellutata. Le narici si muovono — mi sta leggendo, catalogando, decidendo. Dura forse cinque secondi. Poi la testa si abbassa leggermente, le orecchie ruotano in avanti — il segnale del rilassamento, il segnale del “va bene”.

Dal quel momento in poi è un gioco di grattini e coccole che non finisce finché non finisce definitivamente la notte e inizia l’aurora.

Le giumente arrivano dopo lo stallone — più curiose, meno caute, con quella sfrontatezza affettuosa delle femmine che hanno già deciso che una cosa è sicura prima ancora che il maschio abbia finito di verificarla. Un puledro — piccolo, con le zampe lunghe e incerte che i puledri hanno quando sono abbastanza giovani da essere ancora goffi — si avvicina di corsa e poi si ferma a un metro, indeciso, con quella comicità involontaria che appartiene solo ai giovani di qualsiasi specie.

Lollo è comparso sulla soglia a un certo punto — non so quando, non me ne sono accorta. Lo vedo ai margini del gruppo, a distanza rispettosa, con lo sguardo di chi sta assistendo a qualcosa che non ha intenzione di interrompere.

Mio padre mi ha insegnato che gli animali non hanno paura delle persone che non hanno paura di loro. Non nel senso della bravata — nel senso dell’assenza di tensione. Gli animali leggono la tensione meglio di qualsiasi macchina. Uno stallone a 2.052 metri nel mezzo della notte è perfettamente in grado di distinguere tra una persona che vuole qualcosa e una persona che è semplicemente lì. Io sono semplicemente lì. Sono sempre semplicemente lì, con gli animali. È l’unico modo che conosco per essere con loro.

Mattino sul crinale, preparazione alla discesa

Il sole che torna e la pianura che aspetta

I cavalli se ne sono andati — non di colpo, gradualmente, prima le giumente con il puledro verso il versante nord, poi lo stallone che ha aspettato che tutti fossero in cammino prima di seguirli. L’ultimo sguardo prima di girare verso il crinale è uno sguardo equino che non so descrivere — non è addio, non è grazie, è qualcosa di più neutro e più pieno allo stesso tempo. Un riconoscimento. Una constatazione.

Il tavolo del crinale è ancora fuori. Ci sediamo, beviamo il caffè. La temperatura del mattino a quota 2.052 è quella che papà chiama “il fresco onesto” — non il freddo notturno, non il caldo del giorno, ma quella fascia di temperatura che esiste solo nelle prime ore ad alta quota in estate, che non richiede né il piumino né la maglietta, ma qualcosa nel mezzo.

La temperatura cresce lentamente, con il sole che sale sopra le Apuane verso est. La pianura laggiù, a 84 metri sul livello del mare, si scalderà di nuovo fino ai 41 gradi. Noi invece scenderemo gradualmente — prima il crinale, poi le vecchie piste, poi la seggiovia e poi fino a Rescadore.

La pianura infuocata aspetta. Ma adesso è lontana — lontana non solo in chilometri ma in qualità dell’aria e in qualità del tempo. Lì il tempo scorre nella sua routine frenetica, nel suo ciclo di sopravvivenza quotidiana. Qui il tempo si è fermato il tempo necessario per guardare le stelle, ricevere i cavalli, sentire il vento accarezzare il crinale come se volesse salutarlo prima di andare altrove.

Discesa verso Rescadore, sentiero e piste

Il ritorno che è già un altro inizio

Iniziamo a scendere. Le vecchie piste da sci in discesa hanno una difficoltà diversa dalla salita — più veloci, con un ritmo diverso, con il panorama che si chiude progressivamente intorno a noi mentre il bosco risale e il crinale aperto scompare sopra le chiome. La faggeta riprende possesso del paesaggio con quella gradualità silenziosa che già conosco.

A quota 1.400, i lamponi selvatici. Ne raccolgo una manciata — acidi, perfetti. Lollo si ferma a fotografare qualcosa tra le radici di un faggio. Aspetto.

La pianura è già visibile laggiù, nella foschia — quella foschia “grigia” dell’estate padana che è la firma visiva del caldo e dell’umidità e lo smog che ci aspettano. Tra qualche ora saremo di nuovo a 84 metri sul livello del mare, di nuovo nella pianura infuocata, di nuovo nell’aria che si mastica invece di respirarsi.

Ma adesso, in questo tratto di discesa tra i faggi di luglio, sono ancora qui. Sul crinale del Cusna che papà mi ha regalato senza saperlo — o sapendolo, che con lui non si capisce mai bene la differenza. Nei boschi che conosco dai suoi racconti prima che dai miei passi. Nella montagna che è la prima lingua che ho imparato.

I cavalli sono sul versante nord del crinale, da qualche parte sopra di me, nel pascolo che è il loro. Lo stallone sta guardando nella nostra direzione o forse no — forse sta guardando altrove, forse ha già dimenticato quella presenza strana uscita dal rifugio abbandonato alle prime luci dell’alba. Non importa. Io non li ho dimenticati. Non li dimenticherò.

Il parcheggio di Rescadore ha qualche auto in più rispetto a ieri pomeriggio — gli escursionisti del mattino presto. La seggiovia inizierà tra poco. Il bar è aperto. Mettiamo gli zaini nel bagagliaio. L’auto è calda — non ancora il caldo della pianura, ma si preannuncia. Accendo il motore. Il navigatore suggerisce tre ore fino a Reggio Emilia con traffico.

Guardo Lollo.

Silenzio. Poi entrambi, senza accordo preventivo, sorridiamo e scendiamo.

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«Il bosco come posto dove le cose si rompono e non si riparano.» Le strutture degli impianti sciistici di Febbio 2000 sono la versione ampliata di questa paura — non un bivacco “ex rifugio” vandalizzato, ma un’intera infrastruttura di risalita lasciata al degrado progressivo. Non è negligenza — è la complessità economica e burocratica della dismissione degli impianti sciistici, che in tutto l’Appennino settentrionale è un tema aperto e non risolto. Il bosco intorno a queste strutture è ancora vivo. I faggi crescono ancora. Ma le strutture non lo sono, e il contrasto tra la vita del bosco e la morte dell’impianto è una delle cose più oneste che questo versante del Cusna mostri a chi la sa guardare.

«Il buio della montagna come luogo di pericolo.» Il buio del crinale del Cusna, con la luna quasi piena, non è buio. È un’altra qualità di luce — più morbida, più diffusa, con ombre diverse e una profondità del paesaggio che la luce del giorno non produce. Chi teme il buio della montagna lo teme perché non sa cosa c’è nell’oscurità. Ma la luna piena sul crinale dell’Appennino reggiano non lascia oscurità — lascia chiarore, e nel chiarore tutto il paesaggio rimane leggibile. Non è la notte della pianura — è un’altra cosa.

«Che la montagna non faccia per me.» Ogni volta che torno sul Cusna — su questo crinale, su questo versante, in questo posto che papà mi ha dato come regalo senza presentarlo come tale — mi faccio questa domanda: fa per me? E ogni volta la risposta è sì, ma non nel senso del sì semplice. Nel senso del sì complicato, del sì che include le mensole rotte e la porta divelta e il tavolo scomodo e i piedi stanchi della salita. La montagna non fa per chi vuole il comfort. La montagna fa per chi è disposta a scambiare il comfort con qualcosa di altro. Io sono disposta. L’ho imparato da papà. Non me lo ha detto — me l’ha mostrato, tanti anni fa, su questo crinale, con il vento che mi faceva volare e la sua mano che mi teneva, e il legno fossile che era stato un albero milioni di anni fa e adesso era pietra ma si vedeva ancora.

«Lasciare la montagna.» Questa non era nelle dieci paure originali del progetto. È la paura che ho trovato per ultima, in questa uscita, in questo momento di discesa verso Rescadore con la pianura che si avvicina e il crinale che si allontana. Non la paura di andare nel bosco — la paura di doverlo lasciare. Non ho una risposta migliore di questa: si torna. Si torna sempre. Il crinale è lì. I cavalli sono lì. Il legno fossile vicino alla croce di vetta è lì da milioni di anni e ci sarà ancora. Il bosco aspetta chi sa tornare con gli occhi giusti.

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Mailee, figlia di Alex 

Annotazione a margine, scritta sul sedile dell’auto nel parcheggio di Rescadore con le mani ancora che sanno di pelo di cavallo e lampone: Papà mi ha portato qui la prima volta con la nebbia e il vento e mi ha mostrato il legno fossile. Non mi ha detto cosa significasse. Adesso so cosa significa: significa che le cose cambiano forma ma non spariscono. L’albero è diventato pietra. Il rifugio abbandonato era un posto di vita. I cavalli sul crinale erano lì prima di me e ci saranno dopo. Io sono passata per un attimo e ho lasciato qualcosa — non so cosa, ma qualcosa. Il bosco lo sa. Lo tiene.