Bivacco Città di Sarzana - Rifugio

«Il posto che ha troppe storie.» Il Passo del Lagastrello porta con sé la strada romana delle cento miglia, l’abbazia medievale sommersa, la diga in torba del 1906, i pellegrinaggi verso Lucca e verso Roma. Per chi teme il bosco come posto senza storia, senza connessioni con il mondo umano — questo passo è la risposta più densa che l’Appennino possa dare. La storia non è nelle città. Spesso è sui passi di montagna che le città hanno usato per secoli senza mai abitare.

«Il fumo nel bosco.» Chi non frequenta il bosco e incontra fumo tra gli alberi pensa subito all’incendio — la risposta istintiva è corretta nella pianura asciutta, sbagliata nell’Appennino umido. Qui il fumo dei carbonai era parte del paesaggio per secoli — un fumo controllato, sorvegliato, parte del lavoro. Il bosco appenninico sa distinguere il fuoco che distrugge dal fuoco che produce. Lo hanno insegnato i carbonai, generazione dopo generazione.

«I laghi nascosti — quello che non si vede.» Il Lago di Gora e il Lago Gonnella non hanno segnaletica turistica, solo un piccolo cartello con un nome. Non sono raggiungibili in automobile. Non compaiono nei depliant del Parco in modo prominente. Esistono per chi sa dove cercarli, per chi ha la pazienza di camminare sino alla soglia morenica. Sono la risposta fisica alla paura del bosco come posto che nasconde invece di rivelare: il bosco nasconde esattamente quello che meriti di trovare, nella misura in cui sei disposto ad andare a cercarlo.

«L’acqua che non si spiega.» Il Lago di Monte Acuto non ha la storia leggendaria del Calamone, non ha i gorghi di Spallanzani, non ha l’etimologia incerta del Vallestrina. Ha una forma allungata, e il riflesso del Monte Acuto che di mattina presto è così nitido da sembrare un doppio verticale della montagna reale. A volte le cose non hanno bisogno di leggende. La realtà è abbastanza.

«Che il sapere del bosco sia perduto.» Il sapere del Foghista è effettivamente perduto — non recuperabile, non ricostruibile da fonti scritte. Ma il bosco stesso è rimasto. Le piazze delle carbonaie sono ancora lì, nel suolo scuro del ceduo sul sentiero. I macigni glaciali sono ancora tra i faggi. Il Lago di Gora e il Lago Gonnella sono ancora nelle loro conche insieme alla vita che li vive e li anima. Il sapere specifico è andato — il luogo che quel sapere abitava è qui, intatto, in attesa di nuovi saperi che non saranno uguali ma non saranno meno profondi.

Bivacco Città di Sarzana – Rifugio

Il Fuoco Che Non Brucia — La Via dei Carbonai
Passo del Lagastrello — Lago Paduli 1.157 m — Laghi Gora e Gonnella — Rifugio Città di Sarzana — Lago di Monte Acuto 1.580 m

Domenica, un giugno che non sa ancora cosa vuole essere
44°16’N — 10°09’E – Confine tra tre province, tra due regioni, tra due climi

Passo del Lagastrello, Lago Paduli, quota 1.157 m
Il confine che non ha pareti

Sul Passo del Lagastrello si trova il Lago Paduli, un lago artificiale realizzato nei primi anni del 1900. Anticamente il valico era utilizzato per i commerci e i pellegrinaggi verso Roma e Lucca. La montagna che sovrasta il passo si chiama Monte Malpasso, forse dal latino Malus Passus, ad indicare un accesso difficile al valico, attraversato in epoca romana dalla “strada delle cento miglia” che collegava Parma e Luni.

Parcheggio l’auto nell’area appena sotto la diga e resto qualche minuto in piedi senza muovermi. Questo posto ha una qualità che non appartiene ad altri valichi dell’Appennino reggiano — è un confine che si sente fisicamente nell’aria. Non solo il confine amministrativo tra tre province, non solo la linea spartiacque tra l’Enza che scende verso la pianura padana e il Magra che scende verso il Tirreno — ma qualcosa di più sottile: il confine tra due sistemi climatici che su questo crinale si toccano senza mai fondersi completamente. Le acque del Paduli lambiscono territori che appartengono a due zone climatiche diverse, quella europea e quella mediterranea: per questo motivo qui è possibile apprezzare gran parte della biodiversità italiana.

Il Lago Paduli è lungo e stretto, con la superficie grigio-argento di giugno che riflette il cielo basso. La diga del Lagastrello è stata costruita tra il 1906 e il 1910 dalla — Compagnia Imprese Elettriche Liguri — su progetto degli ingegneri Gaetano Ganassini e Luigi Zunini, per formare un serbatoio della capacità di 3,45 milioni di metri cubi atto alla regolazione stagionale dell’energia producibile nelle centrali dell’asta idroelettrica Cedra-Enza. La diga è un interessante esempio di diga in terra con nucleo in argilla. Il paramento di monte è rivestito di cemento impermeabile, il paramento di valle è rivestito di torba.

Una diga rivestita di torba. Non pietra, non cemento armato, non acciaio — torba. Una scelta costruttiva di inizio Novecento che ha il sapore dell’Appennino stesso: usare quello che il territorio offre, costruire con la stessa materia del versante. I tecnici liguri che progettarono questo sbarramento nel 1906 non avevano i materiali del ventesimo secolo avanzato. Avevano l’ingegno e la torba del crinale.

Presso il Passo del Lagastrello sorgeva l’Ospedale dei Linari, noto anche come Abbazia di Linari, sorto in epoca medievale nel X secolo e retto dall’Ordine dei Cavalieri d’Altopascio. Ne resta qualche traccia nel versante toscano. Un ospedale medievale — non ospedale nel senso moderno, ma ospizio, luogo di accoglienza per i pellegrini che attraversavano questo passo verso Roma e verso Lucca. I Cavalieri d’Altopascio erano uno degli ordini ospitalieri minori dell’Italia medievale, meno noti dei Templari ma con la stessa funzione pratica: presidiare i valichi, assistere i viandanti, trasformare i punti pericolosi dei percorsi di pellegrinaggio in punti sicuri. L’Ospedale dei Linari era la loro risposta a questo valico difficile — il Malus Passus, il passo cattivo, quello che in latinoboccava la pericolosità del percorso nel nome stesso.

Il lago artificiale del 1911 ha sommerso parte dell’area dove sorgeva l’abbazia. I pellegrini medievali che si fermavano all’Ospedale dei Linari dormivano sotto acque che oggi hanno un metro e diciotto di profondità massima. Ogni tanto, con la siccità estrema che abbassa il livello del lago, qualcuno dice di vedere affiorare pietre lavorate anche se ormai il limo le ha seppellite per sempre. Non ho trovato documentazione precisa su questo. Ma la leggenda dice quello che la storia spesso non ha il coraggio di dire in modo diretto.

………… Il progetto avanza.

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«Il bosco come posto oscuro e chiuso.» Il ceduo di faggio che costeggia il lago Paduli nei primi tratti del sentiero non è oscuro — è fitto, ma non oscuro. La luce di giugno filtra tra i fusti del ceduo con quella qualità della luce frammentata che produce migliaia di macchie luminose sul terreno, come un tappeto in costante movimento. È la stessa luce che i carbonai di queste foreste hanno visto per secoli mentre lavoravano. Non buio. Variazione di luce.

«Il terreno irregolare che non si riesce a leggere.» I macigni glaciali tra i faggi del 653 sono il tipo di terreno che spaventa chi cammina solo su sentieri ben segnati — il suolo sparisce sotto le foglie, i massi si nascondono, le radici emergono. Ma questa irregolarità è anche la garanzia che il bosco non è stato gestito meccanicamente — che nessun mezzo forestale ha raddrizzato il suolo, che nessuna bonifica ha eliminato gli ostacoli. Il bosco difficile da attraversare è il bosco più integro.

«Il bosco senza punti di riferimento umani.» Il sentiero del Foghista non aveva segnavia. Non aveva frecce. Aveva la conoscenza del terreno che si accumula in chi lo percorre ogni giorno per mesi ogni anno per decenni. Quella conoscenza è il punto di riferimento più affidabile che esista — più affidabile del GPS, più affidabile delle mappe, perché incorpora le variazioni stagionali, le zone franose, i punti di guado che cambiano con la portata d’acqua. Il bosco dei Foghisti non era senza punti di riferimento. Era pieno di punti di riferimento invisibili a chi non li aveva imparati e spero rimangano invisibili a chi non li sa leggere.

«Il bosco come posto in cui si lavora e non si vive.» I carbonai passavano sette mesi all’anno in questi boschi. Non visitavano — abitavano. La distinzione tra lavoro e vita in questo contesto non esiste: la vita era il lavoro, il lavoro era la vita, il bosco era entrambi. Chi teme il bosco come posto esterno alla vita quotidiana troverebbe in questo precedente la risposta più precisa: il bosco era la vita quotidiana di intere famiglie per secoli. Non è un posto alieno. È un posto che l’alienazione moderna ha reso estraneo a chi non ci è mai rimasto abbastanza a lungo.

«Che il bosco finisca prima che io lo conosca abbastanza.» La risposta più onesta a questa paura è quella che il lago di Monte Acuto offre senza parole: questo bosco ha attraversato il Medioevo con i pellegrini dell’Abbazia di Linari, il XIX secolo con i carbonai e i foghisti, il Novecento con la diga del 1906 e il rifugio del 1980 e la baita del 1999 e il sentiero del Foghista che porta il nome di qualcosa che non c’è più. È ancora qui. Non è finito. Non finisce con la nostra ignoranza — aspetta che la nostra ignoranza finisca.

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Annotazione a margine, scritta seduto sul masso al bordo del Lago di Monte Acuto con l’acqua che riflette le nuvole e la baita del Sarzana sullo sfondo:
Il Foghista sorvegliava il fuoco di notte, da solo, nel bosco, per quindici giorni di fila. Non perché fosse coraggioso. Perché il fuoco non poteva aspettare. Il bosco insegna questo meglio di qualsiasi altra cosa: alcune cose non possono aspettare. Riconoscerle è il mestiere vero.