«Non sapere cosa aspettarsi.» Il Bivacco Santa Maria Maddalena è classificato in almeno quattro modi diversi nelle guide e nelle relazioni: “oratorio con bivacco annesso”, “chiesa-bivacco”, “antico eremitaggio con stanza sempre aperta”, “bivacco a due piani curato dagli Alpini”. Costruito originariamente nel Medioevo come romitorio femminile, fu distrutto dai tedeschi nel 1944 e ricostruito nel dopoguerra. Quattro descrizioni per un posto solo. Chi ha paura del bosco ha spesso paura di questa imprecisione — preferisce sapere esattamente cosa troverà. Il bosco non funziona così. Nemmeno i posti che lo abitano. La sorpresa è parte dell’arrivo.

«Il sentiero che sembra sbagliato.» Il sentiero ha quei tratti in cui si rallenta e ci si chiede se si è ancora sul percorso giusto — i segnavia arrivano con meno regolarità, la traccia si fa meno evidente, le foglie coprono il fondo. Questa sensazione è uno degli elementi più utili da attraversare per chi vuole imparare a stare nel bosco: il momento in cui si rallenta, si guarda in giro con attenzione, si cerca il prossimo segnavia. È il momento in cui si passa dall’automatico al presente. Il bosco lo insegna meglio di qualsiasi altro ambiente.

«L’acqua ferma nel bosco.» I laghi di montagna hanno questa qualità di sembrare connessi a qualcosa di più profondo di quello che mostrano. È una percezione antica — tutta la mitologia europea associa l’acqua ferma di quota a mondi sotterranei, a passaggi, a presenze non visibili. Il Calamone ha i suoi gorghi leggendari che Spallanzani smentì con la sonda nel 1762 e che i vecchi delle valli continuavano a raccontare anche dopo. La paura dell’acqua ferma nel bosco è una paura antichissima. Conoscerne l’origine — glaciale, misurata, spiegabile — non la elimina del tutto. Ma le dà un nome.

«I luoghi di culto nel bosco.»  Un posto che produce in alcune persone un senso di disagio che non sanno spiegare. Non è paura del sacro in sé: è il sacro fuori dal suo contesto abituale, il sacro che appartiene al bosco invece che al paese. Ma questo è esattamente il punto — questo oratorio è sempre stato del bosco, costruito da persone che vivevano del bosco e per le quali il divino stava in quota, non in pianura. Entrarci è leggere una teologia diversa da quella delle chiese di città.

«Che il bosco non abbia più custodi.» Qualcuno viene qui, controlla il tetto, verifica che la porta chiuda, scrive una nota pratica e una sigla. Lo fa da anni, probabilmente da decenni. Non è una figura romantica — è una persona con un impegno concreto verso un posto concreto. Il bosco ha custodi. Non li vedi, ma lasciano le loro firme sui registri e le coperte piegate sulle brande e le matite sul tavolo. Spero che anche tu, capisca nella responsabilità che hai nel frequentare questi posti.

Il Sentiero delle Fate e dell’Eremita Appennino Reggiano · Ventasso Laghi — Bivacco Santa Maria Maddalena

Il Sabato, che odora  44°23’N — 10°23’E · Versante nord-ovest del Monte Ventasso

Parcheggio nord di Ventasso Laghi, quota 1.390 m Il confine tra il costruito e il vivo

Il parcheggio di Ventasso Laghi a quest’ora del mattino è un posto sospeso tra due stagioni — quella turistica, che finisce con le ultime domeniche di ottobre, e quella del silenzio, che inizia adesso e durerà fino alle prime nevicate che riportano i fondisti. Adesso è nel mezzo: qualche segno residuo della stagione estiva — un cartello del bike park parzialmente smontato, una palina segnaletica con un adesivo scolorito — ma nessuna persona, nessun motore acceso, nessuna voce. Solo il Monte Ventasso che si alza verso sud con la sua forma di piramide tonda e scura contro un cielo che non ha ancora deciso il colore definitivo della giornata.

Sono venuto qui per il bivacco più insolito e più bello per, che abbia mai censito in questa ricognizione: non un ricovero costruito dai pastori, non una struttura della Forestale, non una capanna da boscaiolo. Un oratorio. Un luogo di culto trecentesco che nel retro, come per un accordo tacito tra il sacro e il necessario, ospita da secoli un bivacco sempre aperto.

Il Bivacco Santa Maria Maddalena è una di quelle sovrapposizioni di funzioni che solo l’Appennino riesce a produrre con naturalezza: chiesa e ricovero di emergenza nello stesso edificio, messa mattutina e branda per l’escursionista notturno, storia religiosa e storia montana che condividono le stesse pietre senza che nessuna delle due rivendichi esclusività.

Controllo lo zaino per l’ultima volta. La quota di partenza è 1.390 — quella di arrivo è 1.502. Centodieci metri di dislivello, ma la distanza è più lunga di quanto suggerisce il salto altimetrico: il sentiero  non sale diretto, sale per approssimazione, girando intorno alla montagna più che arrampicandosi su di essa, aggiungendo una “curiosa variante” dove il cartello esprimeva la sua buona volontà di avvertirmi con una insolita frase “sentiero ripido”, che mi ha realmente distrutto.

Primo tratto, quota 1.420 m  Quel castagneto antico e il suo silenzio

Il sentiero parte dall’estremità nord del parcheggio con la stessa franchezza che conosco dall’uscita precedente — sale subito, senza pianeggiante di cortesia, con la pendenza dei primi cento metri che chiede alle gambe di entrare in ritmo prima che la testa abbia finito di svegliarsi. Ma stavolta il fondo è diverso: le foglie cadute nei giorni scorsi hanno coperto il sentiero di uno strato arancione-marrone che attutisce i passi e rende tutto più morbido, più silenzioso, come se il bosco avesse posato una coperta sul terreno per non disturbare qualcosa.

I castagni monumentali, con i tronchi che sfidano il metro e mezzo di diametro, le chiome già quasi del tutto girate dal sole — ma stamattina hanno qualcosa di più. La luce bassa li colpisce di traverso, da est, e trasforma ogni tronco in una colonna di rame scuro con ombra precisa. La prospettiva del sentiero tra questi tronchi, questa mattina, assomiglia a qualcosa di deliberato — come se qualcuno avesse posizionato quegli alberi apposta per produrre esattamente questo effetto di luce.

Cammino lentamente. Non c’è fretta — il bivacco non scappa. E c’è qualcosa in questo bosco che merita di essere attraversato piano, con attenzione, come si attraversa una stanza di qualcuno che non c’è più ma i cui oggetti sono ancora al loro posto.

Verso il basso, verso l’acqua, verso quella conca glaciale che per secoli si è chiamata semplicemente Lago del Ventasso e che solo alla fine dell’Ottocento ha preso il nome attuale, derivato dalle canne palustri che colonizzano le sue sponde. Il sentiero sale verso sinistra, verso Santa Maria Maddalena e il Ventasso. Il sentiero è più stretto, meno battuto, con segnavia meno frequenti che obbligano a un’attenzione diversa, più costante, meno automatica. Il bosco qui è ancora castagno nella parte bassa, poi irreparabilmente si trasforma in faggio nella parte media, poi una mescolanza più fitta che include carpino, tiglio selvatico e, in alcuni punti, qualche abete bianco isolato. 

L’abete bianco è raro in questo versante — è una specie che il faggio ha progressivamente soppiantato nel corso dei secoli, favorito dai cambiamenti climatici e dai tagli selettivi umani. I pochi esemplari rimasti sono superstiti di una composizione forestale molto più antica, testimoni di un bosco che esisteva prima che il faggio si facesse dominante. Quando ne incontro uno mi fermo un momento — non per sentimentalismo, ma per riconoscimento.

A questa quota sale per tornanti irregolari che non rispettano la logica delle mulattiere costruite — non è un sentiero di lavoro, è un sentiero di passaggio. Qualcuno lo ha tracciato camminando, non progettandolo. Si vede nel modo in cui aggira ogni ostacolo senza la geometria dell’ingegneria: albero caduto — ci va intorno. Masso — lo costeggia. Zona umida — la evita con una curva larga. Una logica adattiva, empirica, accumulata nel tempo.

Il prato che non è prato, il sentiero attraversa una grande radura che a prima vista sembra un prato — erba alta, ginepri bassi, qualche betulla giovane ai bordi — ma che alla seconda occhiata rivela la sua natura diversa. Il terreno non è compatto come un pascolo: è spugnoso, cedevole sotto i piedi in modo irregolare. Ci sono zone dove il passo affonda di cinque centimetri, zone dove il terreno è più solido, zone dove l’acqua affiora in superficie nonostante la stagione. È una torbiera — non grande, non spettacolare, ma inconfondibile. Le torbiere dell’Appennino reggiano sono residui diretti dell’ultima glaciazione: dove il ghiacciaio si ritirava, lasciava conche impermeabilizzate dalle argille glaciali in cui l’acqua si accumulava e la vegetazione acquatica costruiva nel tempo strati di torba. Alcune di quelle conche sono diventate laghi — il Calamone, il Lago Verde — altre sono rimaste paludose, poi bonificate e convertite in pascolo, poi abbandonate e tornate parzialmente alla loro natura originale. Questa radura che cammino è una di quelle: un pascolo che non riesce del tutto a dimenticare di essere stato una torbiera.

La luce qui ha una qualità strana — riflessa dall’acqua interstiziale nel terreno, più diffusa, quasi argentea nonostante il sole obliquo. Le genziane estive sono finite, ma sulle sponde più umide ci sono ancora alcune primule tardive, gialle, microscopiche. Li guardo un momento. Fuori stagione di almeno un mese. Resistenti.

Lago Calamone, sponda ovest — deviazione prima di salire L’acqua più antica della zona

Il lago Calamone è il più vasto lago naturale della provincia reggiana — trentamila metri quadrati di superficie, quasi dieci metri nel punto più profondo, tre sorgenti naturali che lo alimentano da sotto. Non è grande per standard alpini, ma per l’Appennino reggiano è una massa d’acqua considerevole, ferma, silenziosa, con quella qualità dei laghi glaciali di sembrare più vecchi di qualsiasi cosa li circondi.

Cammino sulla sponda ovest per qualche minuto. L’acqua è color antracite stamattina — riflette il cielo nuvoloso senza ornamenti, senza il luccichio che avrebbe con il sole. Sulle sponde umide del lato meridionale, dove la torbiera incontra l’acqua, le canne palustri sono ancora alte e brunite, mosse dal vento in ondate lente. Da qui il nome — o almeno uno dei nomi: il “kalamòn” greco-bizantino delle canne, trasformato nei secoli in Calamone. Anche se un’altra versione vuole che derivi dal latino “calamus”, calamaio, per via del colore scuro dell’acqua in certi giorni. Due etimologie per lo stesso posto, entrambe plausibili, entrambe vere nella misura in cui descrivono qualcosa di reale.

Il lago ha una storia di leggende che la sua stessa quiete alimenta. La più resistente narra di gorghi sotterranei comunicanti con gli abissi del mare — una credenza così radicata che nel 1762 il naturalista Lazzaro Spallanzani fece una spedizione specifica per misurarla e smentirla, scandagliando il lago e trovandolo profondo al massimo quattordici braccia, assolutamente ordinario nei suoi fondali. La scienza smentì la leggenda. La leggenda sopravvisse alla scienza, come quasi sempre.

Riprendo il sentiero lasciando il lago alle spalle. Il sentiero ora sale con più decisione — la quota finale è a cinquanta metri sopra, ma il terreno si fa più vario e impegnativo: detriti morenici affiorano tra le radici dei faggi, grandi massi erratici di arenaria grigia giacciono sparsi sul versante come oggetti dimenticati, residui delle antiche fronti glaciali che hanno plasmato questo versante quando il ghiaccio aveva qui il suo limite inferiore.

In mezzo ai massi erratici, la vegetazione si adatta con intelligenza morfologica: gli alberi crescono tra i massi invece che sopra di essi, le radici avvolgono le pietre invece di spezzarle, la lettiera si accumula nelle cavità create dai massi formando piccoli ecosistemi umidi e ricchi. Tra due massi particolarmente vicini, al riparo dal vento, un muschio verde brillante ha costruito un tappeto denso e perfetto — il tipo di verde che non sembra reale, che sembra il modello di qualcosa.

Il vento arriva più forte adesso, da nord-ovest, portando odore di pioggia — impossibile dire. Ha quella qualità umida e mobile del vento appenninico che trasporta l’umidità atlantica sopra il crinale e la scarica sul versante reggiano senza preavviso preciso.

Bivacco Santa Maria Maddalena, quota 1.502 m Il posto dove il sacro e il necessario condividono le stesse pietre

Lo sento prima di vederlo. Non un suono — un cambiamento nell’aria. Il bosco si apre su un ripiano di circa mezzo ettaro — prato breve, morbido, circondato rocce e da faggi e alcuni abeti bianchi che qui, a questa quota, sembrano essere sopravvissuti in numero maggiore rispetto al versante sottostante. Al centro del ripiano, con la fronte rivolta a est verso la val Secchia, un edificio che non assomiglia a nessun altro che abbia incontrato in questa ricognizione.

La struttura: Oratorio trecentesco in muratura di arenaria locale, con facciata semplice e portale ad arco leggermente ogivale — l’unico dettaglio architettonico che tradisce l’epoca di costruzione in tutto il resto dell’edificio, austero e funzionale. Dimensioni complessive dell’intero complesso circa 12×6 metri. Sul lato sinistro della facciata, una grande croce metallica alta quasi quattro metri, piantata nel prato con la base in pietra. Sul lato destro posteriore — accessibile da un passaggio laterale che gira intorno all’edificio — il bivacco vero e proprio: una stanza sempre aperta, a due piani, con scala interna, gestita e manutenuta dall’Associazione Nazionale Alpini. 

Primo Piano: Una piccola stanza con un bellissimo tavolo di ricoperto in pietra, le se panche di legno poste su basi di calcestruzzo un enorme sasso arenario come posto a tavola, un gancio di ferro per appender lo zaino e una enorme mescola fornita per chi arriva è ne ha veramente bisogno. Il secondo piano: tre/quattro brande metalliche una finestra minuscola verso ovest. L’interno è pulito con quella pulizia che viene da manutenzione sporadica ma presente. Odore: legno secco, pietra fredda, qualcosa di resinoso degli abeti fuori che entra dalla finestra anche chiusa.

La storia: L’Oratorio di Santa Maria Maddalena è uno dei posti più antichi di questo versante del Ventasso. La costruzione risale probabilmente al XIV secolo, come suggerisce il portale — ma la vocazione del luogo è più antica dell’edificio: prima che ci fosse la chiesa, ci fu probabilmente un eremitaggio, un posto in cui qualcuno aveva scelto di vivere in solitudine su questo ripiano riparato, con l’acqua di un piccolo rio nelle vicinanze e i pascoli estivi intorno. L’eremitaggio divenne oratorio, l’oratorio divenne meta di pellegrinaggio — e lo è rimasto fino ad oggi. La sagra del 22 luglio, dedicata alla santa, richiama ancora ogni anno una folla da tutti i paesi della val Secchia e della val d’Enza. Una processione che risale da Busana, da Nismozza, dai paesi della pianura — portando in quota, per un giorno, la vita di valle. Nel XIX secolo la popolazione del territorio finanziò la presenza di un eremita questuante che custodisse l’oratorio e lo tenesse aperto tra una sagra e l’altra. Un accordo tra il sacro e il pratico: qualcuno che pregasse in cambio di un tetto e di un pasto. Il bivacco sul retro è l’evoluzione naturale di quell’accordo: non un eremita, ma una stanza aperta, accessibile a chiunque arrivi con le gambe stanche o il tempo che cambia.

Un dettaglio che cerco e trovo: Appena fuori dall’edificio, sul lato nord, un masso arenaceo grigio grande quasi quanto un tavolo. La tradizione locale dice che rechi l’impronta della schiena della Santa — una cavità nella roccia che qualcuno, in qualche secolo, ha interpretato come il segno fisico di una presenza. Non è un’impronta antropomorfa — è semplicemente una concavità naturale nel masso. Le varie ipotesi sono che, la parte inferiore del masso presenta una forma concava che, secondo i fedeli, ricalca perfettamente il profilo della schiena della Santa rimasto impresso nella pietra, ma anche un’acquasantiera naturale: sulla parte superiore del sasso si trova un piccolo affossamento naturale che raccoglie l’acqua piovana. Quest’acqua è considerata benedetta e miracolosa dalla tradizione locale. Per po arriva ad un rito di guarigione: in passato, i pellegrini dei comuni vicini (come Busana, Collagna e Ramiseto) salivano a piedi nudi fino al masso. Esiste ancora oggi l’usanza di appoggiare la propria schiena contro la roccia, cercando di farla combaciare con l’impronta, per ottenere sollievo da dolori reumatici o mal di schiena. Ma la forma in cui le comunità umane interpretano le forme della roccia dice sempre qualcosa su cosa cercano in un posto. Qui cercavano conferma. Il masso gliela dava.

I Denti della Vecchia. Il nome merita una sosta.

Questa zona del Ventasso è percorsa da storie che il bosco ha conservato meglio di qualsiasi archivio scritto. La più nota riguarda “l’anticima” del Monte Ventasso — quel dosso immediatamente sotto la vetta che i vecchi delle valli chiamavano “Grotta delle Fate”. La leggenda dice che due fantasmi abitassero quelle rocce e chiedessero offerte ai pastori di passaggio: chiunque avesse voluto portare il gregge sui pascoli d’alta quota senza incidenti doveva lasciare qualcosa — pane, formaggio, un pezzo di lardo — in una cavità precisa della roccia. La leggenda aveva una forza tale da essere rispettata per generazioni, fino a quando, dopo la Prima Guerra Mondiale, qualcuno si prese la briga di investigare. I due “fantasmi” erano in realtà due briganti che avevano trovato il modo più intelligente per sopravvivere sull’Appennino senza lavorare: impersonare il soprannaturale. Quando la guerra aveva portato lutti in ogni famiglia e i veri morti erano troppi e troppo reali per avere paura dei morti immaginari, i due briganti smisero semplicemente di apparire. Nessuno li cercò mai con troppo impegno.

Penso a questa storia seduto in prossimità del sentiero che sale ripido verso le rocce sovrastanti. Penso a quanti pastori siano passati di qui, abbiano lasciato il loro pezzo di lardo nella cavità della roccia e abbiano continuato su verso i pascoli senza voltarsi. La paura del soprannaturale come tassa invisibile. Il bosco come luogo in cui certe tasse si pagavano senza discutere. I “Denti della Vecchia” una ripida parete di roccia grigia che sale a gradoni e “la Grotta delle Fate” un piccolo antro come altare sacrificale. Quello che trovo più interessante di queste leggende, seduto qui davanti all’oratorio, è la sua struttura economica. Non erano storie di paura gratuita — erano un tasse. Un sistema di redistribuzione informale in cui chi controllava la narrativa del soprannaturale controllava anche l’accesso ai pascoli. Il bosco come territorio gestito attraverso la credenza, non attraverso la forza. Un’economia dell’invisibile. 

Entro un’ultima volta nel bivacco. Controllo le brande — tutte in ordine. Sul tavolo c’è un registro — questo lo apro, a differenza del quaderno di Ronco Piano. È un registro scritto da innamorati: nomi, date, commenti brevi. L’ultimo è di tre settimane fa: “Tutto ok. Tetto tiene. Porta chiude bene. A presto.” Una sigla che non riconosco. Qualcuno che viene qui regolarmente, controlla, va via senza lasciare altro che questa nota pratica e quella firma.

Aggiungo la mia riga: data, nome in codice del progetto, “tutto in ordine”. Non aggiungo altro — questo non è un libro di pensieri, è un registro di controllo. Lo rispetto.

Chiudo la porta del bivacco. Il mio occhio cado comunque su scritte “ignoranti” fatte con un pennarello su alcuni muri e alcune travi, respiro, confido, spero, che la gente riprenda la civiltà che ha perso e che aggiusti i propri danni. Il prato del ripiano è ancora illuminato dal sole che riesce a passare tra i faggi con un’inclinazione quasi orizzontale — quella luce autunnale tarda che colora ogni cosa di rame e non proietta ombra, solo tono. La croce di ferro getta un’ombra lunga verso ovest che attraversa tutto il prato e finisce nel bosco. Il Monte Ventasso è sopra di me — la cima a duecento metri di dislivello, i Denti della Vecchia visibili verso nord-ovest, la Grotta delle Fate nascosta oltre il profilo del crinale. Provo a non salire, ma il cielo mi chiama, la roccia mi solletica, l’odore del panorama aumenta la mia frequenza cardiaca. Oggi il bivacco era il punto di arrivo, ma la cima, mi ha chiamato.

Ho trovato quello che cercavo, quello che volevo, quello che vi sto raccontando.

«Il bosco come luogo di perdita.» Quel castagneto ha un’età che supera qualsiasi vita umana visibile. Questi alberi esistevano quando i paesi qui sotto non si chiamavano ancora così, quando la strada provinciale non c’era, quando i pastori di Ventasso salivano con le greggi su mulattiere che adesso sono diventate questo sentiero. Camminare qui non è perdersi — è ritrovarsi dentro una continuità che precede e sopravanza qualsiasi ansia individuale.

«Il terreno che non regge.» La torbiera soffice sotto i piedi genera in molte persone una reazione viscerale — il terreno si muove, non è solido come dovrebbe essere, il passo affonda in modo imprevedibile. È la paura di sprofondare. Ma l’Appennino ha torbiere da diecimila anni e nessuno è mai sprofondato in queste. Il terreno cede di qualche centimetro e poi regge. Come quasi tutto il resto.

«Il tempo che cambia senza avvisare.» Il vento da nord-ovest sul versante del Ventasso a questa quota, è un segnale preciso: le condizioni meteorologiche possono cambiare nel giro di un’ora. Con l’espressione “il Ventasso ha il cappello” non si indica un monumento o una cima specifica, ma un fenomeno meteorologico. Si tratta del tipico banco di nebbia o di nubi (nubi orografiche) che si forma e si ferma a coprire la caratteristica vetta piramidale del Monte Ventasso (1.727 m), situato nell’AppenninoIl Bivacco Santa Maria Maddalena, a cinquanta metri sopra, è esattamente la risposta a questo segnale: un posto chiuso, con un tetto, con una porta. Non è lusso — è il principio minimo per cui il bosco può essere frequentato in sicurezza anche quando il tempo non collabora.

«Le storie degli altri che entrano nel bosco con te.» Questo ripiano porta con sé l’eremita del XIX secolo, i pellegrini del 22 luglio, i briganti della Grotta delle Fate, Spallanzani con la sua sonda, i pastori che lasciavano cibo nella cavità della roccia. Chi arriva qui non arriva in un posto vuoto — arriva in un posto denso di frequentazioni umane che il bosco ha tenuto in memoria alla sua maniera. Questa densità non è minaccia. È compagnia.

«Che il posto non corrisponda all’aspettativa.» Il Bivacco Santa Maria Maddalena non è un posto spettacolare in senso alpinistico — non ha panorami a 260 gradi, non ha pareti verticali, non ha il tipo di grandiosità che si fotografa facilmente. Ha un prato, un oratorio trecentesco, una croce di ferro, un masso con una cavità che qualcuno ha chiamato impronta della Santa, e sul retro una stanza sempre aperta con alcune brande e un tavolo. È esattamente quello che è — né più né meno. Chi arriva con aspettative diverse e a mio avviso “sbagliate”, rimane deluso. Chi arriva con gli occhi del tempo, del contesto, delle storie che portano queste pietre, trova qualcosa che in pochissimi posti di questo Appennino si rimanifestano.

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Annotazione a margine, scritta seduto sul masso dell’impronta della Santa con la schiena appoggiata alla concavità — più comoda di quanto mi aspettassi: La concavità nella roccia è reale — si addice bene alla forma di una schiena umana, ammesso che la persona in questione fosse piccola e si appoggiasse con una certa precisione. Non so se questa sia un’impronta sacra. So che è comoda. Forse è la stessa cosa.