Bivacco Città di Sarzana - Rifugio


«Il posto che ha troppe storie.» Il Passo del Lagastrello porta con sé la strada romana delle cento miglia, l’abbazia medievale sommersa, la diga in torba del 1906, i pellegrinaggi verso Lucca e verso Roma. Per chi teme il bosco come posto senza storia, senza connessioni con il mondo umano — questo passo è la risposta più densa che l’Appennino possa dare. La storia non è nelle città. Spesso è sui passi di montagna che le città hanno usato per secoli senza mai abitare.

«Il fumo nel bosco.» Chi non frequenta il bosco e incontra fumo tra gli alberi pensa subito all’incendio — la risposta istintiva è corretta nella pianura asciutta, sbagliata nell’Appennino umido. Qui il fumo dei carbonai era parte del paesaggio per secoli — un fumo controllato, sorvegliato, parte del lavoro. Il bosco appenninico sa distinguere il fuoco che distrugge dal fuoco che produce. Lo hanno insegnato i carbonai, generazione dopo generazione.

«I laghi nascosti — quello che non si vede.» Il Lago di Gora e il Lago Gonnella non hanno segnaletica turistica, solo un piccolo cartello con un nome. Non sono raggiungibili in automobile. Non compaiono nei depliant del Parco in modo prominente. Esistono per chi sa dove cercarli, per chi ha la pazienza di camminare sino alla soglia morenica. Sono la risposta fisica alla paura del bosco come posto che nasconde invece di rivelare: il bosco nasconde esattamente quello che meriti di trovare, nella misura in cui sei disposto ad andare a cercarlo.

«L’acqua che non si spiega.» Il Lago di Monte Acuto non ha la storia leggendaria del Calamone, non ha i gorghi di Spallanzani, non ha l’etimologia incerta del Vallestrina. Ha una forma allungata, e il riflesso del Monte Acuto che di mattina presto è così nitido da sembrare un doppio verticale della montagna reale. A volte le cose non hanno bisogno di leggende. La realtà è abbastanza.

«Che il sapere del bosco sia perduto.» Il sapere del Foghista è effettivamente perduto — non recuperabile, non ricostruibile da fonti scritte. Ma il bosco stesso è rimasto. Le piazze delle carbonaie sono ancora lì, nel suolo scuro del ceduo sul sentiero. I macigni glaciali sono ancora tra i faggi. Il Lago di Gora e il Lago Gonnella sono ancora nelle loro conche insieme alla vita che li vive e li anima. Il sapere specifico è andato — il luogo che quel sapere abitava è qui, intatto, in attesa di nuovi saperi che non saranno uguali ma non saranno meno profondi.
Bivacco Città di Sarzana – Rifugio
Il Fuoco Che Non Brucia — La Via dei Carbonai
Passo del Lagastrello — Lago Paduli 1.157 m — Laghi Gora e Gonnella — Rifugio Città di Sarzana — Lago di Monte Acuto 1.580 m
Domenica, un giugno che non sa ancora cosa vuole essere
44°16’N — 10°09’E – Confine tra tre province, tra due regioni, tra due climi
Passo del Lagastrello, Lago Paduli, quota 1.157 m
Il confine che non ha pareti
Sul Passo del Lagastrello si trova il Lago Paduli, un lago artificiale realizzato nei primi anni del 1900. Anticamente il valico era utilizzato per i commerci e i pellegrinaggi verso Roma e Lucca. La montagna che sovrasta il passo si chiama Monte Malpasso, forse dal latino Malus Passus, ad indicare un accesso difficile al valico, attraversato in epoca romana dalla “strada delle cento miglia” che collegava Parma e Luni.
Parcheggio l’auto nell’area appena sotto la diga e resto qualche minuto in piedi senza muovermi. Questo posto ha una qualità che non appartiene ad altri valichi dell’Appennino reggiano — è un confine che si sente fisicamente nell’aria. Non solo il confine amministrativo tra tre province, non solo la linea spartiacque tra l’Enza che scende verso la pianura padana e il Magra che scende verso il Tirreno — ma qualcosa di più sottile: il confine tra due sistemi climatici che su questo crinale si toccano senza mai fondersi completamente. Le acque del Paduli lambiscono territori che appartengono a due zone climatiche diverse, quella europea e quella mediterranea: per questo motivo qui è possibile apprezzare gran parte della biodiversità italiana.
Il Lago Paduli è lungo e stretto, con la superficie grigio-argento di giugno che riflette il cielo basso. La diga del Lagastrello è stata costruita tra il 1906 e il 1910 dalla — Compagnia Imprese Elettriche Liguri — su progetto degli ingegneri Gaetano Ganassini e Luigi Zunini, per formare un serbatoio della capacità di 3,45 milioni di metri cubi atto alla regolazione stagionale dell’energia producibile nelle centrali dell’asta idroelettrica Cedra-Enza. La diga è un interessante esempio di diga in terra con nucleo in argilla. Il paramento di monte è rivestito di cemento impermeabile, il paramento di valle è rivestito di torba.
Una diga rivestita di torba. Non pietra, non cemento armato, non acciaio — torba. Una scelta costruttiva di inizio Novecento che ha il sapore dell’Appennino stesso: usare quello che il territorio offre, costruire con la stessa materia del versante. I tecnici liguri che progettarono questo sbarramento nel 1906 non avevano i materiali del ventesimo secolo avanzato. Avevano l’ingegno e la torba del crinale.
Presso il Passo del Lagastrello sorgeva l’Ospedale dei Linari, noto anche come Abbazia di Linari, sorto in epoca medievale nel X secolo e retto dall’Ordine dei Cavalieri d’Altopascio. Ne resta qualche traccia nel versante toscano. Un ospedale medievale — non ospedale nel senso moderno, ma ospizio, luogo di accoglienza per i pellegrini che attraversavano questo passo verso Roma e verso Lucca. I Cavalieri d’Altopascio erano uno degli ordini ospitalieri minori dell’Italia medievale, meno noti dei Templari ma con la stessa funzione pratica: presidiare i valichi, assistere i viandanti, trasformare i punti pericolosi dei percorsi di pellegrinaggio in punti sicuri. L’Ospedale dei Linari era la loro risposta a questo valico difficile — il Malus Passus, il passo cattivo, quello che in latinoboccava la pericolosità del percorso nel nome stesso.
Il lago artificiale del 1911 ha sommerso parte dell’area dove sorgeva l’abbazia. I pellegrini medievali che si fermavano all’Ospedale dei Linari dormivano sotto acque che oggi hanno un metro e diciotto di profondità massima. Ogni tanto, con la siccità estrema che abbassa il livello del lago, qualcuno dice di vedere affiorare pietre lavorate anche se ormai il limo le ha seppellite per sempre. Non ho trovato documentazione precisa su questo. Ma la leggenda dice quello che la storia spesso non ha il coraggio di dire in modo diretto.
Lungo la rete della diga, quota 1.160 m
Il primo metro dentro il bosco
L’itinerario inizia nei pressi del ponte sul torrente Enza posto di fronte alla diga del Lagastrello, e si snoda per un centinaio di metri lungo la rete metallica che delimita il grande invaso artificiale utilizzato dalla centrale idroelettrica di Selvanizza. La rete metallica è arrugginita in alcuni punti con quella ruggine che è il colore dell’acciaio al lavoro da decenni all’aperto. Oltre la rete, il lago — la superficie quasi piatta di giugno, con qualche ruga dove il vento tocca. Al di qua, il bosco che inizia subito.
Da qui si dipartono due sentieri. Nei pressi si trova una stele in arenaria datata 1863. La stele è ancora lì — quasi nascosta dalla vegetazione che avanza dal bordo del sentiero, con l’iscrizione quasi illeggibile. 1863 è prima della diga, prima dell’invaso, prima del lago — quando questo era ancora il letto naturale del torrente Enza, con le pietre del guado al centro e il bosco di faggio su entrambi i versanti. Qualcuno ha piantato quella stele in arenaria nel 1863 per marcare qualcosa — un confine, una proprietà, un punto di riferimento. Non so cosa. La stele sa solo la data.
Il sentiero entra nel bosco ceduo di faggio con quella qualità dei boschi cedui: Il bosco ceduo è una forma di gestione forestale in cui gli alberi vengono tagliati periodicamente. Sfruttando la capacità delle latifoglie di ricacciare nuovi rami (polloni) direttamente dalle ceppaie, il bosco si rinnova naturalmente ed è storicamente utilizzato per produrre legna da ardere e paleria. La grandiosità della faggeta antica ma ha una sua precisione vitale — alberi medi, ravvicinati, con i fusti che crescono in gruppi dai polloni dello stesso ceppo, in quella forma a candelabro rovesciato che è il segno inconfondibile del taglio periodico. Il ceduo di faggio è un bosco gestito da secoli secondo una logica che non è abbandono né è coltura intensiva — è rotazione, è attesa, è il ritmo del bosco rallentato ma non fermato.
Qui, su queste piattaforme piane tra i fusti — le “piazze del carbone”, come le chiamano ancora i vecchi di Ramiseto — qualcuno ha trasformato la legna di faggio in carbone vegetale per generazioni. Non si vede quasi più niente: il bosco ha coperto le piazze di foglie e radici. Ma il terreno è diverso — più scuro, più ricco di carbonio, con una fertilità specifica che viene dall’accumulo di fuliggine di decenni. Il botanico che passasse qui con una sonda saprebbe dire esattamente dove stava ogni carbonaia. Il resto di noi lo intuisce guardando il colore della terra.
Radura delle Quattro Fagge, quota 1.280 m
Le carbonaie di questo bosco
Oltre il Rio Garzoli, il sentiero raggiunge rapidamente una radura circondata da lamponi e ginepri nani con un bel panorama sulla valle dell’Enza, nei pressi di Quattro Fagge. La radura si chiama così perché quattro faggi monumentali — molto vecchi, probabilmente risparmiati da ogni taglio per la loro dimensione — stanno ai quattro angoli del pianoro come colonne di una struttura che nessuno ha mai costruito ma che la disposizione degli alberi suggerisce. Sono i faggi che in questi boschi i carbonai chiamavano “alberi madri” — le piante lasciate intatte nei cedui perché producessero seme e garantissero il rinnovo del bosco. Ogni qualvolta un ceduo veniva tagliato, si lasciavano alcuni alberi grandi. Nel tempo, quei pochi diventavano i più grandi e i più antichi. Le Quattro Fagge sono quattro di questi sopravvissuti.
Mi fermo nella radura. Ai bordi, i segni delle carbonaie — non uno, non due, ma almeno sei piazze circolari visibili a chi sa dove guardare. Cerchi di terra più scura, leggermente concavi al centro, con un diametro che varia da quattro a otto metri. Non sono incidentali — ogni piazza di carbonaia aveva dimensioni precise perché la carbonaia stessa aveva dimensioni precise.
Il processo era questo: le carbonaie si accatastano in genere dai 30 ai 40 quintali di legna da cui si ricavano dai 6 agli 8 quintali di carbone. A lavoro finito si sfila il palo centrale e nel foro lasciato libero, che funge da camino, si fanno cadere delle braci accese fino a innescare la combustione, che poi va regolata chiudendo il camino con pezzetti di legna, foglie e terriccio per far uscire il fumo molto lentamente dall’intera superficie esterna della catasta. Il processo di carbonizzazione poteva durare fino a 5 o 6 giorni.
Quindici giorni. Tanto ci vuole di lavoro continuo, di giorno e anche di notte. Partendo dalla preparazione della carbonaia, con la formazione di una piramide in legno alta anche oltre i due metri, con lo spazio in mezzo per la canna fumaria. E poi tutto coperto di paglia e terra. La brace ardente dentro. E parte la cottura. Ma prima ancora, prima di tutto, c’è il taglio della legna, in simbiosi con la natura intorno, un processo che vuol dire anche servizio al territorio, con il controllo e la cura dei boschi.
Quindici giorni. Quindici giorni in questo bosco, in questa radura, con il fuoco controllato che bruciava dentro la catasta e il “Foghista” che sorvegliava senza fermarsi mai. Il “Foghista” — il nome che dà il titolo al sentiero che percorrerò più tardi — era la figura centrale della squadra dei carbonai: l’organizzazione del lavoro della squadra dei carbonai seguiva delle fasi ben precise e contemplava ruoli e gerarchie definiti. Il Foghista era quello che non dormiva mai completamente, che si alzava di notte per controllare il fumo, che sapeva leggere il colore e l’odore del fumo come un testo che diceva esattamente cosa stava succedendo dentro la catasta di legno e terra.
Il carbonaio era il funambolo del fuoco controllato. Troppo ossigeno e la catasta bruciava invece di carbonizzarsi. Troppo poco e il processo si fermava. L’equilibrio giusto non si imparava dai libri — si imparava guardando il fumo per anni, identificando le sfumature di colore e densità che nessun manuale descrive perché non ha le parole per farlo. Era un sapere che passava di padre in figlio, di maestro a garzone, in quell’unica direzione che il sapere pratico può percorrere: dalla mano alla mano.
Era una vita errabonda, lontano da casa per diversi mesi l’anno, almeno sette. Quando non erano migranti. Per questo erano visti con sospetto. Una curiosità: è facile avvicinare il carbonaio all'”uomo nero” delle fiabe, figura che turbava i sogni dei piccoli dopo le serate attorno al focolare. Una celebre ninna nanna diffusa nell’Appennino Tosco-Romagnolo recita: “Lo darò all’uomo nero che lo tenga un anno intero.” L’origine potrebbe cercarsi nella consuetudine di inviare un proprio figlio al seguito della squadra di carbonai in qualità di garzone per imparare il mestiere. L’uomo nero della ninna nanna era il carbonaio. Non un mostro, non una creatura soprannaturale — un lavoratore coperto di fuliggine che usciva dal bosco con il carbone e tornava nel bosco a farne altro. La produzione del carbone vegetale è stata un’attività economica importante per parecchie realtà locali d’Italia fino agli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento. Le piazze delle Quattro Fagge sono rimaste vuote da allora — cinquanta, sessant’anni di assenza. Il bosco le ha coperte di foglie ma non del tutto dimenticate. Il carbone nel suolo dura migliaia di anni.
Biforcazione, risalita verso il Lago Gora, quota 1.380 m
La faggeta che cambia carattere
Un tratto in salita, sempre tra faggi e carbonaie, conduce a praterie che offrono un’interessante pausa nella stagione della fioritura. La salita lascia il ceduo basso e fitto degli impianti vicino al lago per entrare in qualcosa di completamente diverso: una faggeta alta, con alberi che hanno il diametro dei vecchi — settanta, ottanta centimetri, con la corteccia argentea che riporta le incisioni di decenni di variazioni stagionali. Non ceduo — fustaia. Non gestito per il taglio ma lasciato crescere verso la sua dimensione naturale.
Tra i faggi, i macigni. Li trovo ovunque, ma qui con una frequenza e una dimensione che non avevo incontrato con questa intensità in altri tratti di questa ricognizione. Sono blocchi di arenaria — il macigno appenninico, quella roccia compatta e grigia che in questi versanti affiora con la regolarità di qualcosa che appartiene alla struttura profonda della montagna. Si supera una breve pietraia di massi accatastati a destra, poi si prosegue lungo un costone pianeggiante. I massi non sono accatastati in modo naturale — sono il risultato del disgelo glaciale, blocchi strappati dalla parete del Monte Acuto durante l’ultima glaciazione e trasportati qui dal ghiaccio come se fossero oggetti dimenticati su un tavolo vuoto.
I faggi crescono tra i massi, intorno ai massi, sopra i massi. Le radici avvolgono la pietra in modo così completo che in certi punti non si capisce più dove finisce il masso e dove inizia l’albero. La pietra è diventata struttura dell’albero. L’albero è diventato cornice della pietra. Cinquanta, cento anni di contatto reciproco hanno prodotto questa fusione che non appartiene né al minerale né al vegetale ma a qualcosa di intermedio — la risposta lenta della vita alla materia inerte.
Cammino tra i macigni con quella lentezza che i massi grandi impongono al passo — non difficoltà tecnica, ma necessità di scegliere dove appoggiare il piede ogni volta, di leggere il terreno invece di dargli per scontato. È un tipo di attenzione diverso da quella del sentiero lineare. È l’attenzione del bosco vecchio — discontinuo, irregolare, ricco di sorprese sotto ogni strato di foglie e molto faticoso.
Lago di Gora e Lago Gonnella, quota 1.450 m
I laghi che nessuno vede dal basso
Il sentiero prosegue in falsopiano e da qui si domina il Lago Gora, ubicato in una conca di origine glaciale chiusa da una ben evidenziata soglia morenica. Il Lago di Gora non è visibile dalla strada, non è visibile dal Passo del Lagastrello, non si vede da nessun punto di accesso motorizzato. È uno di quei posti che esistono solo per chi cammina e per chi lo cerca — uno di quei doni che il bosco riserva a chi guadagna la quota con le gambe invece di arrivare in macchina.
La conca è quasi perfettamente circolare — un circo glaciale minore, senza la grandiosità del Vallestrina ma con la stessa precisione geometrica che il ghiaccio usa quando scava lentamente. Il lago occupa il fondo della conca: non grande, non azzurro come il Calamone, ma di un verde-marrone scuro che viene dalla vegetazione acquatica di fondo e dai licheni che crescono sulle pietre sommerse vicino alla riva. La soglia morenica sul lato nord è evidente anche a chi non sa cosa cercare — un dosso trasversale al pendio, troppo regolare per essere naturale, fatto del materiale che il ghiaccio ha depositato quando si è ritirato.
Resto cinque minuti in silenzio sul bordo della soglia morenica, abbraccio un vecchio faggio e ascolto il suo e il mio respiro. Con le mani lo stringo sento il suo corpo possente che sale verso il cielo e non voglio più staccarmi. Il lago non fa rumore — è uno dei pochi laghi di questa ricognizione che è davvero silenzioso, senza affluenti udibili, senza emissari in vista, perché scendendo dalla montagna si inabissano nel terreno. L’acqua è ferma come uno specchio opaco. Si increspa solo quando il vento passa, e il vento qui, incanalato tra le pareti della conca, è periodico e prevedibile come un respiro.
Poco oltre, il Lago Gonnella — più piccolo, e ancora meno evidente, quasi nascosto dalla vegetazione arbustiva che ne ha colonizzato i margini. In giugno il mirtillo selvatico che cresce intorno al Gonnella è in fiore — fiori piccoli, rosa-bianchissimi, a campanella, che pendono in gruppi dai rametti bassi con quella qualità del fiore montano che non cerca l’attenzione ma la produce inevitabilmente.
Faggeta secolare con macigni glaciali, quota 1.510 m
Il bosco che non si dimentica
Il sentiero sale verso il rifugio attraverso quello che è — senza esitazione, senza metafore necessarie — il bosco più bello che abbia mai attraversato in questa intera ricognizione. Non il più drammatico, non il più carico di storia, non il più tecnico — il più bello nel senso diretto e quasi imbarazzante del termine.
Faggi secolari con tronchi che raggiungono il metro di diametro, con cortecce grigio-argento che portano le graffi di due, tre secoli di vita — non le incisioni vandaliche degli escursionisti moderni, ma le cicatrici del ghiaccio, del vento, dei fulmini che hanno colpito e non abbattuto. Ogni tronco è un archivio verticale di eventi meteorologici che nessun documento scritto ha registrato. Tra questi giganti verticali, i macigni glaciali di arenaria detta “macinio” — alcuni alti più di 10 metri, con superfici coperte di muschio verde e licheni bianchi e grigi che crescono secondo la logica dell’umidità: il lato nord è completamente verde, il lato sud è grigio e quasi asciutto. Ogni masso è un microcosmo con la sua mappa climatica dipinta in colori vegetali.
La luce in questo bosco è impossibile da descrivere senza aggettivi che sembrano esagerati ma non lo sono: entra dall’alto tra le chiome dei faggi come attraverso vetri colorati — verde tenero, verde scuro, gold dove un faggio più giovane ha ancora le foglie aperte da pochi giorni. Si deposita sul muschio dei macigni, si riflette sulle cortecce bagnate di rugiada, si disperde sul terreno in macchie che si spostano con il movimento minimo delle chiome nel vento.
In questo bosco il sentiero del Foghista — che le indicazioni locali indicano come il tracciato storico che i carbonai percorrevano quotidianamente tra le carbonaie e i loro ricoveri — i sentieri si sovrappongono, non sempre coincidono esattamente: il Foghista non seguiva la logica delle frecce e delle bussole, seguiva la logica della conoscenza diretta, della memoria del terreno, dei punti di riferimento che non sono mai scritti su nessuna carta. Il faggio con il ramo biforcuto a sinistra. Il masso con la cavità a forma di sella. Il punto in cui il terreno scende verso il rio.
Rifugio Città di Sarzana, Lago di Monte Acuto, quota 1.580 m
La baita sul lago che non ti aspetti
Il rifugio Città di Sarzana si trova all’interno del comprensorio del Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano nell’alto Appennino Reggiano. È stato edificato alle pendici del Monte Acuto e nelle vicinanze del lago da cui prende il nome: il Lago di Monte Acuto. Il rifugio è stato inaugurato il 5 ottobre del 1980 ma allora era una struttura di lamiera non gestita. Nel 1999 è stato interamente ricostruito nella forma attuale di baita in legno.
Emerge dalla radura sul bordo del lago con quella qualità della sorpresa riuscita — non si vede da lontano, non annuncia la sua presenza, appare quando il sentiero curva intorno all’ultimo gruppo di faggi e il prato si apre sulla sponda del lago. La baita in legno di larice è scura, calda, verso l’acqua e verso le pendici del Monte Acuto che si alzano sopra la sponda opposta con quella forma di piramide irregolare che è la firma geomorfologica del Monte Acuto da qualsiasi versante lo si osservi.
La struttura: Il bivacco si trova proprio dietro alla struttura, alla fine di una evidente scala in ferro. Può ospitare 5 persone su materassi e ci sono panni e cuscini. La struttura è attualmente gestita e durante la gestione il bivacco rimane chiuso. La baita ha quella qualità dei rifugi che non somigliano a edifici di servizio ma a case — con le stufe a legna come elemento centrale, con la luce che viene da finestre vere invece che da aperture minime, con il legno del pavimento che cigola nel modo specifico del legno stagionato in quota.
La storia: Il progetto di demolizione e costruzione dell’attuale rifugio ha avuto una storia lunga e travagliata. La struttura originale del 1980 — una lamiera non gestita, fredda, funzionale quanto un casotto di servizio — è rimasta lì quasi vent’anni prima che qualcuno decidesse che quel posto meritava qualcosa di più. Il 1999 è l’anno della ricostruzione: qualcuno ha demolito la lamiera e ha costruito la baita. Non è solo una questione estetica — è una questione di intenzione. La baita in legno dice che qualcuno ha voluto che le persone stessero bene qui, non solo che si riparassero.
Il Lago di Monte Acuto: Il lago si estende per circa 8.000 mq con una forma allungata, che si protende verso i sovrastanti versanti di erba e rocce del Monte Acuto e della Piastrazza. È un lago di montagna nel senso più preciso del termine — non grande, non urlante, non drammatico. Non sempre ha quella qualità dell’acqua di quota che riflette il cielo con più fedeltà di qualsiasi specchio d’uomo. Stamattina il cielo sopra il Monte Acuto ha nuvole basse e veloci — il vento di quota le spinge da ovest verso est con quella velocità che in basso non si percepisce ma che quassù si vede. Le nuvole si riflettono nel lago come un film in accelerazione, con le forme che cambiano nel riflesso prima ancora che cambino nel cielo.
Sosta sul bordo del lago, storia e memoria dei carbonai
Il Foghista e il fuoco che non finisce mai
Mangio seduto su un masso al bordo dell’acqua con la schiena al sole che è finalmente uscito dalle nuvole lanciando piccole briciole di pane ad uno sciame di “girini” appena nati e a qualche pesce gatto che risale per prendere aria. La baita del rifugio è visibile sulla sponda opposta — una macchia scura di legno tra il verde dell’erba del prato. Alcune macchie di neve residua sulle creste più alte del Monte Acuto brillano con quel bianco assoluto che in giugno sembra fuori posto ma non lo è — ad alta quota la neve non sparisce con il calendario.
Penso ai carbonai. Penso al Foghista.
Il mestiere del carbonaio era molto diffuso soprattutto nella prima metà del secolo scorso, tant’è che esso, tra i lavori della montagna, era quello che ne testimoniava meglio la durezza e la complessità. Questa attività era per lo più appannaggio di alcune famiglie che l’hanno a lungo esercitata, in esclusiva, soprattutto per tradizione e per competenza. Famiglie. Non individui — famiglie intere. Il figlio imparava guardando il padre, il nipote guardando il nonno. La conoscenza non stava nei libri perché nessuno l’aveva mai scritta — stava nei gesti, nella postura della persona che controlla il fumo, nel modo in cui il Foghista picchiettava la superficie della catasta per sentire la risposta sonora e capire cosa stava succedendo dentro. Un sapere corporeo, intrasmissibile per via testuale, conservato solo nella continuità generazionale. Quando le famiglie hanno smesso — negli anni Cinquanta e Sessanta, quando il gas e il carbone fossile hanno reso antieconomico il carbone vegetale — quella conoscenza è svanita. Non si recupera. Non si reinventa. Quella precisione specifica nel leggere il fumo è finita con l’ultima generazione che l’ha praticata.
Il sentiero del Foghista che percorre questi boschi porta il nome di qualcosa che non esiste più. Non il Foghista come persona — i Foghisti di questo versante sono tutti morti, o sono i figli degli ultimi che hanno ancora i racconti ma non il sapere corporeo. Il sentiero porta il nome come una tomba porta il nome del defunto: non per ricordare all’assente, ma per ricordare ai presenti.
I carbonai, per esercitare il loro mestiere, dovevano abbandonare il paese dall’inizio della primavera fino ad autunno inoltrato. Il rifugio che gestiva questa zona non era la baita del Sarzana — non esisteva ancora. Era qualcosa di più primitivo: capanne temporanee, strutture in legno e frasche che venivano costruite ogni primavera e abbandonate ogni autunno. Non ne rimane traccia visibile come molte tracce di ricoveri che ho cercato ma di loro ho trovato solo pile di massi come muri e invisibili segni della vita passata — il bosco li ha assorbiti con la stessa calma con cui ha assorbito tutto il resto.
Ultima sosta, vista sul Lago di Monte Acuto
Il sole è ormai alto — un sole di mezzogiorno di giugno che non ha ombre lunghe, solo ombre corte e precise sotto ogni oggetto. Il Lago di Monte Acuto riflette adesso il blu del cielo che si è aperto nelle ultime due ore. Le nuvole sul Monte Acuto sono salite di quota — si sono staccate dalla parete e fluttuano libere, bianche, veloci.
Dal Rifugio Sarzana si possono raggiungere il Monte Acuto a 1.755 m e la Piastrazza a 1.743 m, con vista sulla Lunigiana e, se si è fortunati, sul mare. Dalla Sella di Monte Acuto nelle giornate limpide di giugno si vedono la Corsica, la Capraia, la Gorgona — isole che sembrano sospese tra il mare e il cielo, quasi irreali nella loro lontananza. Oggi non ho la giornata limpida, ma provo a salire per arrivare alla sella. Poche centinaia di metri incontro una struttura di pietra sul sentiero, rifletto perché non capisco cosa poteva essere. Giro attorno, vado dentro e pochi istanti dopo mi accorgo che una meravigliosa Rana Dalmatina detta anche agile – appenninica), mi stava scrutando e non capiva cosa stessi facendo. Mi avvicino e cerco di prenderla ma giustamente si intrufola tra due grandi pietre intagliate ad arte. Lei vive vicino a torrenti, ruscelli e fontanili nei boschi dell’Appennino reggiano ma li non vedevo nulla di simile alla fine la struttura abbandonata era percorsa da un piccolo ruscello ormai secco e serviva per come “vasca per la raccolta delle acque”. Il cielo non mi appariva più sincero e l’esperienza mi ha imposto di tornare.
Ho le nuvole veloci e il lago che le riflette e il bosco di faggi e macigni che scende verso il Lagastrello con quella fedeltà silenziosa con cui il bosco custodisce tutto quello che gli è stato affidato.
La faggeta che scende verso il Lago Paduli è la stessa al ritorno — stessi faggi, stessi macigni, stesse piazze delle carbonaie nel suolo scuro. Ma al ritorno il bosco ha un aspetto diverso, come tutti i boschi al ritorno: più familiare, più leggibile, con i punti di riferimento che adesso riconosco invece di cercare. Il faggio con il ramo biforcuto a sinistra. Il masso con la cavità a forma di sella. Il punto in cui il terreno scende verso il rio.
Sono diventato, per un mattino, qualcosa che assomiglia a un Foghista. Non nel mestiere. Nella conoscenza del percorso.
«Il bosco come posto oscuro e chiuso.» Il ceduo di faggio che costeggia il lago Paduli nei primi tratti del sentiero non è oscuro — è fitto, ma non oscuro. La luce di giugno filtra tra i fusti del ceduo con quella qualità della luce frammentata che produce migliaia di macchie luminose sul terreno, come un tappeto in costante movimento. È la stessa luce che i carbonai di queste foreste hanno visto per secoli mentre lavoravano. Non buio. Variazione di luce.
«Il terreno irregolare che non si riesce a leggere.» I macigni glaciali tra i faggi del 653 sono il tipo di terreno che spaventa chi cammina solo su sentieri ben segnati — il suolo sparisce sotto le foglie, i massi si nascondono, le radici emergono. Ma questa irregolarità è anche la garanzia che il bosco non è stato gestito meccanicamente — che nessun mezzo forestale ha raddrizzato il suolo, che nessuna bonifica ha eliminato gli ostacoli. Il bosco difficile da attraversare è il bosco più integro.

«Il bosco senza punti di riferimento umani.» Il sentiero del Foghista non aveva segnavia. Non aveva frecce. Aveva la conoscenza del terreno che si accumula in chi lo percorre ogni giorno per mesi ogni anno per decenni. Quella conoscenza è il punto di riferimento più affidabile che esista — più affidabile del GPS, più affidabile delle mappe, perché incorpora le variazioni stagionali, le zone franose, i punti di guado che cambiano con la portata d’acqua. Il bosco dei Foghisti non era senza punti di riferimento. Era pieno di punti di riferimento invisibili a chi non li aveva imparati e spero rimangano invisibili a chi non li sa leggere.

«Il bosco come posto in cui si lavora e non si vive.» I carbonai passavano sette mesi all’anno in questi boschi. Non visitavano — abitavano. La distinzione tra lavoro e vita in questo contesto non esiste: la vita era il lavoro, il lavoro era la vita, il bosco era entrambi. Chi teme il bosco come posto esterno alla vita quotidiana troverebbe in questo precedente la risposta più precisa: il bosco era la vita quotidiana di intere famiglie per secoli. Non è un posto alieno. È un posto che l’alienazione moderna ha reso estraneo a chi non ci è mai rimasto abbastanza a lungo.

«Che il bosco finisca prima che io lo conosca abbastanza.» La risposta più onesta a questa paura è quella che il lago di Monte Acuto offre senza parole: questo bosco ha attraversato il Medioevo con i pellegrini dell’Abbazia di Linari, il XIX secolo con i carbonai e i foghisti, il Novecento con la diga del 1906 e il rifugio del 1980 e la baita del 1999 e il sentiero del Foghista che porta il nome di qualcosa che non c’è più. È ancora qui. Non è finito. Non finisce con la nostra ignoranza — aspetta che la nostra ignoranza finisca.


Annotazione a margine, scritta seduto sul masso al bordo del Lago di Monte Acuto con l’acqua che riflette le nuvole e la baita del Sarzana sullo sfondo:
Il Foghista sorvegliava il fuoco di notte, da solo, nel bosco, per quindici giorni di fila. Non perché fosse coraggioso. Perché il fuoco non poteva aspettare. Il bosco insegna questo meglio di qualsiasi altra cosa: alcune cose non possono aspettare. Riconoscerle è il mestiere vero.



