Bivacco Ghiaccioni


«Partire da un paese senza bosco visibile.» Il sentiero parte dall’asfalto, dalla chiesa, da un contesto umano ancora presente e riconoscibile. Per chi teme il bosco, questa partenza graduale è la risposta più intelligente: non si entra nel bosco — ci si avvicina. Il paese resta alle spalle per qualche minuto. Poi la carraia si fa sterrata. Poi gli alberi arrivano da soli, senza fretta, senza dichiararlo.

«Il sentiero che si restringe troppo.» Il passaggio dalla carraia al sentiero stretto è uno dei momenti che genera più ansia in chi non frequenta il bosco — il punto in cui lo spazio visivo si riduce e ci si sente contenuti invece che aperti. Ma il sentiero stretto ha una sua qualità che la carraia larga non ha: è più vicino al bosco, più dentro di esso. Non lo si attraversa — ci si immerge. La differenza tra camminare attraverso e camminare dentro è tutta nel sentiero stretto.

«L’acqua che bisogna attraversare.» Il guado della Liocca con la passerella provvisoria è la risposta più concreta a questa paura: qualcuno ha visto che il torrente era difficile da attraversare, ha preso delle assi, ha piantato dei supporti, ha costruito un passaggio. Non è ingegneria — è cura. La passerella non risolve il guado per sempre — ogni anno va rimontata, ogni anno va controllata. Ma ogni anno c’è qualcuno che la rimonta. Il bosco ha custodi che pensano ai guadi prima che gli escursionisti arrivino.

«Il posto che porta una storia pesante.» Questo bivacco è stato costruito dai prigionieri di guerra. Non metaforicamente — fisicamente, con le loro mani, con le pietre di questo versante, per ordine di chi li teneva prigionieri. Dormire qui significa dormire in un posto che porta questa storia nel muro. Non è una storia leggera. Ma la Sezione di Bismantova e il Consorzio Valle dei Cavalieri hanno deciso che quella storia meritava di essere conservata, non demolita — che recuperare quel rudere invece di costruire qualcosa di nuovo era un modo di onorare anche la memoria di chi aveva sofferto qui. Il bivacco non è il monumento ai prigionieri. È il loro ultimo lavoro ancora in piedi.

«Non valere lo sforzo del cammino.» Il Bivacco Ghiaccioni è a un’ora e mezza di cammino da Succiso Nuovo su un sentiero con quattrocento metri di dislivello. Non è un’impresa alpinistica. È un pomeriggio di camminata per chiunque abbia gambe funzionanti e un paio di scarpe decenti. Alla fine c’è questa piana — una delle più belle dell’Appennino settentrionale, come dice chi l’ha descritta — con la parete dell’Alpe di Succiso che si alza per settecento metri e il bosco di faggio in fiore che la circonda su tre lati. Vale lo sforzo. Vale sempre lo sforzo. Ma questa volta vale in modo particolarmente evidente.
Il Prigioniero Che ha costruito la casa — La Valle della Liocca
Succiso Nuovo 980 m — Bivacco Ghiaccioni 1.379 m
Sabato, un maggio che sa già di estate in basso e ancora di inverno in alto
44°20’N — 10°17’E
Alta Valle della Liocca, pendici occidentali dell’Alpe di Succiso
Succiso Nuovo, Chiesa di Varvilla, 980 m
Il paese che non dimentica di essere sopravvissuto
Parcheggio nei pressi della chiesa di Succiso Nuovo — quella chiesa che sta in cima al paese come un punto di orientamento, come il segnavia più alto di questo borgo che esiste da soli cinquant’anni ma porta in sé secoli di storie dei borghi che lo hanno preceduto. Succiso Nuovo è stato costruito ex-novo dal 1973 al 1975 dopo la disastrosa alluvione del settembre 1972. Il paese è giovane nell’architettura e vecchio nel sangue — la gente che lo abita porta i cognomi di Succiso Superiore, Succiso di Mezzo, Succiso Inferiore, i tre borghi che le frane hanno inghiottito. Porta i ricordi di case che non ci sono più, di strade che sono diventate detriti, di una chiesa sommersa di cui qualcuno ricorda ancora la campanella.
Stamattina il paese è quieto. Un cane abbaia da un cortile, una finestra è aperta al piano superiore dell’agriturismo Valle dei Cavalieri, da cui viene odore di caffè e di formaggio. Un paese che respira — si allarga d’estate, si contrae d’inverno, ma non si svuota mai del tutto.
L’Alpe di Succiso non si vede da qui. Si intuisce dalla direzione in cui i faggi del versante sembrano orientarsi, dalla qualità dello spazio che la valle lascia verso sud-est, dall’altezza delle creste visibili sopra il bosco. È una montagna che si annuncia molto prima di mostrarsi — come tutte le cose importanti.
Il sentiero parte dalla chiesa. Dalla chiesa di Succiso Nuovo si imbocca una larga carraia che subito si divide in due. Si segue la carraia di destra e si procede in leggera salita per circa 40 minuti, fino ad una diramazione, dove si svolta a sinistra in salita.
………… Il progetto avanza.
«Il bosco uguale a se stesso, senza variazioni.» Il bosco di maggio della Val Liocca non somiglia al bosco di settembre della Val Liocca, non somiglia al bosco di novembre, non somiglia al bosco sotto la neve. Il faggio in fiore è il bosco nella sua stagione più effimera e più intensa — tra quindici giorni le faggiole saranno già formate, il polline sarà scomparso, la luce avrà un carattere diverso. Chi viene qui adesso vede qualcosa che non esiste il mese prossimo. Il bosco cambia continuamente. È il visitatore che rimane uguale a se stesso.

«Il terreno che non si capisce.» Le morene glaciali del versante del Ramiseto sono terreno irregolare, con massi nascosti dalle foglie e radici che emergono in punti imprevedibili. Ma ogni masso ha una storia — è stato trasportato dal ghiaccio da una parete specifica, depositato in questo punto preciso, e da allora non si è mosso. Diecimila anni di immobilità. Il terreno irregolare del bosco glaciale non è caotico — è la firma di un processo lento e preciso.

«Lo spazio aperto che spaventa più del bosco chiuso.» Per alcune persone la radura ampia è più disorientante del bosco fitto — niente a cui appoggiarsi con lo sguardo, troppo cielo, troppe direzioni possibili. La piana dei Ghiaccioni con le pareti dell’Alpe di Succiso è la risposta a questa paura: lo spazio aperto ha un confine preciso, una parete che lo chiude a est, un bosco che lo chiude sugli altri lati. Non è vuoto — è contenuto. È una stanza senza tetto.

«Che il bosco sia indifferente alla sofferenza umana.» Le faggete abbattute dai prigionieri ungheresi sono ricresciute. Le chiuse della fluitazione sono diventate cumuli di pietre muschiate. Il bivacco è diventato un rifugio per escursionisti. Il bosco non ha commemorato niente — ha semplicemente continuato. Ma i volontari che hanno restaurato quel rudere sapevano cosa stavano facendo: non restauravano una struttura — restauravano una memoria. Il bosco non commemora. Gli esseri umani sì, e a volte lo fanno con il lavoro manuale in un posto difficile da raggiungere, lontano dagli applausi e dalle inaugurazioni formali. La cerimonia del 3 luglio 2011 ai Ghiaccioni aveva poche decine di persone. Era esattamente abbastanza.

«Che il posto non sia per me — che sia troppo pieno di storia.» Il Bivacco Ghiaccioni porta con sé i prigionieri ungheresi del 1915, le faggete abbattute, le chiuse della Liocca, i pastori che lo hanno usato dopo la guerra, i volontari del 2011. È un posto denso. Ma la densità non esclude — include. Chi dorme qui adesso si aggiunge alla catena: dopo i prigionieri, dopo i pastori, dopo i volontari. Ogni persona che apre quella porta bassa e accende la stufa aggiunge un anello. La storia non è un peso che schiaccia — è una struttura che regge.

Annotazione a margine, scritta in piedi alla porta del bivacco con la mano sul muro di pietra arenaria:
I prigionieri ungheresi hanno costruito questo muro nel 1915 o nel 1916. Non so i loro nomi. Non so se sono tornati a casa. So che le pietre che hanno raccolto e impilato sono ancora qui, esattamente dove le hanno lasciate. Il lavoro dei prigionieri dura più della guerra che li ha portati qui. Questo mi sembra importante, anche se non so bene perché.


