Bivacco Ghiaccioni

«Partire da un paese senza bosco visibile.» Il sentiero parte dall’asfalto, dalla chiesa, da un contesto umano ancora presente e riconoscibile. Per chi teme il bosco, questa partenza graduale è la risposta più intelligente: non si entra nel bosco — ci si avvicina. Il paese resta alle spalle per qualche minuto. Poi la carraia si fa sterrata. Poi gli alberi arrivano da soli, senza fretta, senza dichiararlo.

«Il sentiero che si restringe troppo.» Il passaggio dalla carraia al sentiero stretto è uno dei momenti che genera più ansia in chi non frequenta il bosco — il punto in cui lo spazio visivo si riduce e ci si sente contenuti invece che aperti. Ma il sentiero stretto ha una sua qualità che la carraia larga non ha: è più vicino al bosco, più dentro di esso. Non lo si attraversa — ci si immerge. La differenza tra camminare attraverso e camminare dentro è tutta nel sentiero stretto.

«L’acqua che bisogna attraversare.» Il guado della Liocca con la passerella provvisoria è la risposta più concreta a questa paura: qualcuno ha visto che il torrente era difficile da attraversare, ha preso delle assi, ha piantato dei supporti, ha costruito un passaggio. Non è ingegneria — è cura. La passerella non risolve il guado per sempre — ogni anno va rimontata, ogni anno va controllata. Ma ogni anno c’è qualcuno che la rimonta. Il bosco ha custodi che pensano ai guadi prima che gli escursionisti arrivino.

«Il posto che porta una storia pesante.» Questo bivacco è stato costruito dai prigionieri di guerra. Non metaforicamente — fisicamente, con le loro mani, con le pietre di questo versante, per ordine di chi li teneva prigionieri. Dormire qui significa dormire in un posto che porta questa storia nel muro. Non è una storia leggera. Ma la Sezione di Bismantova e il Consorzio Valle dei Cavalieri hanno deciso che quella storia meritava di essere conservata, non demolita — che recuperare quel rudere invece di costruire qualcosa di nuovo era un modo di onorare anche la memoria di chi aveva sofferto qui. Il bivacco non è il monumento ai prigionieri. È il loro ultimo lavoro ancora in piedi.

«Non valere lo sforzo del cammino.» Il Bivacco Ghiaccioni è a un’ora e mezza di cammino da Succiso Nuovo su un sentiero con quattrocento metri di dislivello. Non è un’impresa alpinistica. È un pomeriggio di camminata per chiunque abbia gambe funzionanti e un paio di scarpe decenti. Alla fine c’è questa piana — una delle più belle dell’Appennino settentrionale, come dice chi l’ha descritta — con la parete dell’Alpe di Succiso che si alza per settecento metri e il bosco di faggio in fiore che la circonda su tre lati. Vale lo sforzo. Vale sempre lo sforzo. Ma questa volta vale in modo particolarmente evidente.

Il Prigioniero Che ha costruito la casa — La Valle della Liocca
Succiso Nuovo 980 m — Bivacco Ghiaccioni 1.379 m

Sabato, un maggio che sa già di estate in basso e ancora di inverno in alto
44°20’N — 10°17’E 

Alta Valle della Liocca, pendici occidentali dell’Alpe di Succiso

Succiso Nuovo, Chiesa di Varvilla, 980 m
Il paese che non dimentica di essere sopravvissuto

Parcheggio nei pressi della chiesa di Succiso Nuovo — quella chiesa che sta in cima al paese come un punto di orientamento, come il segnavia più alto di questo borgo che esiste da soli cinquant’anni ma porta in sé secoli di storie dei borghi che lo hanno preceduto. Succiso Nuovo è stato costruito ex-novo dal 1973 al 1975 dopo la disastrosa alluvione del settembre 1972. Il paese è giovane nell’architettura e vecchio nel sangue — la gente che lo abita porta i cognomi di Succiso Superiore, Succiso di Mezzo, Succiso Inferiore, i tre borghi che le frane hanno inghiottito. Porta i ricordi di case che non ci sono più, di strade che sono diventate detriti, di una chiesa sommersa di cui qualcuno ricorda ancora la campanella.

Stamattina il paese è quieto. Un cane abbaia da un cortile, una finestra è aperta al piano superiore dell’agriturismo Valle dei Cavalieri, da cui viene odore di caffè e di formaggio. Un paese che respira — si allarga d’estate, si contrae d’inverno, ma non si svuota mai del tutto.

L’Alpe di Succiso non si vede da qui. Si intuisce dalla direzione in cui i faggi del versante sembrano orientarsi, dalla qualità dello spazio che la valle lascia verso sud-est, dall’altezza delle creste visibili sopra il bosco. È una montagna che si annuncia molto prima di mostrarsi — come tutte le cose importanti.

Il sentiero parte dalla chiesa. Dalla chiesa di Succiso Nuovo si imbocca una larga carraia che subito si divide in due. Si segue la carraia di destra e si procede in leggera salita per circa 40 minuti, fino ad una diramazione, dove si svolta a sinistra in salita.

Carraia forestale, primo bosco, 1.040 m
Il faggio e le sue faggiole di maggio

La carraia sale con pendenza regolare verso nord-est, tra i faggi che in questo versante di Succiso crescono con quella qualità del bosco non gestito intensivamente — tronchi di tutte le dimensioni, tutte le età, con il sottobosco che ha lo spazio per svilupparsi perché la volta non è mai completamente chiusa. In maggio il faggio è nel momento più straordinario del suo anno: le foglie nuove, aperte da due o tre settimane al massimo, hanno ancora quella translucenza quasi innaturale del verde giovane che la luce attraversa invece di rimbalzare.

Ma quello che rende questo bosco di maggio diverso da tutti gli altri che ho attraversato in questa ricognizione sono le faggiole. Non i frutti — quelli arriveranno ad autunno. I fiori. Il faggio fiorisce in maggio, discretamente, quasi di nascosto: piccoli fiori maschili penduli che cadono in nuvole di polline giallo-verde ogni volta che il vento tocca le chiome, e fiori femminili minuscoli, appena visibili, che diventate le faggiole dell’autunno. Il terreno sotto i faggi in fiore è coperto di uno strato sottile di antere cadute — un tappeto impalpabile, quasi polveroso, di un verde-giallo tenue che si mescola con la prima lettiera di foglie nuove già cadute. L’aria ha l’odore specifico della fioritura del faggio: erbaceo, appena dolce, con una nota di qualcosa che non è profumo nel senso convenzionale ma è presenza vegetale pura.

Cammino dentro questa nuvola di polline e la luce che la attraversa. Non ho la parola giusta. Diapositiva? Terrario? Nessuna delle due. È la luce del bosco di faggio in fiore a maggio, e non esiste equivalente in nessun altro posto o momento dell’anno.

Ponticello sul Rio Pascolo, inizio del sentiero stretto, 1.120 m
Dove la carraia diventa sentiero

Dopo 10 minuti si raggiunge il ponticello sul Rio Pascolo: a questo punto la carraia diventa sentiero e, mantenendo il torrente sulla destra, si sale fino a raggiungere il guado, recentemente attrezzato con una passerella.

Il ponticello è in legno. Sotto, il Rio Pascolo in maggio è in piena: non piena drammatica, non straripamento, ma la piena regolare dello scioglimento delle nevi, con l’acqua color latte di quarzo che trasporta particelle fini di argilla e arenaria in sospensione. Il suono è più alto del normale, con quella qualità urgente dell’acqua che ha fretta di scendere e non aspetta.

Dal ponticello il sentiero cambia carattere completamente. Non più carraia — traccia stretta, incavata tra le radici dei faggi, con il fondo che alterna terra compatta e roccia affiorante in una sequenza irregolare che chiede di guardare dove si mettono i piedi invece di guardare in avanti. Il bosco si stringe — i faggi si avvicinano al sentiero, i rami bassi sfiorano la spalla, le felci ai margini hanno quella qualità del verde di maggio che è quasi aggressivo, quasi fluorescente nella luce filtrata.

A sinistra, verso il versante che sale verso il Monte Ramiseto, i faggi crescono con inclinazione leggermente diversa da quelli del fondo valle — si inclinano verso nord-est, nella direzione della luce che arriva in modo più radente su questo versante. È un adattamento quasi impercettibile, ma è lì: ogni albero ha trovato il suo angolo ottimale con il sole in modo leggermente diverso dal vicino. Il bosco non è omogeneo. È l’accordo di centinaia di compromessi individuali.

Morene Glaciali, versante del Monte Ramiseto, 1.210 m
Le pietre che il ghiaccio ha lasciato

Il versante che sale verso ovest — verso il Monte Ramiseto, la cima più bassa del sistema ma la più vicina a Succiso — è costellato di massi che non appartengono alla geologia del fondo valle. Sono più grandi, più angolosi, con una distribuzione sul versante che non segue la logica dell’erosione fluviale ma quella del deposito glaciale: sparsi in modo apparentemente casuale, interrati per metà, emersi per l’altra metà come iceberg vegetati.

Queste sono le morene laterali dell’ultimo ghiacciaio che occupava questo versante durante il Würm — l’ultima glaciazione, terminata circa diecimila anni fa. Il ghiacciaio scendeva dall’Alpe di Succiso verso la Val Liocca, raccogliendo il detrito delle pareti e depositandolo ai suoi bordi man mano che procedeva. Quando il ghiaccio si è ritirato, ha lasciato questo paesaggio — la piana dei Ghiaccioni in alto, il sistema di morene laterali più in basso, i massi erratici sparsi sul versante del Ramiseto come un archivio pietroso di una storia climatica che nessun documento scritto potrebbe raccontare.

Il bosco di faggio è cresciuto tra i massi e sopra di essi con quella ostinazione vegetale che non ammette ostacoli definitivi. Il risultato è un bosco più tortuoso, più variato nella sua struttura rispetto al bosco del fondo valle — un bosco che porta la firma del ghiaccio nel modo in cui gli alberi crescono.

Guado della Liocca, 1.360 m
Il confine tra il sentiero e il prato

Alla quota 1.360 si incrocia il guado del torrente Liocca. Il guado della Liocca in maggio è il passaggio più impegnativo di questo percorso — non tecnicamente, ma fisicamente. Il guado è recentemente attrezzato con una passerella provvisoria. La passerella è un insieme di assi di legno su supporti metallici piantati nel letto del torrente — stabile, pratico, con quella precarietà calcolata delle strutture temporanee di montagna che reggono esattamente quanto devono reggere senza pretendere di essere permanenti.

Il Torrente Liocca a questa quota in maggio è pieno come non sarà mai più in tutto l’anno. Viene dall’alto — dalle sorgenti sul versante settentrionale dell’Alpe di Succiso, dalle torbiere che non si prosciugano mai completamente, dall’acqua di scioglimento che scende di notte quando le temperature si alzano abbastanza da aggredire le ultime nevi d’alta quota. Ha una forza discreta ma continua, con quella qualità dell’acqua di montagna in piena primaverile che non urla ma spinge, che non salta ma avanza.

Sull’altra riva del guado, sul bordo del torrente, si vedono ancora — chi sa dove guardare — le tracce di “dighe di fluitazione” risalenti alla guerra 1915-18, quando prigionieri di guerra ungheresi tagliavano e fluitavano il legname delle faggete secolari che vennero solo allora distrutte. Non dighe in piedi — resti di dighe. Strutture in pietra parzialmente crollate, ricoperte di muschio fino alla forma di semplici cumuli irregolari, con qualche pietra squadrata che emerge ancora nella sua geometria originale. Una “chiusa” — così si chiamava: una struttura che bloccava temporaneamente l’acqua del torrente per creare una massa d’acqua sufficiente a trascinare i tronchi a valle quando veniva aperta di colpo. La fluitazione del legname — trasportare i tronchi abbattuti sull’acqua invece di portarli a spalla o su slitta — era la tecnica più efficiente per spostare grandi quantità di legname in montagna. Il Torrente Liocca era il canale naturale. Le chiuse erano il motore idraulico. Il bosco fa affiorare quelle che erano le abitazioni di questi taglia legna, cumuli di sassi squadrati disposti nella faggeta in modo totalmente casuale, ma sempre in piano. Ricoperti da una coperta centenario verde, se si guardano con occhio storico, si può vedere la loro vita.

Ritorno al torrente e m i fermo davanti ai resti della chiusa che interpreto e resto qualche minuto immobile. L’acqua passa intorno alle pietre crollate come ha fatto per cent’anni — ignara, o indifferente, o semplicemente non nel registro temporale in cui si distingue il prima dal dopo. Le pietre hanno cento anni di muschio sopra. Il muschio non sa la storia. L’acqua non sa la storia. Ma la forma delle pietre — quella geometria squadrata che il muschio copre ma non cancella — dice la storia senza parole.

Piana dei Ghiaccioni, 1.379 m
L’anfiteatro che si apre

Il bosco finisce — e questa volta l’apertura ha una qualità che non avevo trovato con questa intensità nemmeno al Bivacco Vallestrina, nemmeno al Rifugio Battisti. Lo straordinario altopiano prativo dei Ghiaccioni a 1.379 metri ha pochi eguali in tutto l’Appennino settentrionale in fatto di maestosità e grandiosità: siamo ai piedi del poderoso e severo versante occidentale dell’Alpe di Succiso e verso sud-ovest si ergono le bellissime placconate rocciose della Punta Buffanaro.

È la frase giusta. Questo altopiano è grande — non nel senso della vastità alpina, ma nel senso della proporzione precisa tra lo spazio aperto e le pareti che lo circondano. La piana è quasi pianeggiante — il nome “Ghiaccioni” viene esattamente da questo, dall’origine glaciale della piana che il ghiacciaio dell’Alpe di Succiso ha levigato e spianato con la sua lenta geometria. Su tre lati il bosco di faggio scende verso la Val Liocca. Sul quarto lato — a est — la parete verticale dell’Alpe di Succiso si alza per quasi settecento metri in una sequenza di gradoni rocciosi, cenge erbose e scogliere di arenaria che in maggio ha ancora le chiazze bianche della neve nelle zone all’ombra permanente.

Il vento che scende dall’Alpe arriva qui con una temperatura che nessun mese di maggio in pianura conoscerebbe — fresco, quasi freddo, con quella qualità dell’aria d’alta quota che non è freddo di stagione ma freddo di altitudine, strutturale, presente anche a giugno avanzato nelle ore notturne. Porta con sé odore di erba bagnata, di roccia fredda, di neve lontana… I miei sensi stanno ricevendo energia!

Resto fermo per qualche minuto al bordo del bosco, prima di attraversare la piana. Non è esitazione. È il riconoscimento di un posto che merita di essere guardato prima di essere calpestato.

Bivacco Ghiaccioni, 1.379 m
La casa dei prigionieri che è diventata la casa di tutti

Salgo verso sinistra, nel bosco oltre la piana, seguendo il bivio segnalato. Il bivacco emerge tra i faggi a una ventina di metri dal sentiero principale — non visibile dalla piana, non visibile dal sentiero. Si trova solo chi sa che c’è, o chi segue il cartello al bivio.

Chi lo ha costruito e quando: Il bivacco è stato inaugurato il 3 luglio 2011, dopo due anni di lavoro da parte della Sezione Bismantova, del Consorzio Alpe di Succiso e della Valle dei Cavalieri. Il bivacco è stato realizzato recuperando il rudere di un edificio risalente alla Prima Guerra Mondiale, che era stato qui costruito per ospitare dei prigionieri di guerra austro-ungarici che lavoravano alla “chiusa” della Liocca per consentire la fluitazione del legname. Successivamente fu utilizzato dai pastori e poi abbandonato.

I motivi per i quali si è deciso di recuperare questo vecchio bivacco sono sia storici, sia soprattutto legati alla promozione di una zona bellissima e poco frequentata. La ristrutturazione del manufatto si configura anche come testimonianza del passato e segno visibile di quella che una volta era la cultura e l’economia della zona, legata alla pastorizia e alle attività silvo-colturali. (Le attività silvo-colturali (o selvicolturali) comprendono gli interventi di gestione, cura e conservazione del bosco finalizzati a garantirne la salute, la rinnovazione e la stabilità. Tali pratiche mirano a preservare la biodiversità, la funzione protettiva del territorio e a produrre legname in modo sostenibile.

La struttura attuale: La struttura dispone di quattro posti letto, stufa a legna, tavolo, panche. Una vecchia costruzione in muratura ben riadattata a rifugio non gestito, difficile da trovare libero nelle notti d’estate. All’esterno, sul lato sud dove il bosco si apre leggermente, alcuni barbecue in pietra — strutture permanenti, costruite dai volontari durante il restauro, che hanno tenuto fede all’uso estivo di questo posto come punto di sosta per i pastori. Sul lato ovest, una sorgente segnalata — l’acqua emerge da una piccola struttura in pietra con un tubo metallico che gocciola nel modo lento e costante delle sorgenti di quota che non dipendono dalle piogge recenti ma dalle riserve profonde del versante.

L’interno: Il vano d’entrata è basso, non per incuria progettuale, ma perché l’edificio originale non era costruito per persone alte. I prigionieri austro-ungarici che lo abitavano durante la Prima Guerra Mondiale erano alti come erano alti gli uomini dell’Europa centrale di inizio Novecento — non bassi, ma costruiti per spazi che non sprecavano materiale. Quattro brande a castello lungo le due pareti laterali. La stufa a legna nell’angolo nord — piccola, in ghisa nera, con la canna fumaria che sale dritta attraverso il tetto. Il tavolo e le panche al centro. Sul muro di fondo, una piccola targa in metallo con la data: 3 luglio 2011. Odore: legno, pietra, qualcosa di ferroso che viene dalla stufa e che non sparirà mai del tutto — l’odore del ferro caldo è una delle memorie più persistenti dei materiali.

Sosta lunga, piana dei Ghiaccioni
I prigionieri ungheresi e il legname delle faggete

Torno alla piana e mi siedo sul bordo meridionale, con la schiena verso il bosco e la vista sulla parete dell’Alpe di Succiso. Il sole di maggio è salito abbastanza da toccare tutta la piana — le ultime ombre mattutine si sono ritirate verso nord, dove il bosco mantiene l’umidità della notte fino a tardi.

Penso ai prigionieri austro-ungarici. Non ho i loro nomi — non li ho trovati in nessuna fonte, e probabilmente non li troverò. Non ho le loro facce. Ho solo il dato storico: nella valletta del Rio Liocca sono ancora visibili le loro tracce risalenti alla prima guerra mondiale 1915-18, quando prigionieri di guerra ungheresi tagliavano e fluitavano il legname delle faggete secolari che vennero solo allora distrutte.

Solo allora distrutte. Una frase che porta un peso specifico preciso. Le faggete che scendo ogni mattina per venire a fare questo lavoro — il bosco di faggio adulto, i faggi con i tronchi di ottanta centimetri, la luce che filtra tra le chiome in quella qualità traslucida del maggio — queste faggete non esistevano nel 1915. O meglio: esistevano faggete molto più antiche, che i prigionieri ungheresi hanno abbattuto in tre o quattro anni di lavoro forzato. Il bosco che vedo adesso è il bosco ricresciuto — la generazione successiva, i figli e i nipoti degli alberi abbattuti. Cento anni di crescita.

I prigionieri ungheresi tagliavano faggi che avevano probabilmente trecento, quattrocento anni. Alberi che avevano visto la Repubblica di Montefiorino, le signorie medievali, la guerra dei Trent’anni. Li tagliavano e li facevano scorrere nel torrente Liocca verso valle, verso i centri di lavorazione del legname che l’economia di guerra richiedeva in quantità che i boschi di pianura non potevano soddisfare. Poi, finita la guerra, sono tornati a casa — o non sono tornati, perché la guerra non rispetta i ritorni. E le faggete hanno ricominciato a crescere, lentamente, con quella ostinazione vegetale che non sa cos’è la guerra e non ne ha bisogno.

Il bivacco che i prigionieri hanno costruito per abitare durante quel lavoro è rimasto. È rimasto vuoto per decenni — usato dai pastori, poi abbandonato, poi recuperato nel 2011 da un gruppo di volontari che hanno portato su a spalla il materiale per restaurarlo. Molti sono stati i volontari che hanno dato una mano nell’impresa. Non hanno cambiato i muri — hanno rifatto il tetto, sistemato le brande, installato la stufa. I muri originali sono quelli dei prigionieri ungheresi. Le pietre sono le stesse pietre di arenaria del versante che qualcuno ha raccolto nel 1915 o nel 1916 e ha impilato in questa forma.

Ultima verifica e chiusura

Torno al bivacco per un ultimo controllo. La stufa è spenta e fredda — non l’ho accesa, non ne avevo bisogno in questo maggio tiepido. Le brande sono in ordine; con qualche “dog”a che è da sistemare. Sul tavolo, il libro di vetta — lo apro. Il bivacco è difficile da trovare libero nelle notti d’estate. Il libro di vetta lo conferma: annotazioni fitte, nomi da tutta l’Emilia e dalla Toscana, qualcuno dalla Liguria, qualcuno da molto più lontano. L’ultima annotazione è di tre giorni fa: una famiglia con due bambini. Hanno scritto: “Bellissimo. I bambini hanno dormito con i lupi che ululavano.”

I lupi. Sono tornati da qualche anno su questi versanti — le segnalazioni nel Parco sono regolari, le impronte vengono fotografate ogni inverno, le pecore di Succiso hanno perso qualche esemplare negli ultimi anni. Il lupo abbattuto nel 1949 a Succiso — l’ultimo dell’Appennino settentrionale, come ricordano i cartelli del paese — adesso ha i successori che percorrono questi stessi versanti. Il bosco ha una memoria più lunga delle decisioni umane del 1949.

Chiudo la porta del bivacco. L’asse in legno va nella sua posizione di equilibrio con un suono preciso — secco, definitivo. Fuori, la piana dei Ghiaccioni è in piena luce di mezzogiorno. L’Alpe di Succiso sovrasta tutto con quella presenza verticale che non richiede commenti.

Il bosco di faggio in fiore scende verso la Liocca e il guado e il ponticello e la carraia e Succiso Nuovo — con il suo polline e la sua luce traslucida e le morene del Ramiseto e i resti delle chiuse nel torrente. Con la storia dei prigionieri ungheresi che ha costruito questo muro. Con la storia dei faggi che sono ricresciuti dove quei prigionieri li hanno abbattuti.

Ho trovato il Bivacco Ghiaccioni. Ho i muri del 1915 e la stufa del 2011 e il libro di vetta con i bambini e i lupi. Ho le morene glaciali del Ramiseto e il faggio in fiore di maggio e la chiusa di pietra sotto il muschio nel torrente Liocca.

«Il bosco uguale a se stesso, senza variazioni.» Il bosco di maggio della Val Liocca non somiglia al bosco di settembre della Val Liocca, non somiglia al bosco di novembre, non somiglia al bosco sotto la neve. Il faggio in fiore è il bosco nella sua stagione più effimera e più intensa — tra quindici giorni le faggiole saranno già formate, il polline sarà scomparso, la luce avrà un carattere diverso. Chi viene qui adesso vede qualcosa che non esiste il mese prossimo. Il bosco cambia continuamente. È il visitatore che rimane uguale a se stesso.

«Il terreno che non si capisce.» Le morene glaciali del versante del Ramiseto sono terreno irregolare, con massi nascosti dalle foglie e radici che emergono in punti imprevedibili. Ma ogni masso ha una storia — è stato trasportato dal ghiaccio da una parete specifica, depositato in questo punto preciso, e da allora non si è mosso. Diecimila anni di immobilità. Il terreno irregolare del bosco glaciale non è caotico — è la firma di un processo lento e preciso.

«Lo spazio aperto che spaventa più del bosco chiuso.» Per alcune persone la radura ampia è più disorientante del bosco fitto — niente a cui appoggiarsi con lo sguardo, troppo cielo, troppe direzioni possibili. La piana dei Ghiaccioni con le pareti dell’Alpe di Succiso è la risposta a questa paura: lo spazio aperto ha un confine preciso, una parete che lo chiude a est, un bosco che lo chiude sugli altri lati. Non è vuoto — è contenuto. È una stanza senza tetto.

«Che il bosco sia indifferente alla sofferenza umana.» Le faggete abbattute dai prigionieri ungheresi sono ricresciute. Le chiuse della fluitazione sono diventate cumuli di pietre muschiate. Il bivacco è diventato un rifugio per escursionisti. Il bosco non ha commemorato niente — ha semplicemente continuato. Ma i volontari che hanno restaurato quel rudere sapevano cosa stavano facendo: non restauravano una struttura — restauravano una memoria. Il bosco non commemora. Gli esseri umani sì, e a volte lo fanno con il lavoro manuale in un posto difficile da raggiungere, lontano dagli applausi e dalle inaugurazioni formali. La cerimonia del 3 luglio 2011 ai Ghiaccioni aveva poche decine di persone. Era esattamente abbastanza.

«Che il posto non sia per me — che sia troppo pieno di storia.» Il Bivacco Ghiaccioni porta con sé i prigionieri ungheresi del 1915, le faggete abbattute, le chiuse della Liocca, i pastori che lo hanno usato dopo la guerra, i volontari del 2011. È un posto denso. Ma la densità non esclude — include. Chi dorme qui adesso si aggiunge alla catena: dopo i prigionieri, dopo i pastori, dopo i volontari. Ogni persona che apre quella porta bassa e accende la stufa aggiunge un anello. La storia non è un peso che schiaccia — è una struttura che regge.

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Annotazione a margine, scritta in piedi alla porta del bivacco con la mano sul muro di pietra arenaria:
I prigionieri ungheresi hanno costruito questo muro nel 1915 o nel 1916. Non so i loro nomi. Non so se sono tornati a casa. So che le pietre che hanno raccolto e impilato sono ancora qui, esattamente dove le hanno lasciate. Il lavoro dei prigionieri dura più della guerra che li ha portati qui. Questo mi sembra importante, anche se non so bene perché.