Bivacco Zambonini - Vallestrina

«Il bosco su un fondo umido e instabile.» La conca di Pian Vallese è un fondo glaciale — il terreno non è mai completamente solido, non è mai completamente asciutto. In maggio, con la neve disciolta da poche settimane, i bordi della peschiera sono ancora umidi sotto i piedi. Molte persone trovano questo tipo di terreno disorientante — il suolo che non risponde come dovrebbe. Ma questa instabilità è una delle firme più precise dell’Appennino glaciale: la montagna che porta ancora i segni del ghiaccio di diecimila anni fa. Il terreno cedevole non è pericolo — è archivio.

«La salita che non finisce.» Il gradone morenico è ripido e, guardando in su dal basso, sembra non finire mai. È un’illusione prospettica — la quota da guadagnare è meno di centocinquanta metri. Ma la ripidezza e il bosco fitto che non mostra la fine del tratto creano quella sensazione di salita infinita che scoraggia prima ancora di iniziare. La risposta è smettere di guardare in su e guardare il passo davanti. Il gradone finisce sempre. Finisce dove inizia il circo.

«Che il bosco venga violato prima del mio arrivo.» La pentola con il manico piegato e le scritte sul letto sono qui. Non si possono eliminare con ottimismo o con silenzi diplomatici — ci sono, è la realtà di questo posto come di quasi tutti i posti non sorvegliati di questo Appennino. Ma il bivacco è stato restaurato nel 2019. Qualcuno ha portato su a spalle il letto a castello, la cassa per la legna, la moca, le pentole. Quelle pentole che un altro ha poi piegato. Il bilancio non è in pareggio — il danno è reale. Ma la cura è altrettanto reale. La paura che il bosco venga violato è giustificata. La conclusione che ne venga ricavata non può essere il non andare.

«Il bosco come luogo di pericoli nascosti.» Le schegge di bomba nel prato del Vallestrina sono pericoli nascosti — reali, non metaforici. Ma sono anche l’evidenza più fisica di quanto questo bosco abbia già sopportato e superato. Il prato è verde, i ruscelli scorrono, le primule sono gialle. Ottant’anni di primavere successive hanno coperto la guerra con la vita. Il bosco non dimentica — cresce sopra, sempre.

«Che la storia del bosco sia troppo pesante da sopportare.» L’edicola di Slim alla chiesa di San Lorenzo, il monumento di Lama Golese, le schegge nel prato del Vallestrina — questa valle porta una storia pesante. Ma pesante non significa schiacciante. I compaesani di Asta che tengono pulito il Bivacco Zambonini, i volontari della Sottosezione di Novellara che hanno restaurato il tetto nel 2019, Valter Montelli che ha aperto il bivacco ai camminatori — questa è la stessa valle. La stessa valle che ha dato Slim alla guerra e che adesso dà la moca per il caffè ai passanti. Non è contraddizione. È continuità.

Il Circo Glaciale e il Nome su una Parete Appennino Reggiano · Pian Vallese 1.289 m — Bivacco Vallestrina/Zambonini 1.595 m
Sabato, un maggio che non si decide ancora a essere estate 44°17’N — 10°26’E · Val d’Asta — Valle del Vallestrina
Pian Vallese, quota 1.289 m L’antico lago che non è più lago
La vasta conca di Pian Vallese a 1.289 metri è un antico lago di origine glaciale, che in millenni fu riempito e divenne una vasta torbiera, poi in gran parte prosciugata per allargare il pascolo. Adesso al centro dell’area umida c’è una peschiera con un agriturismo — strutture che occupano quello che fu prima il lago e poi la torbiera, con quella logica pragmatica dell’Appennino che usa ogni superficie disponibile senza sentimentalismi. Ma i bordi della conca raccontano ancora la storia originale: il terreno è soffice ai margini, cedevole, con quella qualità delle torbiere che si trova ovunque in questa zona d’alta quota. Il lago non è del tutto finito — è diventato invisibile, ma è ancora lì sotto.
Parcheggio ai margini della conca e resto qualche minuto in piedi senza zaino. La mattina di maggio ha quella qualità di luce ancora bassa e obliqua che appartiene solo alle prime settimane della stagione in quota — il sole è già sopra le creste orientali ma non ha ancora forza, illumina le cose di traverso producendo ombre lunghe e nitide che a giugno avanzato non esistono più. Le zolle dell’erba corta, appena uscita dal sotto la neve sciolta, brillano di una rugiada che non evaporerà prima delle nove.
La conca di Pian Vallese è circondata da bosco su tre lati. Il quarto lato — quello verso nord-ovest — è aperto sulla Val d’Asta che scende verso Febbio e poi verso Villa Minozzo. Da qui, nelle mattine limpide, si vede Villaminozzo in fondo alla valle come un puntino bianco. E oltre, se l’aria è davvero ferma, il profilo del Monte Valestra — una cima bassa e irregolare che non sembra quello che è: uno dei luoghi più segnati dalla guerra di questo Appennino.
Pista forestale verso Civago, 1.310 m La strada che serve a molti
La pista forestale che da Pian Vallese scende verso Civago — e che sale in senso inverso verso il Rio Lama — è il tipo di via che appartiene a più mondi contemporaneamente. In inverno è la pista da attività sportiva. In primavera e autunno è la strada dei taglialegna — i mezzi forestali la percorrono con i loro carichi di tronchi, lasciando i solchi profondi nel fondo sterrato che poi la pioggia consolida in forme quasi permanenti. In estate è una delle vie per le MTB — la percorrono con pneumatici tassellati che lasciano impronte precise nel fango fresco, con quella qualità della traccia tecnica che i ciclisti di montagna producono anche dove si muovono piano.
La pista è larga quattro metri, con i bordi definiti dalla vegetazione che avanza ma mai abbastanza da restringerla. Ai lati, i faggi del bosco che risale dal fondovalle verso la dorsale del Cusna — non i faggi monumentali dell’Abetina, ma faggi medi, cinquantenni, con tronchi diritti e chiome che si toccano sopra la pista producendo un corridoio verde. In maggio il fogliame è ancora tenero — quella qualità traslucida delle foglie nuove che la luce attraversa invece di rimbalzare, trasformando il verde in una luminosità quasi bianca nelle ore centrali della mattina.
I taglialegna che usano questa pista lasciano una traccia diversa dagli escursionisti e dai ciclisti: rami tagliati ai bordi, fascine appoggiate ai faggi, qualche ceppo segato sul lato della pista che poi qualcuno caricherà sul mezzo in un secondo viaggio. La foresta del versante del Cusna è gestita — non abbandonata, non selvaggia, ma governata secondo piani di taglio che l’Ente Parco approva e supervisiona. Il bosco che salgo è un bosco che lavora ancora, che produce ancora legname, che continua a essere parte dell’economia di questa valle.
Bivio, 1.350 m Dove la pista lascia il posto al bosco
Il bivio con il sentiero che sale è segnalato da un paletto con freccia verso destra — verso est, verso il versante che sale al circo glaciale del Vallestrina. La pista forestale continua dritta verso il Rio Lama e l’Abetina. La pista poi si stacca su un sentiero più stretto, più antico, con la larghezza di una mulattiera e la pendenza di qualcosa che non ha avuto la pazienza di fare i tornanti.
Il sentiero sale dapprima gradualmente poi ripido il gradone morenico, al cui piede sgorgano diverse sorgenti, filtrate dall’accumulo di pietre e massi dovuto all’erosione dell’ultima fase glaciale. Il gradone morenico è la prima grande firma glaciale di questo versante — una soglia di materiale depositato dai ghiacciai che divide la conca inferiore del Vallestrina da quella superiore. Le sorgenti al piede del gradone emergono dall’accumulo di pietre con quella qualità dell’acqua filtrata in profondità: fresca anche a maggio, con quel sapore minerale e pulito che l’acqua superficiale non ha mai. Qualcuno ha posato una pietra piatta in modo da raccogliere il flusso in un punto comodo. La pietra è coperta di muschio sulle facce laterali — è lì da decenni.
La salita del gradone morenico è la parte più impegnativa di questo percorso — non tecnica, ma decisa. Il sentiero sale dentro un bosco di faggio fitto, con le radici esposte sul terreno che fungono da gradini naturali. Le radici sono levigate dall’uso — non dai decenni di questo sentiero escursionistico, ma dalla frequentazione secolare di questo versante da parte dei pastori di Febbio, Asta e Gazzano che portavano le greggi ai pascoli del Vallestrina ogni estate. Queste radici portano l’impronta di migliaia di suole.
In maggio il bosco di faggio sul gradone morenico è nel suo momento più verde — verde con quella qualità insistente, quasi aggressiva, della vegetazione che ha aspettato sei mesi e adesso vuole recuperare tutto il tempo perduto. I rami bassi dei faggi, ancora carichi di gocce dalla pioggia di ieri sera, ti bagnano la spalla se non li eviti. Non li evito. Non ne vale la pena — bisognerebbe camminare con le braccia alzate per tutto il tratto.
Ingresso nel circo glaciale, 1.570 m Il bosco che si apre sull’anfiteatro
Il bosco finisce — e questa volta è diverso da tutte le altre uscite. Non è il crinale aperto del Battisti, non è la radura contenuta del Pian Vallese. È un anfiteatro. Ci troviamo al fondo del perfetto e regolare anfiteatro di origine glaciale di Vallestrina, dominato a sinistra dalla vetta omonima, che si erge con fasce rocciose dell’unità geologica delle arenarie di Monte Modino.
Le parole “perfetto e regolare” sono quelle giuste, e raramente le parole esatte corrispondono alla realtà con questa precisione. Il circo glaciale del Vallestrina è una forma semicircolare quasi geometrica, scavata dai ghiacciai dell’ultima glaciazione con quella metodicità lenta che il ghiaccio usa quando ha diecimila anni davanti a sé. Le pareti laterali sono alte e inclinate — a sinistra, il versante nord-ovest dell’Alpe di Vallestrina con le sue fasce rocciose di arenaria di Monte Modino che scendono in balze verticali alternate a terrazzamenti erbosi. A destra, il versante più dolce verso il Monte la Piella — la “pancia del Cusna”, come qualcuno l’ha chiamata, il dosso che nasconde la vera cima a chi sale da nord. Al fondo del circo, lontano e verticale, il Passo di Vallestrina a 1.797 metri — una tacca nel crinale precisa come se qualcuno l’avesse ritagliata con le forbici. Il silenzio del bosco viene interrotto da due cose che rianimano lo spirito. Le valli sono accarezzate dal vento, il gioco che creano è indescrivibile; i prati inclinati si muovono in modo coordinato, come una danza e permettono al monte di renderti un saluto di ben venuto vivo e imponente. Poi, “un fischio”, un segnale di allerta. Attenzione ci sono degli intrusi… Tutti a ripari… Le marmotte, prima le senti poi aguzzando lo sguardo le vedi; Pelose ancora con il manto invernale che si mettono in piedi di “vedetta” sui massi. Ti scrutano e dopo aver avvertito tutti che “gli intrusi sono innocui” sculettano e si infilano nella loro tana invernale chi le ha protette per tutto il grande inverno.
Il prato del circo è percorso da ruscelli multipli che scendono dalle pareti e si intrecciano nel fondovalle prima di raccogliersi in un corso d’acqua principale che scende verso la faggeta. In maggio, con la neve ancora parzialmente presente sulle pareti più alte, questi ruscelli sono al massimo della loro portata annuale — non urlano, ma parlano forte, con una qualità del suono che riempie l’anfiteatro da parete a parete come un’acustica naturale perfetta. Il prato è verde-giallo, con l’erba nuova che emerge tra i residui della vegetazione secca dell’anno scorso. Tra l’erba, le primule selvatiche — Primula vulgaris — sono al loro massimo: gialle, piccole, distribuite in modo apparentemente casuale che invece segue la logica della microumidità del suolo.
Resto fermo al limite del bosco per qualche minuto prima di entrare nel circo. Non è esitazione — è riconoscimento. Questo posto merita di essere guardato prima di essere attraversato.
Il circo glaciale del Passone a 1.850 metri è il secondo circo glaciale di questo sistema, più appartato, storico valico tra Val d’Asta, Val d’Ozola e Val Dolo. Vi convergevano i territori e i pascoli di Febbio, Asta e Gazzano. Due circhi sovrapposti, due gradini di un sistema glaciale che scende dall’Alpe di Vallestrina verso la val d’Asta — il Vallestrina in basso, il Passone in alto, separati dal Passo di Vallestrina come da una cerniera.
Bivacco Vallestrina/Zambonini, 1.595 m La capanna al margine del bosco
Il Bivacco Zambonini è un piccolo edificio in muratura visibile solo all’ultimo momento, posizionato tra gli alberi a circa venti metri sulla destra appena si esce dalla vegetazione, dove il sentiero delimita ed evidenzia le due realtà. È semi-nascosto non dal bosco — dal quale emergerebbe subito per chi lo cerca — ma dalla propria posizione di margine: è esattamente sul confine tra il prato del circo e la faggeta sottostante, addossato ai primi faggi.
La struttura: Lo Zambonini è stato ristrutturato dalla squadra manutenzione della Sottosezione di Novellara nella primavera del 2019 con la realizzazione di un letto a castello a tre posti oggi vandalizzato da scritte “inutili e senza senso”, deplorato da incivili che non hanno idea che si scrive sulla carta non sul legno. La cassa porta legna, la sistemazione del tetto e della stufa. All’interno anche la moca per il caffè, pentole per la pasta, tavolo e sgabelli per leggere o scrivere, portaoggetti e quadri. E non manca il “libro di vetta”. Piccolo edificio in muratura di arenaria, pianta rettangolare di circa 3×4 metri. Tetto a capanna in lamiera. All’esterno, sul lato sud, i resti di un barbecue in pietra. Sul lato nord, addossato ai faggi, niente — il bosco fa da parete.
Chi gestisce e chi lo possiede: La struttura è di proprietà degli Usi Civici della Val d’Asta, edificata negli anni Cinquanta allo scopo di dare ricovero ai pastori che pascolavano le greggi in altura. Negli anni Novanta, dopo un lungo periodo di abbandono, Giovanni Pieroni, ex gestore del Rifugio Segheria, ne ripristina il tetto crollato grazie al contributo dell’Ente Parco Nazionale Appennino Tosco-Emiliano. Il recupero del 2019 non sarebbe stato possibile senza l’aiuto di Valter Montelli, presidente degli Usi Civici della Val d’Asta, e di Fabio Corradini, socio della Sottosezione di Novellara. Tre soggetti, tre ruoli diversi: la proprietà degli Usi Civici, la cura della Sottosezione di Novellara, la continuità garantita dai compaesani di Asta che tengono pulito e curato il piccolo ricovero. Una rete di cura invisibile ma concreta, come quella che ho trovato in ogni bivacco di questa ricognizione.
Chi era Leardo Zambonini: Il bivacco è dedicato a Leandro Zambonini, di proprietà degli Usi Civici Val d’Asta, di cui Zambonini fu presidente. A seguito della morte improvvisa del Presidente degli Usi Civici, Leardo Zambonini, nel luglio del 1997, la Capanna Vallestrina fu rinominata Bivacco Zambonini in sua memoria, dai compaesani e dai valligiani che lo conoscevano. Non era un alpinista, non era un personaggio pubblico in senso convenzionale — era il presidente di un ente che amministra i beni collettivi di una valle, qualcuno che passava la vita a occuparsi dei boschi, dei pascoli, dei diritti di uso di queste terre. Che la capanna dei pastori portasse il suo nome era un riconoscimento preciso: chi custodisce i beni collettivi merita di essere ricordato nei beni collettivi.
Atti di inciviltà Quello che rimane di chi non ha capito
Entro. E la prima cosa che noto, dopo la bellezza dell’interno restaurato, è il danno. Non grande, non devastante come la rana verde del Ricovero Rio Grande — ma presente, persistente, incurante. Scritte a pennarello sul letto a castello — nomi, date, sigle che non significano niente a nessuno tranne a chi le ha messe. Un portaoggetti strappato dal muro — i tasselli sono ancora murati, lui è sul pavimento. Una delle pentole ha un manico piegato con una forza che non appartiene all’uso normale — qualcuno l’ha torta intenzionalmente, senza ragione che la curiosità di vedere se si poteva.
Mi fermo davanti alla pentola con il manico piegato più a lungo del necessario. Non riesco a capire la logica di questo gesto — non nel senso che non riesco ad accettarla, ma nel senso letterale: non riesco a costruire la catena causale che porta dalla vista di una pentola integra alla decisione di piegarle il manico. Non c’è nessun vantaggio, nessun piacere che io riesca a immaginare. Solo il risultato: una pentola inutilizzabile in un posto dove le pentole servono; (l’ho messo come doveva essere).
Al Bivacco Zambonini si entra in modo garbato, e da subito si crea un rapporto chiaro e pulito, di familiarità, un rapporto ideale, più unico che raro perché al Bivacco Zambonini sembra di essere a casa, o di tornare a casa mentre intorno si sente solo lo sciabordio del ruscello. Qualcuno non ha sentito questo. È entrato e ha visto uno spazio da usare invece di uno spazio da abitare. La differenza tra usare e abitare non è di comportamento — è di sguardo. Di come si guarda un posto prima di toccarlo.
Cerco la base e racconto l’asta porta-bandiera perché è la mancanza che più mi colpisce. Quando ero piccolo mi piaceva fantasticare sul perché c’era questo enorme “palo” su una proprio davanti alla valle. Sul lato esterno del bivacco, sul muro che guarda il prato del circo, c’è un foro nel punto in cui un’asta era ancorata. Il foro ha i segni di un bullone rimosso — non caduto, rimosso, con una chiave. L’asta non c’è più da tempo — i compaesani di Asta e i volontari non l’hanno rimessa, probabilmente perché sarebbe stata nuovamente tolta. Ma il motivo per cui era lì è preciso: i bivacchi storici dei pastori appenninici portavano spesso un’asta con un segnale — una bandiera, un drappo, qualcosa di visibile da lontano — che indicava l’esistenza del ricovero ai pastori in difficoltà o ai viandanti persi nella nebbia. Non un segnale di soccorso alpino, non una tecnologia moderna: un segnale visivo semplice, primitivo, efficace. Qualcuno in mezzo al circo glaciale con il tempo che cambiava sapeva guardare verso il margine del bosco e cercare quel drappo. L’asta c’era perché qualcuno potesse trovarla con gli occhi prima di trovarla con i piedi. Adesso il foro è il negativo di una funzione che non esiste più.
Prato del circo, storia e memoria Quello che questo posto ha visto
Mi siedo sull’erba del prato davanti al bivacco. Il circo glaciale è in piena luce adesso — il sole è salito abbastanza da superare le pareti orientali e illuminare l’anfiteatro da parete a parete. I ruscelli brillano. Le primule gialle ai margini del terreno umido sono punti di luce precisi, ripetuti, come virgole di un testo che non si conclude mai.
La storia di questo posto, in questo angolo dell’Appennino, non è solo storia di pastori e di neve. È storia di guerra — di una guerra specifica, combattuta proprio qui, in questo sistema di valli e di circhi glaciali.
Nella notte del 19 maggio 1944, gli eserciti alleati effettuarono il primo aviolancio di armi, materiali, viveri e abbigliamento a favore dei Partigiani accampati presso il centro di addestramento della vicina Lama Golese. Lama Golese — a pochi chilometri da qui in linea d’aria, appena oltre il crinale che separa il versante del Vallestrina dalla testata della Val d’Asta. In località Lama Golese sono stati organizzati i primi nuclei di partigiani dell’Appennino reggiano. I partigiani trovarono inizialmente riparo presso alcuni ricoveri per le pecore e presso l’edificio dei guardiafili della linea elettrica.
L’inizio della mia giornata, aveva come obbiettivo, proprio il ritrovamento di un ricovero per le pecore, realizzato su due muri di sasso e con struttura in legno e coperto “forse” da frasche e lamiere”. Doveva essere esattamente a meta strada da Pian Vallese, lama Golese e il Vallestrina. La mappa lo identifica ma sono rimaste solo muri di sassi una piana circondata da vecchio filo spinato e una una scala autoportante che serviva per entrare, tutto il resto è storia per chi sa leggere.
Ricoveri per le pecore. Il Bivacco Vallestrina era uno di quei ricoveri — o uno simile, nella stessa tipologia, nella stessa zona. Non ho documentazione che lo colleghi direttamente al campo di addestramento di Lama Golese, ma la geografia è precisa: il circo glaciale del Vallestrina era uno dei posti più nascosti e difficilmente raggiungibili da chi non conoscesse il territorio. Le pareti del circo nascondevano chi si muoveva sul fondovalle. La faggeta sotto copriva i movimenti verso Febbio e verso il fondovalle del Secchia. Nel reggiano il primo lancio avviene a Lama Golese il 24 maggio 1944 quando già le formazioni reggiane e modenesi sono assistite da ufficiali inglesi di collegamento. I rifornimenti alleati non si interrompono né dopo lo sbandamento partigiano dell’estate.
Gli aerei alleati che sorvolavano questa zona di notte — Halifax e Dakota, principalmente — scendevano di quota per individuare i segnali luminosi a terra che i partigiani preparavano nei raduni concordati via radio. I lanci avvenivano su prati aperti di quota, con il materiale contenuto in cilindri metallici legati a paracadute colorati — rosso per le armi, bianco per il cibo, verde per i medicinali, secondo un codice che variava. I partigiani raccoglievano di notte, nascondevano prima dell’alba, distribuivano di giorno. Il prato del circo glaciale del Vallestrina — così aperto, così nascosto dalle pareti, così lontano dalle strade — era esattamente il tipo di posto su cui un aereo poteva scaricare un carico senza rischio eccessivo di osservazione tedesca.
A Lama Golese un monumento ricorda il primo aviolancio alleato e il campo di addestramento partigiano. Nessun monumento è qui, nel circo glaciale del Vallestrina. Ma la terra del prato porta ancora, in certi punti, le schegge di quello che cadde dal cielo che non era paracadute — le schegge dei bombardamenti. I contadini e i cercatori di funghi di Febbio e di Asta le trovano ancora, a distanza di ottant’anni: piccoli frammenti di metallo ossidato (color ruggine), spigolosi, con quelle forme irregolari che appartengono solo alle cose esplose. Ogni tanto qualcuno le segnala al sindaco, che segnala ai Carabinieri, che segnalano agli artificieri. Il prato del Vallestrina è bonificato nelle sue zone principali, ma i bordi — i margini del prato verso le pareti rocciose — non sono stati mai esplorati con la stessa cura.
La storia di “Slim” e la Val d’Asta Il partigiano che non tornò da Febbio
C’è una storia precisa di questa valle che porto con me da quando ho iniziato questa ricognizione, e che qui — guardando verso Febbio dal prato del Vallestrina — sento di dover raccontare.
Renato Luciano Fornaciari, nome partigiano “Slim”, cadde a Febbio il 31 luglio 1944. È ricordato da un’edicola votiva alla chiesa di San Lorenzo di Febbio — una di quelle targhe di marmo bianco con la fotografia e le date che i paesi di questa valle hanno messo sui muri delle loro chiese per non dimenticare. Slim era un giovane della valle — uno di quei ragazzi che nella primavera del 1944 erano saliti verso i boschi invece di rispondere ai bandi di leva della Repubblica Sociale. Erano saliti verso Lama Golese, verso il campo di addestramento, verso le formazioni partigiane che stavano costruendo qualcosa che nessuno aveva ancora visto su questo Appennino.
Il 24 maggio 1944, giorno dell’ultimatum per i bandi di arruolamento, viene attaccato il presidio fascista di Villa Minozzo. I partigiani non riescono però a sopraffare il nemico e sono costretti a ripiegare. Il giorno successivo i fascisti, insieme ai rinforzi tedeschi, puntano alla Val d’Asta ma vengono fermati al Ponte della Governara, subendo gravi perdite.
Il Ponte della Governara. Un ponte su un torrente di fondo valle, un punto di strozzatura naturale che i partigiani conobbero usare con quella tattica difensiva che è la specialità di chi combatte su un territorio che conosce meglio dei suoi avversari. I tedeschi e i fascisti che risalivano la Val d’Asta verso il campo di addestramento di Lama Golese furono bloccati lì — al ponte, con la forza di chi sa che oltre quel punto c’è quello che va difeso.
Fra il 18 giugno e il 1° agosto 1944 ebbe vita l’esperienza della Repubblica Partigiana di Montefiorino, presidiata da 7.000 partigiani modenesi e reggiani uniti nel “Corpo d’Armata Centro-Emilia” comandati da Armando, il partigiano Mario Ricci. Slim era parte di quel sistema — uno dei settemila, uno di quelli che si muovevano tra le valli portando messaggi, materiali, informazioni, il tessuto connettivo invisibile di un esercito senza uniforme.
Il 31 luglio 1944 Slim cadde a Febbio. Non so i dettagli esatti della sua morte, ma si pensa che venne catturato e fucilato dalle truppe nazifasciste . Si offrì come volontario per trasportare un mortaio in sella a un mulo, nel tentativo di non abbandonare l’arma, cadde nelle mani dei tedeschi. Venne condotto a Febbio (frazione di Villa Minozzo, RE) e immediatamente fucilato. I suoi aguzzini, in un atto di barbarie, appesero il suo corpo senza vita a testa in giù nel centro del paese, lasciandolo esposto come monito per la popolazione locale. In suo onore, gli è stata conferita la Medaglia d’argento al valor militare alla memoria. — la storia non li ha conservati con la precisione che meriterebbero. So che era il mese del grande rastrellamento, quando all’alba del 28 luglio le truppe italo-germaniche iniziarono il loro movimento in direzione di Montefiorino in base al classico piano di “rastrellamento ad anello”. L’offensiva “Wallenstein III” — nome da guerriero medievale per un’operazione brutale, moderna, sistematica. La Repubblica crolla il 2 agosto 1944. Slim cadde tre giorni prima del crollo.
Guardo il prato del circo glaciale del Vallestrina. Il sole di maggio illumina le primule e i ruscelli e le pareti dell’Alpe con quella luce indifferente che il sole ha verso tutto — la stessa luce del 31 luglio del 1944, la stessa luce di ogni mattina di ogni anno di ogni guerra. Il prato non cambia. Cambiano le persone che ci passano sopra.
Rimetto in ordine l’interno del bivacco. La pentola con il manico piegato è stato messo a posto e la lascio al suo posto — tutto si può raddrizzare senza strumenti. La rimetto da parte, in un angolo, con la bocca verso l’alto come se volesse dire “servo ancora”. Le scritte sulla letto restano — anche quelle non si cancellano senza danno al legno.
Trovo il libro di vetta e lo apro. Al Bivacco Zambonini c’è il “libro di vetta”. Le ultime annotazioni sono di due settimane fa — una famiglia da Reggio, poi due ragazzi da Modena, poi una firma sola con solo una data e nessun commento. Aggiungo la mia riga: data, nome in codice del progetto, una sola frase: “Il circo glaciale è in fiore — Progetto Bivacchi. È vero. Basta così. Prima di uscire mi giro una volta sola verso l’anfiteatro. Il Passo di Vallestrina è visibile in fondo al circo — quella tacca nel crinale che a 1.797 metri separa questo versante dalla Val Dolo e dal Monte Prado oltre. Sopra il passo, le prime nuvole della giornata si stanno formando — ancora piccole, ancora bianche, ancora innocue. Tra due ore potrebbero non essere più innocue. Il bosco sotto il bivacco sa già questo — lo sa da sempre.
Il sentiero scende verso Pian Vallese nel silenzio di maggio che sa di erba bagnata e di faggi nuovi. La pista forestale si apre dopo il bosco con la sua larghezza di strada che appartiene a tutti — taglialegna, ciclisti, fondisti, escursionisti, pastori nell’estate. Il parcheggio della conca è ancora quasi vuoto.
Ho trovato il Bivacco Zambonini. Ho il letto a castello a tre posti, la moca per il caffè, la pentola che aveva il manico piegato, il libro di vetta, il foro nel terreno dove c’era l’asta porta-bandiera. Ho il circo glaciale con le primule di maggio e i ruscelli di scioglimento e le schegge di bomba nei bordi non bonificati del prato. Ho l’edicola di Slim alla chiesa di San Lorenzo di Febbio e il monumento di Lama Golese e il Ponte della Governara dove i partigiani bloccarono i tedeschi nel maggio del 1944.
«Il bosco come luogo inaccessibile ai non-esperti.» La pista forestale è la risposta più democratica a questa paura: la percorrono i taglialegna sui trattori, i ciclisti sulle MTB, i fondisti in inverno, gli escursionisti in ogni stagione. Non è un sentiero per specialisti — è una via larga, chiara, con pendenza moderata. Il bosco non ha soglie d’accesso. Ha solo porte di diversa ampiezza.
«Il bivacco senza nome, senza storia.» Il Bivacco Zambonini ha tre nomi — Capanna Vallestrina, Bivacco Zambonini, Bivacco Vallestrina — e ogni nome porta una storia diversa. Il primo descrive il posto geografico. Il secondo commemora una persona. Il terzo è quello delle mappe ufficiali. Un bivacco con tre nomi non è anonimo — è sovrabbondante di identità. Qualcuno lo ha chiamato in troppi modi perché era importante in troppi sensi.

«Il segnale che non arriva.» L’asta porta-bandiera è l’immagine più concreta di questa paura — il segnale che dovrebbe guidare e che non c’è più. Ma il Bivacco Zambonini è segnato su ogni mappa del Parco, su ogni app escursionistica, con coordinate GPS precise e tre nomi diversi. Il segnale non è più un drappo sul vento — è un punto su uno schermo. Cambiano i media, non cambia la funzione.

«Il bosco come posto in cui si muore.» Slim morì a Febbio, non nel bosco — morì in un paese, in una guerra che aveva portato la morte fin dentro i borghi. Ma il bosco di questa valle era il teatro della sua vita partigiana — il bosco era la protezione, il nascondiglio, la via di fuga, il posto in cui si poteva ancora scegliere da che parte stare. Il bosco non è un posto in cui si muore più che in qualsiasi altro posto. È un posto in cui, in certi momenti della storia, si sceglie come vivere.

«Che questo posto scompaia prima che io possa mostrarlo.» Il Bivacco Zambonini è stato abbandonato, è stato restaurato, è stato vandalizzato parzialmente, ma è comunque ben curato. Ha resistito all’abbandono degli anni Novanta, al tetto crollato. Ha Leardo Zambonini nel nome, Valter Montelli nel presente, la Sottosezione di Novellara nel futuro prossimo. I posti che hanno tre nomi non spariscono facilmente in un bellissimo letto a castello a “tre posti”. I posti che qualcuno chiama con il nome di un uomo morto sono posti che qualcuno ha deciso di tenere vivi. Il circo glaciale del Vallestrina non scompare. Aspetta.



Annotazione a margine, scritta sull’erba del prato del circo con la schiena appoggiata al muro del bivacco e il Passo di Vallestrina dritto davanti: Il foro nel terreno dove stava l’asta porta-bandiera — non più grande di una “spanna” di diametro. Ma i segni nel terreno durano a lungo. Durano più delle aste, più dei drappi, più di quasi tutto il resto. Un foro nel terreno di fronte ad una valle glaciale è il negativo preciso di qualcosa che c’era. Il negativo è anche una forma di memoria.


