Ex Bivacco le Cadoniche

«Partire senza sapere cosa si trova.» Il parcheggio di Ventasso Laghi è un confine preciso — tra il mondo con asfalto e il mondo senza. Molte persone si fermano esattamente qui, al bordo, senza varcare. Non per mancanza di coraggio: per mancanza di una ragione sufficientemente concreta che stia dall’altra parte. Il Bivacco Le Cadoniche è quella ragione. Abbastanza per fare il primo passo.

«Che il bosco non abbia memoria di noi.» Il gancio di ferro incorporato nella radice del faggio è la risposta più concreta che abbia trovato a questa paura. Il bosco ricorda tutto — non con le parole, ma con la materia. Assorbe ogni oggetto lasciato abbastanza a lungo, lo trasforma, lo rende parte di sé. Nulla di ciò che viene portato qui scompare davvero — si trasforma in qualcos’altro.

«Che il bosco nasconda qualcosa di pericoloso.» Il Ventasso nasconde i resti di un elicottero precipitato, una targa commemorativa, e le anime di tre partigiani (La zona era presidiata da formazioni legate alla Resistenza, come le Brigate Garibaldi o Giustizia e Libertà, che operavano tra l’alto Appennino reggiano e le province limitrofe, due briganti che fingevano di essere fantasmi e una statuetta della Madonna con la vernice scrostata. Non nasconde niente di soprannaturale — nasconde storia umana stratificata. La differenza tra paura del bosco e rispetto del bosco è esattamente questa: capire che quello che non si vede non è minaccia, è memoria.
«Che il bosco finisca.» Il Monte Ventasso è in piedi da prima che qualcuno inventasse i numeri per misurarlo. I castagni del versante nord hanno cinque, sei, forse sette secoli. Il bivacco Le Cadoniche ha quasi cento anni. La fonte gocciola da prima che qualcuno posasse quel tubo metallico. La paura che il bosco finisca è reale e legittima — ma chi viene qui capisce che il bosco ha già resistito a tutto quello che gli abbiamo fatto finora. Non per indifferenza: per una forma di testardaggine silenziosa che la faggeta esprime meglio di qualsiasi discorso.
Il Sentiero che Ricorda i Nomi Appennino Reggiano · Ventasso Laghi — Bivacco Le Cadoniche
Un aprile che ha già scelto di essere autunno 44°23’N — 10°22’E · Versante nord-ovest del Monte Ventasso
Parcheggio nord di Ventasso Laghi, quota 1.390 m Il punto zero
Il parcheggio di Ventasso Laghi alla mattina presto è un posto che non sa ancora di essere un posto. Le auto parcheggiate per il week-end non ci sono ancora — solo la mia panda arancione e uno spiazzo di asfalto grigio che finisce dove inizia il bosco senza cerimonie di sorta. All’estremità nord del parcheggio, dove la recinzione della stazione sciistica cede il posto alla vegetazione naturale, un paletto di legno con il segnavia biancorosso indica verso l’alto e verso destra: sentiero ma decido di affidarmi alle tracce naturali e cerco di accorciare il sentiero, percorrendo una vecchia strada forestale che attraversa il bosco lasciando entrare la luce dai faggi e mi obbliga a guadare come una rana piccoli e velocissimi ruscelli improvvisati dalle piogge notturne.
Lo zaino leggero — ho aggiunto il kit fuoco il necessario per prendere appunti: occhiali “data l’età” che avanza un piccolo blocco appunti e una matita. Il Bivacco Le Cadoniche non è un ricovero normale, ma una vera area di sosta per escursionisti.
Il Monte Ventasso si vede parzialmente da qui — la sua cima tonda emerge verso sud tra i faggi del versante, con quella forma a cupolone che lo distingue da tutti gli altri rilievi della zona. Non è una montagna appuntita: è una montagna che si espande, che si allarga verso l’alto invece di restringersi. Una montagna che vuole occupare spazio. Composta di Arenarie del Macigno: La cima è costituita principalmente da arenarie, rocce sedimentarie originatesi circa 25-30 milioni di anni fa (Oligocene superiore – Miocene inferiore) per la sedimentazione di correnti di torbida in bacini marini profondi.
Il bosco di castagno che non cè…
………… Il progetto avanza.
«Il bosco che cambia senza avvisare.» La transizione castagno-faggio è il primo cambiamento percepibile di questo sentiero — il suono dei ricci sul terreno cede il posto al silenzio morbido della lettiera di foglie, la luce calda e irregolare diventa quella diffusa e uniforme della faggeta. Chi non frequenta il bosco può vivere questi cambiamenti come disorientamento. Chi li impara a leggere li vive come capitoli: il bosco si racconta per sezioni, ciascuna con il suo carattere.

«L’altezza che vertigina.» La selletta non è alta — 1.510 metri sull’Appennino sono quota media. Ma l’apertura improvvisa del panorama verso nord, dopo il bosco chiuso, produce in alcune persone una reazione vicina alla vertigine: non fisica, ma percettiva. Lo spazio si allarga troppo velocemente. Il bivacco risponde a questa paura collocandosi nel punto più riparato del versante, dove l’orizzonte si restringe di nuovo e il bosco torna a fare da contenitore.

«Che le storie del bosco non riguardino me.» I briganti della Grotta delle Fate, i partigiani del 1944, i soccorritori di Charlie Alpha — queste storie appartengono a questo territorio esattamente come i faggi e i ruscelli e la fauna che prospera nel sottobosco silenziosa e furtiva. Chi cammina qui cammina dentro queste storie senza saperlo. Il bivacco è parte della storia di questo posto. Anche tu, anche adesso.

Annotazione a margine, scritta sulla vasca della fonte e al sole oscurato da nuvole tempesto e raffiche di vento: I due briganti della Grotta delle Fate smisero di fare i fantasmi quando i morti veri divennero troppi. C’è qualcosa di profondamente umano in questo — e qualcosa di profondamente triste. Il bosco non giudicò nessuno dei due. Continuò a fare il bosco.


