Bivacco Zambonini - Vallestrina

«Il bosco su un fondo umido e instabile.» La conca di Pian Vallese è un fondo glaciale — il terreno non è mai completamente solido, non è mai completamente asciutto. In maggio, con la neve disciolta da poche settimane, i bordi della peschiera sono ancora umidi sotto i piedi. Molte persone trovano questo tipo di terreno disorientante — il suolo che non risponde come dovrebbe. Ma questa instabilità è una delle firme più precise dell’Appennino glaciale: la montagna che porta ancora i segni del ghiaccio di diecimila anni fa. Il terreno cedevole non è pericolo — è archivio.

«La salita che non finisce.» Il gradone morenico è ripido e, guardando in su dal basso, sembra non finire mai. È un’illusione prospettica — la quota da guadagnare è meno di centocinquanta metri. Ma la ripidezza e il bosco fitto che non mostra la fine del tratto creano quella sensazione di salita infinita che scoraggia prima ancora di iniziare. La risposta è smettere di guardare in su e guardare il passo davanti. Il gradone finisce sempre. Finisce dove inizia il circo.

«Che il bosco venga violato prima del mio arrivo.» La pentola con il manico piegato e le scritte sul letto sono qui. Non si possono eliminare con ottimismo o con silenzi diplomatici — ci sono, è la realtà di questo posto come di quasi tutti i posti non sorvegliati di questo Appennino. Ma il bivacco è stato restaurato nel 2019. Qualcuno ha portato su a spalle il letto a castello, la cassa per la legna, la moca, le pentole. Quelle pentole che un altro ha poi piegato. Il bilancio non è in pareggio — il danno è reale. Ma la cura è altrettanto reale. La paura che il bosco venga violato è giustificata. La conclusione che ne venga ricavata non può essere il non andare.

«Il bosco come luogo di pericoli nascosti.» Le schegge di bomba nel prato del Vallestrina sono pericoli nascosti — reali, non metaforici. Ma sono anche l’evidenza più fisica di quanto questo bosco abbia già sopportato e superato. Il prato è verde, i ruscelli scorrono, le primule sono gialle. Ottant’anni di primavere successive hanno coperto la guerra con la vita. Il bosco non dimentica — cresce sopra, sempre.

«Che la storia del bosco sia troppo pesante da sopportare.» L’edicola di Slim alla chiesa di San Lorenzo, il monumento di Lama Golese, le schegge nel prato del Vallestrina — questa valle porta una storia pesante. Ma pesante non significa schiacciante. I compaesani di Asta che tengono pulito il Bivacco Zambonini, i volontari della Sottosezione di Novellara che hanno restaurato il tetto nel 2019, Valter Montelli che ha aperto il bivacco ai camminatori — questa è la stessa valle. La stessa valle che ha dato Slim alla guerra e che adesso dà la moca per il caffè ai passanti. Non è contraddizione. È continuità.

Il Circo Glaciale e il Nome su una Parete Appennino Reggiano · Pian Vallese 1.289 m — Bivacco Vallestrina/Zambonini 1.595 m

Sabato, un maggio che non si decide ancora a essere estate 44°17’N — 10°26’E · Val d’Asta — Valle del Vallestrina

Pian Vallese, quota 1.289 m L’antico lago che non è più lago

La vasta conca di Pian Vallese a 1.289 metri è un antico lago di origine glaciale, che in millenni fu riempito e divenne una vasta torbiera, poi in gran parte prosciugata per allargare il pascolo. Adesso al centro dell’area umida c’è una peschiera con un agriturismo — strutture che occupano quello che fu prima il lago e poi la torbiera, con quella logica pragmatica dell’Appennino che usa ogni superficie disponibile senza sentimentalismi. Ma i bordi della conca raccontano ancora la storia originale: il terreno è soffice ai margini, cedevole, con quella qualità delle torbiere che si trova ovunque in questa zona d’alta quota. Il lago non è del tutto finito — è diventato invisibile, ma è ancora lì sotto.

Parcheggio ai margini della conca e resto qualche minuto in piedi senza zaino. La mattina di maggio ha quella qualità di luce ancora bassa e obliqua che appartiene solo alle prime settimane della stagione in quota — il sole è già sopra le creste orientali ma non ha ancora forza, illumina le cose di traverso producendo ombre lunghe e nitide che a giugno avanzato non esistono più. Le zolle dell’erba corta, appena uscita dal sotto la neve sciolta, brillano di una rugiada che non evaporerà prima delle nove.

La conca di Pian Vallese è circondata da bosco su tre lati. Il quarto lato — quello verso nord-ovest — è aperto sulla Val d’Asta che scende verso Febbio e poi verso Villa Minozzo. Da qui, nelle mattine limpide, si vede Villaminozzo in fondo alla valle come un puntino bianco. E oltre, se l’aria è davvero ferma, il profilo del Monte Valestra — una cima bassa e irregolare che non sembra quello che è: uno dei luoghi più segnati dalla guerra di questo Appennino.

………… Il progetto avanza.

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«Il bosco come luogo inaccessibile ai non-esperti.» La pista forestale è la risposta più democratica a questa paura: la percorrono i taglialegna sui trattori, i ciclisti sulle MTB, i fondisti in inverno, gli escursionisti in ogni stagione. Non è un sentiero per specialisti — è una via larga, chiara, con pendenza moderata. Il bosco non ha soglie d’accesso. Ha solo porte di diversa ampiezza.

«Il bivacco senza nome, senza storia.» Il Bivacco Zambonini ha tre nomi — Capanna Vallestrina, Bivacco Zambonini, Bivacco Vallestrina — e ogni nome porta una storia diversa. Il primo descrive il posto geografico. Il secondo commemora una persona. Il terzo è quello delle mappe ufficiali. Un bivacco con tre nomi non è anonimo — è sovrabbondante di identità. Qualcuno lo ha chiamato in troppi modi perché era importante in troppi sensi.

«Il segnale che non arriva.» L’asta porta-bandiera è l’immagine più concreta di questa paura — il segnale che dovrebbe guidare e che non c’è più. Ma il Bivacco Zambonini è segnato su ogni mappa del Parco, su ogni app escursionistica, con coordinate GPS precise e tre nomi diversi. Il segnale non è più un drappo sul vento — è un punto su uno schermo. Cambiano i media, non cambia la funzione.

«Il bosco come posto in cui si muore.» Slim morì a Febbio, non nel bosco — morì in un paese, in una guerra che aveva portato la morte fin dentro i borghi. Ma il bosco di questa valle era il teatro della sua vita partigiana — il bosco era la protezione, il nascondiglio, la via di fuga, il posto in cui si poteva ancora scegliere da che parte stare. Il bosco non è un posto in cui si muore più che in qualsiasi altro posto. È un posto in cui, in certi momenti della storia, si sceglie come vivere.

«Che questo posto scompaia prima che io possa mostrarlo.» Il Bivacco Zambonini è stato abbandonato, è stato restaurato, è stato vandalizzato parzialmente, ma è comunque ben curato. Ha resistito all’abbandono degli anni Novanta, al tetto crollato. Ha Leardo Zambonini nel nome, Valter Montelli nel presente, la Sottosezione di Novellara nel futuro prossimo. I posti che hanno tre nomi non spariscono facilmente in un bellissimo letto a castello a “tre posti”. I posti che qualcuno chiama con il nome di un uomo morto sono posti che qualcuno ha deciso di tenere vivi. Il circo glaciale del Vallestrina non scompare. Aspetta.

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Annotazione a margine, scritta sull’erba del prato del circo con la schiena appoggiata al muro del bivacco e il Passo di Vallestrina dritto davanti: Il foro nel terreno dove stava l’asta porta-bandiera — non più grande di una “spanna” di diametro. Ma i segni nel terreno durano a lungo. Durano più delle aste, più dei drappi, più di quasi tutto il resto. Un foro nel terreno di fronte ad una valle glaciale è il negativo preciso di qualcosa che c’era. Il negativo è anche una forma di memoria.