Bivacco Ghiaccioni


«Il sentiero per me.» La classificazione EE non è un’esclusione — è un avvertimento per gli altri, per mè è un richiamo. Dice: questo sentiero richiede esperienza, richiede attenzione, richiede di sapere dove si mettono i piedi. Non dice: non venire. Per chi ha paura “dell’aperto”, leggere la classificazione EE su un cartello può sembrare la conferma che il percorso non accessibile. Ma il Sentiero Barbarossa è percorribile — con le gambe giuste, con la testa giusta, con il tempo giusto. Non è democratico nel senso delle panchine e delle carrozzine. È democratico nel senso che chiunque si prepari abbastanza può arrivarci.

«L’acqua che manca dove dovrebbe esserci.» Il Rio Ramiseto a secco in giugno non è un segnale di siccità — è la natura dell’arenaria macigno che drena l’acqua in profondità invece di trattenerla in superficie. Ma per chi cammina in montagna sapendo che l’acqua è fondamentale, trovare un letto asciutto produce un momento di incertezza. Il bosco insegna a portare l’acqua con sé. La fonte segnalata al Riparo Ghiaccioni era lì per questo — il percorso che segue non ha acqua garantita.

«Il rifugio senza gestore come posto abbandonato.» Il Rifugio Rio Pascolo non ha gestore — non ha qualcuno che apre la mattina, cucina il pranzo, controlla che tutto funzioni. Ma non è abbandonato. È autogestito. La differenza è fondamentale: l’autogestione richiede che chi usa il rifugio ne assuma la cura per il tempo che vi resta e per il tempo che viene dopo. Pulire quello che si sporca. Non rompere quello che non è proprio. Lasciare il libro di vetta aperto alla pagina successiva. Il rifugio autogestito funziona perché esiste una rete di persone che lo usa con rispetto — una rete invisibile, distribuita nel tempo, che si aggiunge un anello alla volta.

«Che il passo successivo sia troppo impegnativo.» Dal Rifugio Rio Pascolo il sentiero Barbarossa che ho percorso stamattina richiede una classificazione EE. Quel traverso con il bastoncino piantato a monte e gli occhi sulla traccia labile. Non è stato facile. Non è stato impossibile. Il confine tra EE e “impossibile per me” non è fisso — si sposta con l’esperienza, con l’allenamento, con la conoscenza del proprio corpo. Il bosco e la montagna non fissano quel confine al posto nostro. Lo fissiamo noi, e poi lo spostiamo, e poi lo spostiamo ancora.

«Che il sentiero difficile lasci il segno sbagliato.» Il Sentiero Barbarossa mi ha lasciato il segno giusto: attenzione completa, nessun automatismo, ogni passo una scelta consapevole. Le zanzare di giugno mi hanno lasciato il segno sbagliato: una centinaio di punture sul corpo attraversando i vestiti. Ma anche il segno sbagliato fa parte del bosco. Il bosco non promette comfort — promette realtà. Chi accetta questa promessa trova qualcosa che il comfort non riesce a offrire.


Il Sentiero del Re in Fuga — La Valle Che Non Ha Acqua
Riparo Ghiaccioni 1.379 m “Sentiero Federico Barbarossa” EE — Valle del Monte Ramiseto — Rifugio Paolo Consiglio al Rio Pascolo 1.570 m
Domenica, un giugno che non ha ancora deciso di rispettare la stagione
44°20’N — 10°17’E · Alta Valle della Liocca — Versante occidentale dell’Alpe di Succiso
Riparo Ghiaccioni, quota 1.379 m
La partenza difficile da giustificare
Ho dormito al Riparo. Non era in programma — era in programma arrivare ieri sera, mangiare, dormire, ripartire stamattina presto. Le cose sono andate così. Ma prima di descrivere la partenza, devo descrivere la notte.
I lupi hanno ululato verso l’una — non vicini, non lontani. Da qualche parte sul versante settentrionale dell’Alpe, sopra la piana dei Ghiaccioni, una distanza che il bosco compresso tra le pareti del circo rendeva impossibile da stimare con precisione. Non ho aperto la porta per sentire meglio. Ho lasciato che il suono entrasse attraverso le pareti del Riparo con quella qualità attenuata che ha ogni suono filtrato dalla pietra — meno netto, più rotondo, quasi musicale nella sua imprecisione. Ho dormito bene, dopo.
Stamattina la piana è coperta di rugiada — ogni filo d’erba ha la sua goccia, ogni goccia riflette il cielo grigio del primo mattino. I faggi ai margini della piana trasudano umidità. L’aria ha quella qualità specifica delle mattine d’alta quota in giugno: fredda in modo che non appartiene alla stagione, con una nota erbosa e pulita che solo il bosco produce quando la notte è stata lunga abbastanza.
Lo zaino è già pronto. L’obiettivo di oggi è il Rifugio Rio Pascolo — attraverso il Sentiero Federico Barbarossa, classificato EE. Escursionisti Esperti. Non alpinismo, ma il gradino immediatamente sotto. Il gradino in cui le cadute fanno male sul serio.
Sentiero Barbarossa, 1.390 m
Perché si chiama così
Il bivio è segnalato da un cartello che porta, oltre al segnavia, la scritta “Sentiero Federico Barbarossa — EE”. Il nome non è decorativo — porta una storia precisa che questo territorio ha tramandato per quasi novecento anni.
Federico Barbarossa — Federico I di Hohenstaufen, imperatore del Sacro Romano Impero — attraversò l’Appennino tosco-emiliano in più occasioni tra il 1154 e il 1186, durante le sue campagne italiane contro i Comuni della Lega Lombarda. Il percorso leggendario di Federico Barbarossa, che avrebbe aperto a forza il Passo di Pietratagliata, è la tradizione che dà il nome al sentiero. La leggenda dice che il passo era chiuso dalla roccia — troppo stretto per far passare un esercito — e che Barbarossa ordinò di tagliare la roccia con i picconi per aprire il varco. “Pietratagliata” — la pietra tagliata. Un nome che è già una narrazione completa.
Non importa quanto sia storicamente verificabile la versione dei picconi imperiali. Importa che per novecento anni le popolazioni di questa valle hanno tramandato quella storia come spiegazione del paesaggio — come se la geomorfologia del passo avesse bisogno di un’origine umana, come se la natura da sola non bastasse a creare qualcosa di così drammatico. Il Passo di Pietratagliata ha effettivamente una conformazione insolita — una tacca stretta nel crinale, con pareti quasi verticali che si avvicinano fino a quasi toccarsi. La geologia la spiega con l’erosione. La leggenda la spiega con un imperatore. Entrambe le versioni sono vere nella misura in cui descrivono qualcosa di reale.
Il sentiero parte dal bivio con una labilità che è il primo segnale di quello che verrà. Non è una traccia netta — è una serie di impronte nell’erba alta, con i segnavia sui massi come unico riferimento certo. Il sentiero si presenta fin da subito piuttosto flebile. Orientandosi con i segnavia presenti, si procede a mezzacosta puntando all’evidente cresta/dorsale nord dell’Alpe di Succiso.
Mezzacosta, traversata della valle glaciale, 1.440 m
Il percorso più difficile di questa ricognizione
Devo essere preciso su quello che segue perché la difficoltà non è emotiva — è fisica, tecnica, concreta.
La traccia sale in mezzo all’erba alta per poi piegare a sinistra e attraversare una pietraia. Tenendo d’occhio i segnavia, dopo un breve tratto all’interno del bosco, si raggiunge una radura con piccola pietraia a sinistra e un’altra a destra. Fin qui, niente di speciale. Poi inizia il traverso.
Il Sentiero Barbarossa attraversa la valle glaciale del versante del Monte Ramiseto in diagonale — non scende nel fondovalle, non sale al crinale. Taglia il versante a mezzacosta in modo quasi orizzontale, attraversando una zona in cui il terreno ha quella qualità specifica del versante glaciale ripido: erba alta e sdrucciola su pendio inclinato, con zone in cui la traccia è larga venti centimetri (un piede di fronte all’altro e poco più), e il versante scende ripido per trenta, quaranta metri prima di incontrare il primo piano. Non è verticale — ma è abbastanza inclinato da rendere ogni passo una decisione consapevole, non un gesto automatico.
Segue un delicato ed esposto traverso su ripido pendio con erba alta: attenzione! Si prosegue per cengia/rampa per traccia costantemente esposta, attraversando poco più avanti un altro ripido canale. “Costantemente esposta” è l’espressione giusta. L’esposizione non è verticale — non si guarda giù su un precipizio. È l’esposizione del versante inclinato che non perdona le scivolate: se si scivola qui, ci si ferma (si spera) dopo venti metri di erba sdrucciola e sassi, non subito. Il bastoncino diventa l’elemento decisivo — piantato a monte ad ogni passo, come terzo punto di appoggio che compensa la pendenza e il terreno instabile.
La valle glaciale del Monte Ramiseto si apre sotto di me mentre percorro il traverso. È ampia — molto più ampia di quanto suggerisse la visuale dalla piana dei Ghiaccioni. Il fondo valle è piano, con il letto del Rio Ramiseto ben visibile dal sentiero: bianco di pietre, grigio di sabbia, senza una goccia d’acqua visibile. Secco. Completamente secco in questo giugno ancora giovane, quando ci si aspetterebbe l’acqua dello scioglimento tardivo. La risposta sta nel substrato: l’arenaria di queste valli drena l’acqua verso il basso con una velocità tale che il torrente superficiale sparisce quasi subito dopo le precipitazioni, scorre in profondità nel substrato detritico, ricompare più in basso dove la morfologia lo obbliga ad affiorare. Il Rio Ramiseto in superficie è secco. Sotto le pietre, l’acqua scorre.
Dal traverso, guardando est, si vede l’intera parete ovest dell’Alpe di Succiso — quasi verticale nella sua parte superiore, con le fasce di arenaria grigia che affiorano in balze successive, con le cenge erbose che le separano, con le chiazze di neve ancora presenti nelle zone all’ombra permanente delle grandi pareti. È una montagna che non si preoccupa di essere accessibile — la si guarda da qui con il rispetto che si deve a qualcosa che non ti aspetta.
Letto del Rio Ramiseto — il guado a secco
L’acqua che non c’è
Sul fondo della valle per attraversare il Rio Ramiseto. Il sentiero scende per una ventina di metri di dislivello in modo ripido e diretto — niente tornanti, niente aggiramenti — fino al letto del torrente.
Il letto è ampio — tre, quattro metri di larghezza, con ciottoli arenacei di tutte le dimensioni distribuiti in modo che racconta la portata delle piene stagionali: i massi grandi al centro, là dove la corrente è più forte in primavera, le ghiare fini ai bordi dove l’acqua rallenta e deposita. Adesso niente. Silenzio completo — nessun gorgoglio, nessun sciabordio, nessun suono d’acqua. Solo il vento che scende dall’Alpe e il verso di qualche uccello lontano.
Attraverso il letto del torrente secco in quindici passi. Non c’è niente da guadare — si cammina sulle pietre asciutte con la stessa facilità di un parcheggio. Ma il silenzio di un letto asciutto ha qualcosa di insolito per chi è abituato all’acqua dei torrenti di montagna — c’è qualcosa di sospeso nell’aria, come se l’acqua stesse per tornare o come se fosse appena andata.
Ripresa del traverso, versante orientale, 1.480 m
La flora di questo versante
Oltre il fondo della valle il sentiero risale verso est-nord-est, tornando a mezzacosta sul versante opposto — quello che guarda verso il fondovalle della Liocca, verso Succiso Nuovo invisibile ma intuito dal modo in cui la valle si apre verso nord. Il terreno qui è diverso: meno ripido, con l’erba meno sdrucciola perché più corta. Una volta quest’erba venga pascolata dalle pecore di Succiso che in giugno avevano già raggiunto i pascoli di questa quota.
La flora di questo versante in giugno ha una qualità specifica dell’alta quota appenninica che non appartiene né al bosco né all’alpino ma vive nel mezzo — il piano subalpino, quella fascia tra 1.400 e 1.800 metri in cui le specie si mescolano in modi che non si trovano altrove. Genziane — Gentiana verna, la genziana primaverile, con i petali azzurro-viola così intensi da sembrare artificiali, aperte in piccoli gruppi nelle zone più umide del versante. Orchidee selvatiche — Gymnadenia conopsea, la manina odorosa, con i suoi fusti rosa-viola che emergono dall’erba a distanza regolare come se qualcuno le avesse disposte con intenzione. Anemoni — Pulsatilla alpina, la pulsatilla, con i suoi frutti piumosi che in giugno sostituiscono i fiori bianchi di maggio.
Tra le pietre più grandi, il semprevivo montano — Sempervivum montanum — forma rosette compatte di colore verde-rossastro che crescono direttamente sulla roccia senza suolo visibile, radicare nella minima quantità di terriccio che si accumula nelle cavità dell’arenaria. È una pianta che non ha fretta di niente — cresce di pochi millimetri all’anno, vive decenni, sopporta il gelo e la siccità con uguale indifferenza.
Oggi non riesco a capire perché non si vedano uccelli ma soprattutto, guardando in alto, verso la parete dell’Alpe, nessun gracchio alpino — Pyrrhocorax graculus — volano in piccoli gruppi con quella libertà planante che solo i corvidi di alta quota hanno. Nero e giallo, con il verso metallico inconfondibile, traccia archi ampi sul versante senza sbattere le ali più del necessario. I gracchi sono il segnale preciso che si è ad alta quota — vivono sopra i 1.500 metri e la loro presenza è un indicatore geografico più affidabile dell’altimetro.
Uscita dalla faggeta, prato in vista del Rifugio, 1.540 m
Il rifugio che appare
Si risale il pendio boscoso uscendo presto dalla vegetazione, incontrando un bivio collocato a poca distanza dal Rifugio Rio Pascolo. Il bosco finisce di colpo — un ultimo faggio, poi l’erba alta del prato, poi il cielo aperto del vallone del Rio Pascolo. Il vallone è diverso dalla piana dei Ghiaccioni: non ampio e aperto, ma stretto e orientato — scende verso nord-nord-est in modo deciso, con le pareti della cresta nord dell’Alpe che lo chiudono a est come un sipario ancora chiuso.
Il Rifugio Rio Pascolo appare a sinistra del sentiero — sul bordo del bosco, a quota 1.570 metri, con il fronte rivolto verso il vallone. Non è grande — è essenziale. È il tipo di edificio che non si costruisce per essere bello ma per essere lì, nel punto giusto, nel momento giusto.
Rifugio Paolo Consiglio al Rio Pascolo — 1.570 m
Chi lo ha costruito e quando: Il Rifugio P. Consiglio al Rio Pascolo a 1.570 metri è stato inaugurato nel 1977 dal CTG di Reggio Emilia, e ristrutturato dal Parco del Gigante. Il CTG — Centro Turistico Giovanile — era l’organizzazione cattolica che promuoveva il turismo giovanile in Italia, con una rete di strutture alpine e appenniniche che nel secondo dopoguerra ha contribuito in modo significativo all’apertura della montagna a chi non aveva mezzi per frequentare rifugi privati. Il Rifugio al Rio Pascolo è uno di questi — costruito nel 1977 con l’intenzione di portare i giovani di Reggio Emilia in una delle zone più belle e meno frequentate dell’Appennino reggiano. Porta il nome di Paolo Consiglio — è stato un alpinista di rilievo, accademico, direttore e cofondatore della scuola di alpinismo di Roma. Si è dedicato sia all’alpinismo estivo che a quello invernale. È stato compagno di cordata di alpinisti del calibro di Riccardo Cassin.
È stato responsabile negli anni ’60 del settore escursionismo-alpinismo del CTG (Centro Turistico Giovanile) organizzando e dirigendo scuole di alpinismo ed attività varie, tra le quali le c.d “ERTA”.
È sempre stato utilizzato in autogestione per assenza di fonti vicine in estate un enorme cisterna piena d’acqua ne mantiene l’attività. Nessun gestore, nessun servizio, il Riparo di emergenza, evidenziato da un cartello con scritto “Locale Aperto”.
A cosa serviva: Il vallone del Rio Pascolo era uno dei percorsi storici di transumanza dall’alta Valdenza verso i pascoli dell’Alpe di Succiso — il magnifico vallone del Rio Pascolo, certamente una delle valli di origine glaciale più suggestive di tutto l’Appennino tosco-emiliano. I pastori di Succiso che portavano le greggi verso i pascoli del crinale usavano questo vallone come via di salita in primavera e di discesa in autunno. Un ricovero in quota era necessario — non come comfort, ma come sicurezza, per i momenti in cui il meteo cambiava troppo velocemente per scendere in sicurezza fino a Succiso. Il rifugio del 1977 ha istituzionalizzato una funzione di riparo che la valle svolgeva già con strutture meno formali da generazioni.
L’interno: Entro nel “Locale Aperto”. Il Riparo si presenta con una piccola stanza dove sulla destra si trovano dei materassi impilati e a terra delle assi di legno. Sul lato sinistra una catasta di legna e metri di tubi di gomma. Sul muro una piccola scatola di primo soccorso dove al suo interno si trova una vecchia benda di garza e niente altro. Sembra più un magazzino che un Riparo di emergenza. Come sempre non devo denigrare, almeno un posto asciutto c’è per chi si dovesse trovare nei guai. Niente stufa, niente cibo di emergenza, niente luce… poca speranza.
Sosta lunga al rifugio, vista sul vallone
La valle glaciale e il silenzio che porta
Mangio seduto sulla soglia del “Riparo” con la porta aperta sul vallone e segni di fuochi a terra fatti senza rispetto. Il vallone del Rio Pascolo scende verso nord con quella qualità delle valli glaciali che non si trova nell’erosione fluviale — i fianchi sono paralleli invece che convergenti, il fondo è piano invece che a V, le pareti sono abrase in modo che ricorda qualcosa di levigato dall’interno, non scavato dall’esterno. Il ghiacciaio che lo ha creato scendeva dall’Alpe verso la Val Secchia — aveva almeno tre, quattro chilometri di lunghezza nella sua massima estensione — e ha lasciato questo solco come firma permanente nel paesaggio.
Il Rio Pascolo scorre in fondo al vallone non al rifugio si deve scendere verso valle — in giugno è ancora in piena, con l’acqua grigio-latte dello scioglimento. Il suono arriva fino qui, attenuato dalla distanza, come un basso continuo su cui il vento aggiunge le sue variazioni. Non c’è altro suono. Nessuna voce, nessun motore, nessun campanile di paese che arriva a questa quota. Solo il rio e il vento.
In estate questo vallone è difficile da trovare vuoto — è uno dei posti più frequentati dell’Appennino reggiano da chi cerca la quota senza le difficoltà tecniche dell’alpinismo. In questo giugno ancora giovane, di domenica mattina, sono solo. Non c’è nessun altro rifugio nell’arco visivo, nessun segnavia che porti a casa in modo rapido, nessun punto di riferimento umano oltre le pareti del rifugio alle mie spalle. È il tipo di solitudine che si cerca e poi, quando arriva, non ci si sa del tutto cosa farne.
Le zanzare e i tafani di giugno
Il prezzo della stagione
Nessuno che scriva di questo sentiero parla degli insetti. Lo faccio io, perché è giugno e la realtà va raccontata.
Le zanzare del bosco di montagna in giugno non sono le zanzare della pianura. Sono più grandi, più veloci, e sembrano possedere una capacità di rilevamento termico che supera qualsiasi repellente chimico disponibile al consumatore normale. Emergono dagli spazi umidi — le zone ombreggiate vicino ai ruscelli, i bordi delle torbiere, qualsiasi punto in cui l’erba alta mantiene l’umidità dell’alba in poi. Non sono uno sciame — sono una presenza continua, individuale, insistente. Una per volta, ma sempre una.
I tafani sono altra cosa. Arrivano quando il sole scalda abbastanza — verso le nove, in un giugno fresco come questo — con quella traiettoria circolare che non si può confondere con nessun altro insetto. Girano intorno alla testa, alla spalla, al polso, cercando il punto di appoggio giusto con una metodicità che in un entomologista produrrebbe ammirazione. In un escursionista produce qualcosa di più vicino alla disperazione trattenuta. Il morso del tafano è doloroso come lo spavento che precede il morso — è la sensazione che qualcosa stia calcolando con precisione chirurgica dove fare il meno possibile danno a se stesso e il più possibile danno a te.
La risposta è camminare. Gli insetti del bosco sono proporzionalmente presenti in rapporto alla velocità del target — più ci si ferma, più si diventa interessanti. Nei tratti in movimento il numero di punture cade drasticamente. Nei tratti di sosta — fotografie, rilievi del GPS, annotazioni — si trasforma in qualcosa di abbastanza significativo da menzionare nel taccuino.
All’interno del “Riparo di emergenza”, hanno scritto: “Pioggione. Nebbia totale sulla cresta. Bellissimo lo stesso.”
Chiudo la porta del “Locale Aperto” e mi dirigo verso il vallone del Rio Pascolo che scende ripido verso Succiso Nuovo in un’ora e mezza di discesa terribile su una forestale dilagante da trattori e coperta di sassi che affiorano da sotto le foglie. Il bosco di faggio di Fossa Lattara, (il toponimo deriva dalla sua storica vocazione come pascolo per il bestiame bovino), mi aspetta più in basso, con il suo odore di umidità e di foglie in decomposizione e di qualcosa di resinoso che i faggi producono in giugno quando le faggiole sono ancora giovani.
«Il sentiero che non si vede fino in fondo.» Il traverso del Barbarossa non mostra la destinazione — si vede il versante che si taglia, si vede la traccia per i prossimi venti metri, poi curva e scompare dietro un dosso. Chi teme l’invisibilità della meta troverà qui la forma più pura di quella paura. Ma il sentiero EE insegna una cosa precisa: quando il terreno richiede attenzione completa, smetti di guardare dove devi arrivare e guardi dove metti il passo. La meta arriva da sola, quando si è abbastanza attenti al presente.

«Che il bosco non abbia cose belle da guardare.» Genziane, orchidee, pulsatilla “velenosa”, semprevivi, gracchi alpini — questo versante in giugno è un catalogo della flora e della fauna subalpina dell’Appennino reggiano. Non è un catalogo che si apprezza correndo. Si apprezza camminando piano, con gli occhi abbassati sulla traccia ma pronti ad alzarsi quando il colore di un petalo o il verso di un uccello cattura l’attenzione. Il bosco — e il versante aperto — sono pieni di cose belle. Richiedono la velocità giusta per vederle.

«La solitudine completa in quota.» Il vallone del Rio Pascolo in un giugno feriale, da soli, è la risposta più precisa a questa paura — non la nega, la mette in scena. La solitudine completa in quota non è assenza di sicurezza — il rifugio è alle spalle, i segnavia sono sui massi, il sentiero è conosciuto. È assenza di distrazione. Il bosco, il vallone, il rio — tutto quello che c’è è quello che c’è. Niente di più, niente di meno. Per chi ha paura del bosco questa assenza di distrazione è la paura stessa. Per chi l’ha attraversata una volta, diventa la ragione principale per tornare.


«Il CTG, gli Alpini — le organizzazioni che costruiscono i rifugi ma non sono i miei amici.» Il Rifugio Rio Pascolo è stato inaugurato nel 1977 da persone che non sapevano chi avrebbe dormito qui quarant’anni dopo. Non sapevano chi fossi. Non mi conoscevano. Eppure hanno costruito questo rifugio — la Sezione di Bismantova ha restaurato il Riparo Ghiaccioni, e gli Alpini tengono Santa Maria Maddalena, e la Cooperativa Valle dei Cavalieri gestisce le chiavi del Rio Pascolo. Queste organizzazioni non sono istituzioni astratte — sono persone che in un momento specifico hanno deciso che questo posto meritava di esistere per chiunque venisse dopo. Il rifugio in autogestione è la forma più democratica di cura della montagna: costruito da alcuni, mantenuto da tutti, appartenente a nessuno. Il Riparo di emergenza che non risolve l’emergenza, come sempre viene trascurato e annullato dalle necessità di chi nonna più in montagna ma soprattutto pensa “a me non serve”.

«Il bosco come posto di aggressione biologica.» Le zanzare e i tafani di giugno sono reali, fastidiosi, e parte integrante dell’ecosistema dell’alta quota appenninica. Non si eliminano con il pensiero positivo e raramente si eliminano del tutto con i repellenti. Ma spariscono con il vento — e il vento sul versante dell’Alpe di Succiso è quasi sempre presente. Il bosco è anche questo: un sistema che include predatori a diverse scale, dai lupi agli imenotteri. Chi teme il bosco per gli insetti teme una parte reale ma temporanea. Chi impara a camminare invece di fermarsi risolve il problema nella misura in cui è risolvibile.


Annotazione a margine, scritta sul libro di vetta con la stessa penna dei viaggiatori, un saggio storico-letterario intitolato La penna del viaggiatore. Scritture e disegni di Acerbi e altri viaggiatori fra Sette e Ottocento. Il libro che analizza i diari, i dettagli dei taccuini e i resoconti lasciati dai grandi esploratori del passato durante i loro viaggi. Il re Federico Barbarossa ha attraversato questo crinale quasi novecento anni fa o forse no — nessuno lo sa con certezza. Il sentiero porta il suo nome lo stesso. Un nome dura più della certezza storica. Un sentiero dura più del re che lo ha percorso. Il rifugio dura più del CTG che lo ha costruito. Il bosco dura più di tutto il resto.

