Bivacco Ghiaccioni


«Il sentiero per me.» La classificazione EE non è un’esclusione — è un avvertimento per gli altri, per mè è un richiamo. Dice: questo sentiero richiede esperienza, richiede attenzione, richiede di sapere dove si mettono i piedi. Non dice: non venire. Per chi ha paura “dell’aperto”, leggere la classificazione EE su un cartello può sembrare la conferma che il percorso non accessibile. Ma il Sentiero Barbarossa è percorribile — con le gambe giuste, con la testa giusta, con il tempo giusto. Non è democratico nel senso delle panchine e delle carrozzine. È democratico nel senso che chiunque si prepari abbastanza può arrivarci.

«L’acqua che manca dove dovrebbe esserci.» Il Rio Ramiseto a secco in giugno non è un segnale di siccità — è la natura dell’arenaria macigno che drena l’acqua in profondità invece di trattenerla in superficie. Ma per chi cammina in montagna sapendo che l’acqua è fondamentale, trovare un letto asciutto produce un momento di incertezza. Il bosco insegna a portare l’acqua con sé. La fonte segnalata al Riparo Ghiaccioni era lì per questo — il percorso che segue non ha acqua garantita.

«Il rifugio senza gestore come posto abbandonato.» Il Rifugio Rio Pascolo non ha gestore — non ha qualcuno che apre la mattina, cucina il pranzo, controlla che tutto funzioni. Ma non è abbandonato. È autogestito. La differenza è fondamentale: l’autogestione richiede che chi usa il rifugio ne assuma la cura per il tempo che vi resta e per il tempo che viene dopo. Pulire quello che si sporca. Non rompere quello che non è proprio. Lasciare il libro di vetta aperto alla pagina successiva. Il rifugio autogestito funziona perché esiste una rete di persone che lo usa con rispetto — una rete invisibile, distribuita nel tempo, che si aggiunge un anello alla volta.

«Che il passo successivo sia troppo impegnativo.» Dal Rifugio Rio Pascolo il sentiero Barbarossa che ho percorso stamattina richiede una classificazione EE. Quel traverso con il bastoncino piantato a monte e gli occhi sulla traccia labile. Non è stato facile. Non è stato impossibile. Il confine tra EE e “impossibile per me” non è fisso — si sposta con l’esperienza, con l’allenamento, con la conoscenza del proprio corpo. Il bosco e la montagna non fissano quel confine al posto nostro. Lo fissiamo noi, e poi lo spostiamo, e poi lo spostiamo ancora.

«Che il sentiero difficile lasci il segno sbagliato.» Il Sentiero Barbarossa mi ha lasciato il segno giusto: attenzione completa, nessun automatismo, ogni passo una scelta consapevole. Le zanzare di giugno mi hanno lasciato il segno sbagliato: una centinaio di punture sul corpo attraversando i vestiti. Ma anche il segno sbagliato fa parte del bosco. Il bosco non promette comfort — promette realtà. Chi accetta questa promessa trova qualcosa che il comfort non riesce a offrire.


Il Sentiero del Re in Fuga — La Valle Che Non Ha Acqua
Riparo Ghiaccioni 1.379 m “Sentiero Federico Barbarossa” EE — Valle del Monte Ramiseto — Rifugio Paolo Consiglio al Rio Pascolo 1.570 m
Domenica, un giugno che non ha ancora deciso di rispettare la stagione
44°20’N — 10°17’E · Alta Valle della Liocca — Versante occidentale dell’Alpe di Succiso
Riparo Ghiaccioni, quota 1.379 m
La partenza difficile da giustificare
Ho dormito al Riparo. Non era in programma — era in programma arrivare ieri sera, mangiare, dormire, ripartire stamattina presto. Le cose sono andate così. Ma prima di descrivere la partenza, devo descrivere la notte.
I lupi hanno ululato verso l’una — non vicini, non lontani. Da qualche parte sul versante settentrionale dell’Alpe, sopra la piana dei Ghiaccioni, una distanza che il bosco compresso tra le pareti del circo rendeva impossibile da stimare con precisione. Non ho aperto la porta per sentire meglio. Ho lasciato che il suono entrasse attraverso le pareti del Riparo con quella qualità attenuata che ha ogni suono filtrato dalla pietra — meno netto, più rotondo, quasi musicale nella sua imprecisione. Ho dormito bene, dopo.
Stamattina la piana è coperta di rugiada — ogni filo d’erba ha la sua goccia, ogni goccia riflette il cielo grigio del primo mattino. I faggi ai margini della piana trasudano umidità. L’aria ha quella qualità specifica delle mattine d’alta quota in giugno: fredda in modo che non appartiene alla stagione, con una nota erbosa e pulita che solo il bosco produce quando la notte è stata lunga abbastanza.
Lo zaino è già pronto. L’obiettivo di oggi è il Rifugio Rio Pascolo — attraverso il Sentiero Federico Barbarossa, classificato EE. Escursionisti Esperti. Non alpinismo, ma il gradino immediatamente sotto. Il gradino in cui le cadute fanno male sul serio.
………… Il progetto avanza.
«Il sentiero che non si vede fino in fondo.» Il traverso del Barbarossa non mostra la destinazione — si vede il versante che si taglia, si vede la traccia per i prossimi venti metri, poi curva e scompare dietro un dosso. Chi teme l’invisibilità della meta troverà qui la forma più pura di quella paura. Ma il sentiero EE insegna una cosa precisa: quando il terreno richiede attenzione completa, smetti di guardare dove devi arrivare e guardi dove metti il passo. La meta arriva da sola, quando si è abbastanza attenti al presente.

«Che il bosco non abbia cose belle da guardare.» Genziane, orchidee, pulsatilla “velenosa”, semprevivi, gracchi alpini — questo versante in giugno è un catalogo della flora e della fauna subalpina dell’Appennino reggiano. Non è un catalogo che si apprezza correndo. Si apprezza camminando piano, con gli occhi abbassati sulla traccia ma pronti ad alzarsi quando il colore di un petalo o il verso di un uccello cattura l’attenzione. Il bosco — e il versante aperto — sono pieni di cose belle. Richiedono la velocità giusta per vederle.

«La solitudine completa in quota.» Il vallone del Rio Pascolo in un giugno feriale, da soli, è la risposta più precisa a questa paura — non la nega, la mette in scena. La solitudine completa in quota non è assenza di sicurezza — il rifugio è alle spalle, i segnavia sono sui massi, il sentiero è conosciuto. È assenza di distrazione. Il bosco, il vallone, il rio — tutto quello che c’è è quello che c’è. Niente di più, niente di meno. Per chi ha paura del bosco questa assenza di distrazione è la paura stessa. Per chi l’ha attraversata una volta, diventa la ragione principale per tornare.


«Il CTG, gli Alpini — le organizzazioni che costruiscono i rifugi ma non sono i miei amici.» Il Rifugio Rio Pascolo è stato inaugurato nel 1977 da persone che non sapevano chi avrebbe dormito qui quarant’anni dopo. Non sapevano chi fossi. Non mi conoscevano. Eppure hanno costruito questo rifugio — la Sezione di Bismantova ha restaurato il Riparo Ghiaccioni, e gli Alpini tengono Santa Maria Maddalena, e la Cooperativa Valle dei Cavalieri gestisce le chiavi del Rio Pascolo. Queste organizzazioni non sono istituzioni astratte — sono persone che in un momento specifico hanno deciso che questo posto meritava di esistere per chiunque venisse dopo. Il rifugio in autogestione è la forma più democratica di cura della montagna: costruito da alcuni, mantenuto da tutti, appartenente a nessuno. Il Riparo di emergenza che non risolve l’emergenza, come sempre viene trascurato e annullato dalle necessità di chi nonna più in montagna ma soprattutto pensa “a me non serve”.

«Il bosco come posto di aggressione biologica.» Le zanzare e i tafani di giugno sono reali, fastidiosi, e parte integrante dell’ecosistema dell’alta quota appenninica. Non si eliminano con il pensiero positivo e raramente si eliminano del tutto con i repellenti. Ma spariscono con il vento — e il vento sul versante dell’Alpe di Succiso è quasi sempre presente. Il bosco è anche questo: un sistema che include predatori a diverse scale, dai lupi agli imenotteri. Chi teme il bosco per gli insetti teme una parte reale ma temporanea. Chi impara a camminare invece di fermarsi risolve il problema nella misura in cui è risolvibile.


Annotazione a margine, scritta sul libro di vetta con la stessa penna dei viaggiatori, un saggio storico-letterario intitolato La penna del viaggiatore. Scritture e disegni di Acerbi e altri viaggiatori fra Sette e Ottocento. Il libro che analizza i diari, i dettagli dei taccuini e i resoconti lasciati dai grandi esploratori del passato durante i loro viaggi. Il re Federico Barbarossa ha attraversato questo crinale quasi novecento anni fa o forse no — nessuno lo sa con certezza. Il sentiero porta il suo nome lo stesso. Un nome dura più della certezza storica. Un sentiero dura più del re che lo ha percorso. Il rifugio dura più del CTG che lo ha costruito. Il bosco dura più di tutto il resto.


