Eco-Mostri Monte Nuda



«Il bosco contaminato dall’impianto.» La stazione sciistica di Cerreto Laghi è il tipo di infrastruttura che produce in molte persone un’immediata reazione di rifiuto — i piloni in mezzo alla vegetazione, le piste scavate nel bosco, la geometria artificiale che impone la sua logica su quella naturale del versante. Ma il bosco qui ha già ripreso i margini — l’erba sulle piste di luglio è alta, i cespugli avanzano ai bordi delle strutture abbandonate, la faggeta che rimane intatta tra un impianto e l’altro è già abbastanza densa da sembrare precedente, non successiva, a tutto questo. Il bosco ha pazienza infinita con le infrastrutture umane. Le ingloba. Sempre.
Bivacco Rosario

«La cima come traguardo irraggiungibile.» Il Monte La Nuda a 1.893 metri non è una vetta tecnica. Non richiede corde, non richiede ramponi, non richiede abilità alpinistiche. Richiede gambe, un’ora e mezza di cammino dalla seggiovia di Cerreto Laghi, e la disponibilità a passare accanto alle strutture abbandonate senza fermarsi a entrarci. Chi ha questa disponibilità trova in cima uno dei panorami più ampi dell’Appennino settentrionale. La paura della cima come posto irraggiungibile va combattuta con la precisione: questa cima è raggiungibile. Da quasi chiunque.

«Il vuoto delle pareti che fa girare la testa.» Le pareti del Vallone dell’Inferno non si guardano dall’alto — si guardano dall’interno, dal fondo del circo dove la discesa porta. Non è vertigine — è scala. Si capisce quanto siano alte solo quando ci si trova in basso e si guardano in su. Quella comprensione della scala è una delle cose più precise che il bosco e la montagna possono offrire: il senso fisico delle dimensioni reali, che non ha equivalente in nessun ambiente costruito.

«La solitudine del circo glaciale come luogo abbandonato.» Il Vallone dell’Inferno non è abbandonato — è abitato nel senso del bosco: mufloni sulle pareti, corvi e gracchi in aria, albanelle sul fondovalle, marmotte cicciotte, la fonte che scorre, il bivacco aperto sul cordone morenico. È abitato in modo diverso da un paese, da un bosco frequentato, da una stazione sciistica. È abitato nel modo in cui i posti distanti dai sentieri principali sono abitati: dalla vita che non ha bisogno dell’uomo per esistere, che era qui prima dell’uomo e sarà qui dopo.

«Il bosco che nasconde pericoli.» Le strutture pre-vetta del Monte La Nuda sono la risposta più onesta e più difficile a questa paura: il pericolo c’è. Non è il lupo, non il cinghiale, non il temporale improvviso — è la struttura che la mappa indica come rifugio e che in realtà è un edificio con materiali potenzialmente tossici e coperture parzialmente crollate. La paura del bosco come posto che nasconde pericoli è, in questo caso, una paura razionale che merita una risposta razionale: aggiornare le mappe, bonificare o demolire le strutture, non indicare come bivacchi di emergenza quello che non lo è.



Gli Eco-Mostri e il Vallone dell’Inferno Appennino Tosco-Emiliano · Cerreto Laghi — Rifugio Piella — Monte La Nuda 1.893 m — Monte Gendarme — Bivacco Rosario 1.613 m — Vallone dell’Inferno
Giovedì, un luglio che non si scusa per il caldo 44°12’N — 10°17’E
Tra la provincia di Reggio Emilia e quella di Massa-Carrara — il confine che non si vede ma si sente
Cerreto Laghi, seggiovia, quota 1.269 m Il punto di partenza che non ti aspetti
Dal Passo del Cerreto si prende la strada per la località Cerreto Laghi fino a un deciso tornante sulla sinistra alla quota di 1.269 metri, dove si trova un bar dove si può lasciare l’auto. È una partenza insolita per questa ricognizione — non un parcheggio forestale, non un ponticello su un torrente, non il margine di un paese di montagna. Una stazione sciistica. Gli impianti di risalita. Il tipo di posto che in luglio ha quella qualità sospesa delle strutture create per l’inverno e spesso lasciate ferme per l’estate. I piloni delle seggiovie in mezzo al prato verde, le reti arancioni di protezione ai bordi delle piste chiuse, le cabine della seggiovia dondolanti nel vento con quella qualità di oggetti che aspettano una stagione che non è ancora arrivata.
La seggiovia è attiva — funziona in Luglio e Agosto, e quindi con pochissima indecisione, salgo senza esitare e raggiungo il Rifugio la Piella.
Rifugio Piella, quota 1.500 m circa
La prima sosta — la struttura che funziona
Il Rifugio Piella è il punto di riferimento intermedio di questa salita — una struttura che esiste, che è aperta, che ha un gestore. Non è oggetto della ricognizione principale di oggi, ma merita una sosta e un riconoscimento: in questo versante popolato di strutture abbandonate e pericolanti, un rifugio che funziona vale doppio.
Mi fermo. Bevo dell’acqua riempita alla fonte segnalata più in basso. Il bosco qui si apre leggermente — si intravede verso nord il fondovalle del torrente Rosaro che scende verso il Cerreto, con le curve del torrente visibili come linee argentee tra la vegetazione. Verso sud il bosco sciama e i prati verdi ricchi di mirtilli e fiori, risalgono ancora verso la quota del Monte La Nuda — nettamente visibile da qui, soprattutto presente in quel modo specifico in cui le montagne alte si sentono prima di arrivarci.
………… Il progetto avanza.
Bivacco Rosario

«Il bosco come posto dove l’uomo ha lasciato il peggio di sé.» Le strutture abbandonate degli impianti sciistici sul Monte La Nuda sono il caso limite di questa paura — non il bivacco vandalizzato, non la bomboletta spray, ma l’abbandono turistico/industriale sistematico, la struttura che nessuno ha mai deciso di portare via perché portarla via costa e lasciarla costa meno, almeno a breve termine. Il bosco intorno a queste strutture è ancora vivo. I faggi crescono ancora. I lamponi e i mirtilli nelle radure producono ancora i frutti. Il paesaggio naturale resiste all’abbandono umano con quella ostinazione vegetale che non conosce scoraggiamento. Ma queste strutture sono lì. E finché sono lì, il versante non è quello che sarebbe.

«La roccia che non si tocca.» Il Gendarme richiede le mani sulla roccia. Non è alpinismo — è la risposta fisica più diretta al bosco e alla montagna: mettere le mani sulla pietra, sentire la grana dell’arenaria, trovare l’appiglio con i polpastrelli invece che con gli occhi. Chi non ha mai messo le mani sulla roccia trova questo passaggio straniero. Chi lo fa una volta capisce che la roccia non è ostacola — è supporto. È la montagna che offre la presa.

«Il bivacco come posto fuori dal mio territorio.» Il Bivacco Rosario è in Toscana — è oltre il confine. Questa ricognizione ha coperto l’Appennino reggiano e tosco-emiliano, e questo bivacco sta dall’altra parte di quella linea invisibile. Ma il crinale non sa dei confini provinciali. Il sentiero 00 non sa dei confini provinciali. Il corvo imperiale che plana sulle pareti del Vallone dell’Inferno non sa dei confini provinciali. Il bivacco è stato costruito da Fivizzano perché serviva — non perché fosse dentro o fuori una certa provincia. Il bosco non ha confini amministrativi. Ha la logica del territorio, che è più antica e più coerente di qualsiasi delimitazione umana.

«Il bosco estivo come posto caldo e scomodo.» Il luglio dell’Appennino tosco-emiliano a 1.400 metri non assomiglia al luglio della pianura. L’aria è fresca nelle prime ore, fresca all’ombra della faggeta per tutta la mattina, tiepida solo nelle radure delle ore centrali. Il bosco di faggio è uno degli ambienti più temperati che esistano in estate — la volta fogliare abbassa la temperatura di cinque, sei gradi rispetto al prato aperto. Chi teme il bosco estivo perché pensa al caldo di luglio ha mai camminato sotto una faggeta matura a 1.400 metri?

«Che il bosco finisca per colpa nostra.» Il versante nord del Monte La Nuda mostra cosa succede quando si costruisce senza pianificare il ciclo completo — inclusa la dismissione. L’impianto sciistico era una promessa di accesso alla montagna. L’abbandono dell’impianto senza bonifica è la negazione di quella promessa, moltiplicata per il danno residuo che rimane. Il bosco intorno alle strutture abbandonate resiste — i faggi crescono ancora, i lamponi e i mirtilli, producono ancora. Ma il versante non è quello che sarebbe senza quegli eco-mostri. La risposta a questa paura non è non costruire — è costruire sapendo già come si demolisce. E demolire quando si smette.



Annotazione a margine, scritta al tavolo del bar con il lampone dell’ultimo mese ancora in bocca: I corvi imperiali del Vallone dell’Inferno non si preoccupano degli eco-mostri. Non si preoccupano della seggiovia. Non si preoccupano delle mappe che indicano bivacchi dove non ci sono bivacchi. Planano sulle pareti dell’arenaria con quella calma di chi sa che le pareti saranno ancora lì quando tutto il resto sarà andato. Probabilmente hanno ragione. Ma nel frattempo c’è qualcuno che deve occuparsi di quello che le pareti non possono occuparsi da sole.


